di Sbancor

Veltronix.jpgL’unico modo per sbarazzarsi di un leader è evitare che lo diventi. Eppure Veltroni lo è diventato per “ovazione”. Un sondaggio telematico di “La Repubblica”, la cui significatività veniva smentita dallo stesso giornale che lo ha investito come futuro leader del futuro Partito Democratico. Egli ha pronunziato un discorso. L’opinione pubblica ha plaudito.
“Bene, Bravo, Grazie!” ( Petrolini)

Il fatto che io abbia letto il discorso di Veltroni solo attraverso il sito di Babsi Jones la dice lunga sulla mia attenzione attuale alla politica italiana. A questo Paese servirebbero più Babsi e meno Veltroni, più Genna e meno D’Alema, più Wu Ming e meno Bertinotti. Il Magister (Valerio Evangelisti), poi, lo metterei a Capo dell’”Intelligence”. Ma ho paura che non sia così semplice.

D’altra parto il testo da chiosare è uno splendido esempio di retorica “post-umana”, dove lo smarrirsi del senso procede verso l’affannosa ricerca di un significato, ahimé anch’esso irrimediabilmente perduto. Di significanti senza significato invece il testo è pieno. Il che lo fa immediatamente forma modernissima d’arte contemporanea. E come tale va letto

L’incipit è risorgimental-patrottico: “Fare un’Italia nuova. E’ questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico. Riunire l’Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé.”

Del tipo “Fratelli d’Italia l’Italia s’è desta!

Segue una seconda citazione da Mameli: “Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi”
…”Perché non siam popolo, perché siam divisi”. Per un momento ho avuto il terrore che andasse avanti così fino alla fine. No.

“Ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l’insicurezza sociale e personale”.

Il richiamo alla paura e all’insicurezza è certamente copiato dal discorso pre-elettorale di Sarkozy. Non è uno scandalo: ha funzionato in Francia, potrebbe funzionare anche in Italia.

Eppure qui la paura, l’insicurezza sociale e personale, non è rappresentata oggettivamente: è una “convinzione”.

Non vi è nessuna analisi sulle cause dell’insicurezza. Il termine “convinzione” soggettivizza il problema, lo sposta di piano, gli sottrae realtà.

L’insicurezza deriva invece da una certezza: quella di non avere più una garanzia di lavoro e di reddito. O se vogliamo usare una terminologia finanziaria, siamo di fronte a un caso eclatante di trasferimento del rischio.

Il rischio di mercato viene “trasferito”, infatti, dall’impresa ai lavoratori dell’impresa, in modo da rendere il tutto più flessibile alle esigenze del mercato stesso.

L’impresa poi, almeno quelle di medio-grande dimensione non dipende più da un imprenditore, ma dagli stok-holders. Cioè da chi ha comprato azioni. E questo anonimo “padrone”, sia esso grande o piccolo, un Fondo di Private Equity, come Blacksone o Carlyle, o il sottoscrittore di un Fondo comune o il lavoratore iscritto a un Fondo Pensione, vuole una sola cosa: rendite finanziarie.

Sotto forma di utili e, soprattutto, di aumento del valore del titolo. E così mentre il rischio si sposta dall’impresa verso il lavoratore, la ricchezza prodotta dall’impresa si muove in direzione opposta: a garantire la rendita finanziaria. Che può essere anche quella del futuro pensionato. Cioè del lavoratore. Il conflitto di classe può tramutarsi, in queste condizioni, in un conflitto intergenerazionale o in un conflitto fra chi ha una pensione legata a rendite finanziarie e chi no.
Bell’affare.

Ora io sono sempre stato dalla parte di quelli che considerano il lavoro un modo estremo, e a tratti volgare, di procurarsi un reddito.

Ma persino io oggi non posso non avvertire quel senso di apprensione, quella fastidiosa secchezza delle fauci, quel brivido sulle spalle che prende il malcapitato che incautamente decida di farsi i conti in tasca e di ragionare sul suo futuro economico.

Ma prontamente Walter dissipa i nostri dubbi.

“Per questo nasce il Partito democratico. Che si chiamerà così. A indicare un’identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all’irrinunciabile tensione all’uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno.”

Quel “che si chiamerà così” (punto) sparato là in forma assertiva, dal punto di vista retorico mi piace. Finché non mi sorge spontaneamente una domanda: già, che vuol dire chiamare un partito Democratico in Italia?

So perfettamente cosa significa Partito Democratico negli States: un partito che riunisce dai “leftist” ai senatori razzisti degli Stati del Sud, al senatore Libermann, estrema destra del fondamentalismo sionista.

Nella sua storia vi sono stati da Roosvelt, avