SM07ManRay.jpg di Dziga Cacace

212-Visioni di un omicidio di Un Cane, USA 1994

Il peggior film della stagione, ennesimo dono della premiata ditta Vari e Stabilini; Jennifer Beals e il fratello grasso dei due più famosi Baldwin misurano le rispettive sottovalutate capacità attoriali in un film dalla trama insulsa. Micidiale. (Diretta TV; 30/8/96)


213-Douro, faina fluvial di Manoel De Oliveira, Portogallo 1931

Finalmente! Girato da un giovanissimo De Oliveira, Douro faina fluvial è un film inseguito da un po’ d’anni, giacché tutte le filmografie lo accomunano alle classiche sinfonie urbane. Con le dovute differenze ha molti punti in comune con i contemporanei esperimenti documentari di Nagy; la pellicola non ha la ricerca estetica di Ivens o la tensione data dal montaggio di Ruttman e di Vertov ma s’incentra sui visi dei pescatori (improbabili ma interessanti carrellate in avanti – uno zoom ante litteram – che finiscono invariabilmente fuori fuoco) e sulla composizione fotografica. Molto, molto bello; peccato non averlo avuto a Giochi di riflessi, luce, velocità (per i pochissimi italiani che non lo sapessero, la rassegna sul cinema sperimentale degli anni Venti e Trenta, da me organizzata con Hilda l’anno scorso al Lumière). (Diretta TV; 30/8/96)

214-Strane storie di Sandro Baldoni, Italia 1994

Interessante esordio: convince pienamente il primo episodio (sia per la strana storia, sia per gli espedienti tecnici adottati – grandangoli spintissimi – che per le ambientazioni, in una Milano da incubo); soddisfano un po’ meno il secondo e, specialmente, il terzo, lungo e prevedibile. Comunque film carino. (Vhs)

215-L’etoile de mer di Man Ray, Francia 1928

Rivisto dopo neanche sei mesi non ci ho capito, di nuovo, una mazza. Però bello. Mistero. (Vhs)

216-L’orgoglio degli Amberson di Orson Welles, USA 1942

Quanti anni fa? Erano almeno tredici anni che non rivedevo l’opera seconda del Maestro di Kenosha e devo dire che non sono stato folgorato come quando, tredicenne, capì che Orson era un idolo. Certo: tutto l’apparato tecnico è assolutamente straordinario e così la messa in scena e gli attori… però, boh, ho trovato il soggetto un po’ palloso. Sarà stata la stanchezza, sicuramente. (Vhs)

217-Non si uccidono così anche i cavalli? di Sidney Pollack, USA 1969

Non si uccidono così anche gli spettatori? L’avevo visto addirittura diciassette anni fa e lo ricordavo bello. Invece non so se sia più faticosa la visione del film o la maratona di ballo che sostengono i protagonisti dello stesso. Sono un intollerante e ho probabilmente torto: gli attori sono bravi (Dio, come è odiosa la Fonda, comunque) e il crescendo drammatico è ben diretto, però, che palle! A metà del secondo tempo ho iniziato a gridare “Bastaaa… confesso!”. E, sommo sberleffo del regista, non mi fa neanche sapere chi cacchio vince questa benedetta gara di ballo resistente. Bah! (Vhs)

218-Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, Italia 1964

Anche questa è una visione dopo tanti anni… Francamente ricordavo poco se non l’importante particolare dell’ambientazione nei sassi di Matera, ricordo che c’è valsa la tesi con il prof. Gabrielli etc., etc. Nella prima parte è un trionfale susseguirsi di scene bellissime, alcune assolutamente eccezionali (la presentazione ai Magi con, come unico commento sonoro, il gospel da pelle d’oca di Motherless Child). I volti e le straordinarie ambientazioni senza tempo (che rafforzano la composizione rinascimentale utilizzata da Pasolini, in una astoricità tutta quattrocentesca), la recitazione appena abbozzata, l’irreale silenzio, quasi che le parole potessero turbare l’altezza della storia che in fondo tutti conosciamo: tutto concorre a rendere i primi quaranta minuti assolutamente entusiasmanti. Più avanti, purtroppo, il ritmo cala. Le immagini non sono più così potenti e sembra che le parole debbano soccorrere intuizioni poco incisive. Il risultato è verboso e lento: i sermoni, la scena del tempio, l’ultima cena o la crocifissione non colpiscono per originalità e, dato il tema e quindi per ovvi motivi, paiono un po’ scontate. Certo, c’è sempre qualche guizzo (il suicidio di Giuda, ripreso pari pari da Jewison per Jesus Christ Superstar), ma l’inarrivabile magia dell’inizio è persa. Dette tutte queste fregnacce, è in ogni caso molto bello. (Vhs)

219-Alba tragica di Marcel Carné, Francia 1939

Bello e amaro: i dialoghi di Prevert sono essenziali e poetici (e credibili, nonostante certi termini vetusti…) e la regia, per quanto più attenta al ritmo e alla recitazione, regala qualche bell’inquadratura (all’inizio due o tre riprese zenitali e nadirali all’interno del vano scala). Bellissime le scenografie, costruite da quel genietto di Trauner. (Vhs)

220-Il sorpasso di Dino Risi, Italia 1962

Notevole: rivisto dopo tanti anni, non lo ricordavo così frizzante. Ottima sceneggiatura e attori perfetti. Finale coraggioso anche se spiazzante: in fondo non sembra che, durante il film, ci sia una precisa condanna del comportamento di Gassman, se non un bonario rimbrotto al solito italiano di sempre. Anche se non c’è una particolare ricerca formale, si trovano lo stesso alcune scene filmicamente molto convincenti (il ballo finale a Castiglioncello, ripreso con un’ottica molto lunga). (Vhs)

221-L’angelo sterminatore di Luis Buñuel, Messico 1962

Al momento l’ho sinceramente apprezzato, poi, rileggendomi il Castoro dedicato a Buñuel, ho scoperto che avevo colto il dieci per cento delle beffarde provocazioni del Maestro. Vabbeh! Geniale l’orso domestico. (Vhs)

222-La carica dei 101 di Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske e Clyde Geronimi, USA 1961

Eccezionale! L’ho rivisto dopo, credo, diciassette anni, aspettandomi una bambinata; invece è bello e divertentissimo, anche per un adulto (o sono rimasto un undicenne); disegnato in modo non naturalistico ma caricaturale, mi sembra molto più poetico e spontaneo delle cose recenti della Walt Disney. I movimenti sono studiati alla perfezione (questi sí naturali) e così le espressioni. La trama non ha scadimenti e alcune scene sono proprio perfette come costruzione e ritmo. Veramente godurioso. (Vhs)

223-Little Odessa di James Gray, USA 1994

Nella comunità ebraica degli immigrati russi di New York (in un ambiente tipo Corleone, ma con picciotti biondi e della steppa), si consuma il dramma di Joshua (il bravissimo Tim Roth), figlio ripudiato per la sua esistenza al di fuori della legalità, che, nel tentativo di riavvicinarsi al fratello e a un vecchio amore, ne provoca la morte. Bella sceneggiatura, ottimi attori (la Redgrave ha vinto la Coppa Volpi a Venezia, anche se in realtà recita per cinque minuti, a dir tanto) e regia sobria per un film amaro e senza speranza. (Vhs)

224/225-Peggio di così si muore di Marcello Cesena, Italia/Francia/Spagna 1995

A neanche due mesi dalla prima visione me lo sorbisco nuovamente in doppia soluzione, solingo e con amici, e, più che rilevare nuovamente quanto di buono ci sia, metto ancor più a fuoco alcuni difetti già notati ad agosto. La regia, esordiente, ha diversi momenti riusciti nelle citazioni delle atmosfere hitchcockiane o nel coté noir da cinema gangsteristico. I raccordi talvolta sono meccanici (seppur in un ambito programmaticamente schizzato) e a ottimi momenti ne seguono altri meno riusciti. Il ritmo, poi, soffre forse la fusione più generi (arrivando fino al musical). Il Mereghetti stronca l’opera come presuntuosa. Io non sarei così severo: i primi cinquanta minuti sono decisamente divertenti e la scena dell’uccisione del killer Carmine è da collasso. Poi le trovate diventano più episodiche e il finale è un po’ tirato via ma tutto sommato il film è godibile nella sua scanzonata anarchia. (Vhs)

226-Gli ultimi fuochi di Elia Kazan, USA 1976

Sembra un The Players di vent’anni prima: il cast è assolutamente sontuoso e la storia mostra il cinismo delle major di Hollywood. Se è apprezzabile (ma molto stereotipato) il ritratto dei tycoon e del mondo degli studios, è altrettanto palloso il rapporto sentimentale che De Niro instaura con ‘na stronza con la faccia tonda come una mela. Discreto. Ma Kazan era un delatore, per cui “mediocre”, tiè. (Vhs)

SM07kinoeye.jpg227/228-Si gira a Manhattan di Tom Di Cillo, USA 1996

Piacevole sorpresa (prima visione al Lumière, seconda visione la sera prima della tesi), a suo tempo, va ammesso, consigliata da Pier. Steve Buscemi interpreta un povero regista indipendente alle prese con un set irrequieto dove sembra tutto giri storto: tra sogno e realtà vengono presentati i personaggi e la vicenda, che consiste sostanzialmente in un’ennesima, faticosa giornata di riprese. Molto bella e riuscita, l’idea di dividere il film in tre parti, di cui due oniriche che fanno da preambolo alla realtà vera e propria: il primo sogno, girato in un b/n sporco e sgranato, è forse quello che funziona meglio; in questa parte le riprese del film indipendente sono in un colore molto naturale e non è un caso che il personaggio principale di queste sequenze tenti un approccio recitativo il più realistico possibile. Operatore e regista discutono a lungo per decidere se girare la scena in piano sequenza o in campo e controcampo. Optato per la prima possibilità, devono far fronte agli imprevisti più assurdi finché, dopo non aver ripreso una prova, eccezionale, (e che Di Cillo ci mostra in campo e controcampo, prendendo così, forse memore del suo passato nello staff di Jarmusch, le parti dell’operatore) scoppia l’ultimo casino: una sveglia trilla imperterrita mentre finalmente si gira. L’espediente narrativo è azzeccato (ma non ve lo dico). Parte una dura giornata di riprese: stavolta la realtà è a colori e il film in b/n: c’è da girare una scena d’amore ma uno sciroccato belloccio (Chad Palomino) non fa altro che creare problemi, ma, secondo colpo di scena, anche stavolta è tutto un sogno durato, in realtà, cinque minuti. Inizia la terza parte dove tutto è reale, sennonché la scena che deve essere girata racconta un sogno: il nano, che dovrebbe dare il senso dell’angoscia onirica, si rifiuta di recitare e lascia il set; le riprese saranno completate solo grazie alla mamma pazzeriella del regista e, nuovamente, secondo i gusti dell’operatore. Nei momenti finali, poi, in trenta lunghissimi secondi, vediamo i brevi sogni a occhi aperti di tutti i protagonisti… Insomma, molto bella ed equilibrata la sceneggiatura; interessante e sviluppato in modo non banale il tema dei sogni e della loro temporalità. Bravi gli attori (Buscemi è straordinario) e convincente la regia. E poi è vero: anch’io non ho mai sognato un nano (ma Buñuel sí). (Cineclub Lumière; 17/9/96 e vhs 10/11/96)

229-Il grido di Michelangelo Antonioni, Italia 1957

Sul nebbioso scenario della bassa ferrarese si consuma il dramma dell’inquieto Aldo che, abbandonato da Irma, inizia a vagabondare con la figlia Rosina alla ricerca di un lavoro e di una sistemazione stabile. Ogni volta che trova un nuovo amore o un lavoro, fugge scontento, sino al tragico epilogo quando, dopo il grido di Irma (la Valli), compie l’insano gesto. Tralasciando banali considerazioni sulla tragica figura di Cochran (la sua incapacità ad acquietarsi, la sua impossibilità a comunicare e risolvere il suo disagio), ho trovato molto belli alcuni ariosi movimenti di camera che, in esterni, avvolgono gli attori sullo sfondo brumoso degli argini e dell’edilizia contadina. Bello anche il commento musicale, un soffuso accompagnamento pianistico. Pessime invece le luci: non si sono mai viste ombre nette con la nebbia né tantomeno (più) ombre che, sotto il sole, vanno in direzioni opposte. L’operatore doveva essere un cane ma stupisce che non se ne sia mai accorto nessuno. In tanta letteratura mai un commento, né un chiarimento (magari era una scelta quella di mettere luci allucinate), né in negativo né in positivo. (Son sicuro che Hilda troverebbe giustificazioni del tipo: “Doppie o triple ombre alla luce del sole? Ambiguità dei personaggi”; “Ombre dei personaggi diverse da quelle degli edifici? Non è lo stesso sole, capisci?”). Stupisce, perché se è vero che ad Antonioni interessa l’interiorità di Aldo e i suoi rapporti con gli altri personaggi, non è vero che rinunci a una certa ricerca formale: la fotografia del paesaggio è molto curata e interessante (con il continuo richiamo alla scomparsa del mondo contadino di fronte al progresso, alternando struggenti campi lunghi, immobili nella nebbia, a più pressanti immagini di modernità) e, come già detto, i piani sequenza in esterno sono molti e articolati… Boh: ma in fondo, che cazzo ce ne frega? (Vhs)

230-I racconti di Canterbury di Pier Paolo Pasolini, Italia 1972

Secondo episodio della cosiddetta Trilogia della vita; visto dopo il Decameron e Il fiore delle mille e una notte, mi ha lasciato molto freddo. Più cupo, più nordico, forse anche più sardonico ma molto meno intrigante. Classici topoi pasoliniani: cinepresa a spalla, attori presi dalla strada (inglesi bianchicci e orrendi), colori molto saturi, ambientazioni sontuose e sempre un po’ astoriche… però non convince in pieno. Il confronto con gli altri episodi della Trilogia della vita è perdente: per quanto simili nella struttura e nel registro registico, Canterbury Tales si differenzia per la sessualità espansa e sudaticcia (alla Moretti), per la volgarità del volgo e per la mancanza di speranza, laddove, nel Decameron e ne Il fiore…, prevalevano l’entusiasmo per una vita pagana e gioiosa, per una sessualità impudica, innocente e spontanea… Ho preferito gli altri due episodi della Trilogia, ma non fraintendetemi: meglio un discreto Pasolini che un buon Rohmer (l’inventore del foto-cine-romanzo: sorta di foto-romanzo per il grande schermo dove sono rispettati i contenuti, i dialoghi e l’espressività attoriale degli interpreti dell’omologo cartaceo, ma che sostituisce alle foto riprese assolutamente statiche). (Ovviamente scherzo, ma fino a un certo punto). (Vhs)

231/232-Baci rubati e L’amore fugge di François Truffaut, Francia 1968 e 1979

Due episodi della vita di Doinel: il primo, decisamente meglio riuscito, racconta le peripezie di Antoine una volta conclusa l’esperienza militare. Passando da un’avventura all’altra, attraverso lavori improbabili, Antoine ritorna infine alla mai dimenticata Christine e capiamo che la sposerà. L’amore fugge è invece molto più amaro: si parte dalla consensuale separazione con Christine per ripercorrere à rebour tutti gli amori del personaggio. Stavolta Doinel è invecchiato: Leaud è ingrassato e imbolsito, e, complice anche il cattivo doppiaggio, sembra distante anni luce dal tenero sognatore degli episodi precedenti; ne rivediamo alcuni spezzoni e ripercorriamo l’itinerario degli affetti, verificandone le delusioni. Per fortuna il film ha un lieto fine. Ma ho preferito Baci rubati, eh sí. (Vhs)

233-Splatter di Peter Jackson, Nuova Zelanda 1992

Opera seconda del debordante regista neozelandese: le possibilità dello splatter sono portate alle estreme conseguenze e il genere è virtualmente ucciso e seppellito. O si ritorna a fare paura o, se si preferisce l’autoironia, si arriverà comunque ben distanti da quest’opera eccessiva e caotica. Stavolta, rispetto a Bad Taste, Jackson ha soldi a disposizione: il notevole talento visuale e le capacità nell’inventarsi intelligenti trucchi cinematografici sono amplificati fino all’impensabile. Nonostante temessi (per precedenti letture e per esplicita asserzione di Pier) cali di tensioni, devo dire che, semmai, il ritmo cresce esponenzialmente. Certo, bisogna stare al gioco (tonnellate di plasma finto e di altri liquidi organici dai colori nauseabondi) sennò può presto diventare una palla; comunque Jackson non è normale. (Vhs)

234-Prendi i soldi e scappa di Woody Allen, USA 1969

Ennesima visione (ottava? Nona? Stavolta assieme a Zook) del primo film di Woody. Che dire? Sono un imbecille perché continuo a ridere (quasi) come se fosse la prima volta. Ben lontani dalla fine scrittura di Manhattan o dalla maturità registica di altre opere, è molto carina la struttura documentaria. Lancinanti alcune battute: “Virgil: aspetto un figlio. Sarà il mio regalo di Natale”, “Ma a me bastava una cravatta…”. Molto divertente, anche dopo tutti questi anni di ripetute visioni. (Vhs)

235-Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, Italia 1970

Rivisto dopo neanche due anni: sempre notevole. Molto bella la struttura narrativa che segue le paranoie di uno straordinario Volonté: capo della sezione omicidi della Polizia, uccide l’amante (una giovane e aggressiva Bolkan) per mettere alla prova sia le capacità dei colleghi nel scoprirlo, sia il potere del Sistema nel difenderlo. Ben gestiti i flashback, ricercate le ambientazioni (inquietanti i muri con anonimi rivestimenti in mattoni, anche negli interni) e le inquadrature (con il costante uso di un deformante grandangolo, grazie all’intelligente lavoro di Kuweiller), belle le musiche… insomma un capolavoro, politicamente espressivo e potente. (Vhs)

236-Dead Man di Jim Jarmusch, USA 1995

Dunque: un regista che non mi ha mai entusiasmato e che ha un seguito di cazzoni; un film criticatissimo dalla stampa specializzata ma molti amici positivamente colpiti. Che fare? Complice la follia dell’acquisto dell’abbonamento stagionale del Lumière, mi sono accostato con diffidenza al prodotto in questione. Il cinema era pieno di parvenu dell’underground che sbavano per Kaurismäki e Jarmusch e che probabilmente ora stravedono per Tarantino, aspettando il prossimo drop out di Hollywood. Io, più modestamente, ero in compagnia degli square Ferro e Francesca. Diciamolo: a me il film è piaciuto; certo, non ho ululato, come sentivo fare qualche miserabile finto-punk all’uscita, ma ho decisamente apprezzato. Trama semplicissima: un omonimo del poeta inglese Blake si trova costretto a fuggire dopo avere incidentalmente ucciso il figlio di un boss di una cittadina del west. Nella sua fuga stringe amicizia con un indiano, uccide tutti i bounty killers che lo inseguono e, con rassegnazione, adempie al suo destino di morte. C’è qualche momento divertente ma il film, per fortuna, rinuncia alla banale parodia del genere western. La narrazione è lenta, sottolineata da una musica straordinaria (nei titoli non è specificato l’autore, ma si ringrazia Neil Young — P.S.: dormivo io, era proprio Neil Young) e da una bellissima fotografia. Il west come metafora dell’America (“…death have no mercy in this land”), dove si è obbligati a saper usare la pistola, a uccidere per sopravvivere e dove non si sfugge al proprio destino di morte: lo si allontana solo avvicinando gli altri al loro (la frase è contorta, lo so, ma il concetto mi sembra chiaro). Dunque bello ed enigmatico, compiaciuto forse, ma non in quella maniera che mi irrita… insomma avevano ragione gli amici. Ferro deluso, Francesca schifata, gli “alternativi” entusiasti, una volta tanto a ragione. (Cineclub Lumière; 23/9/96)

SM07Ivens.jpg 237/238-Il ponte e Pioggia di Joris Ivens, Olanda 1928 e 1929

Il ponte lo avevo visto in modo confuso due anni fa, da Hilda: l’ho rivisto con concentrazione, limitatamente alle mie capacità, s’intende. È il primo esperimento di Ivens, non ancora vero documentarista ma interessato alla ricerca sulle pure forme e sul ritmo visivo del montaggio e della composizione (come insegnavano Richter e la scuola sovietica). Il film ci mostra il funzionamento del ponte del porto di Rotterdam: le fasi di apertura, per il passaggio delle navi, e di chiusura, per il passaggio dei treni, con particolare attenzione al fascino delle componenti meccaniche, alle possibilità compositive date dal fumo, dalle ombre, dalle riprese in velocità. Muto e interessante. Per Pioggia credo, invece, di essere alla quinta visione: ancora una ricerca soprattutto formale. Tante impressioni fotografate benissimo; molto bella anche la musica. (Vhs)

239-Nuove terre di Joris Ivens, Olanda 1934

Documentario della bonifica della parte meridionale dello Zuider Zee e della costruzione della immensa diga che lo separa dall’oceano, Nuove terre non è altro che Zuiderzee, precedente capolavoro di Ivens, con un finale più politico e “schierato”. L’accorato appello contro la crisi economica che sta investendo il mondo capitalistico è accompagnato da immagini asciutte e potenti che ben testimoniano lo sforzo e i sacrifici dei cittadini olandesi. Lirico nella sua sincera semplicità ed emotivamente partecipe, Nuove terre merita un bel voto. Evviva Joris! (Vhs)

240-La terra e l’energia elettrica di Joris Ivens, USA 1940

Documentario commissionato dal governo degli Stati Uniti: Ivens ci mostra la difficile vita dei Parkinsons (nomen omen), contadini senza acqua corrente ed energia elettrica. Vediamo, secondo un consueto schema narrativo, la loro giornata e tutte le difficoltà che derivano dall’obbligo di lavorare facendo conto solo sull’energia fisica. Poi la svolta: i contadini, in cooperativa, chiedono l’allacciamento alla rete elettrica. Da questo momento la loro vita cambierà e il film diventa involontariamente uno spot di tutte quelle tecnologie che il consumismo oggi ci impone: il forno, il frigo, il ferro da stiro, la lavatrice etc., etc. Ivens è chiaramente interessato a mostrarci il dignitoso lavoro umano e il senso comunitario di collaborazione e mai avrebbe potuto pensare che quelli che sembravano (e sicuramente sono stati) strumenti di liberazione dalla fatica sarebbero diventati simboli della schiavitù tecnologica di cui sono evidentemente preda anch’io (cornuto e mazziato visto l’ipertesticidio di cui Hilda e io siamo rimasti vittime). Ma questo Ivens non poteva saperlo e, sostanzialmente, il documentario è carino. (Vhs)

241-Sotto gli ulivi di Abbas Kiarostami, Iran 1994

Lasciando da parte il consueto interesse che suscita l’accostarsi a una cinematografia così lontana da quella che circola sugli schermi, tralasciando il fatto che ero un po’ stanco, che la vicenda era, come dire, statica, che etc., etc…. dunque? Beh, bello, decisamente. Sono sincero: a metà del primo tempo ho avuto il classico “abbiocco iraniano”, sorta di sonnolenza accompagnata dall’incapacità a concentrarsi sui lunghi dialoghi. Superati questi dieci minuti critici, ho portato a termine la missione con spavalda sicurezza e sono rimasto ben impressionato: la storia è semplice e così la messa in scena ma, nonostante l’evidente povertà di mezzi, i dialoghi sono brillanti, i personaggi ben delineati e la regia si permette qualche idea notevole. L’immobile sequenza finale in campo lunghissimo è già nella storia del cinema (veramente!) ma sono intelligenti tante altre soluzioni compositive (p.es. la prima scena, con tutte le donne col chador) o narrative (il lungo piano sequenza in camera-car o le scene viste attraverso lo specchietto retrovisore). Belle la musica e la fotografia. Cinema purissimo, perfetto per Pier Paolo. (Cineclub Lumière; 24/9/96)

242-Un americano a Roma di Steno, Italia 1954

Aspettavo da secoli di vedere questo supposto classico della comicità all’italiana e ne sono rimasto decisamente deluso: Nando Mericoni fa ghignare per i primi dieci minuti poi ti fa letteralmente crollare i coglioni. In fondo Steno è il padre dei due Vanzina, per cui tutto torna. La trama è un banale intrecciarsi di episodi che ci raccontano le sfighe di un disadattato che vive con il mito dell’America e infarcisce la sua parlata da burino con locuzioni senza senso, tipo whatsloveyoukansas. Sordi è bravo, ma il copione non lo aiuta proprio, a parte l’ormai storico “tu me provochi? Me, me te magno”. Vabbeh, whatadelusion. (Vhs)

243-Io e il vento di Joris Ivens, Francia 1988

A conclusione della mia personalissima mini rassegna interna sull’opera del grande documentarista olandese ho visto il suo ultimo emozionante film: Ivens impersona l’autobiografica figura di un vecchio regista che si reca in Cina per provare a riprendere il vento. Immagini documentarie mozzafiato, balletti cinesi entusiasmanti (sia come esecuzioni plastiche che come metafore di vita), sofferte critiche alla burocrazia ma soprattutto pura emozione per quest’uomo che ha vissuto in prima persona tutti gli sconquassi del nostro secolo: finalmente trova la serenità e firma il suo testamento artistico quando, nelle ultime riprese e dopo lunga attesa, la sua cinepresa cattura l’essenza dei movimenti che il vento disegna sulle sabbie. Bellissimo. (Vhs)

(CONTINUA – 7)

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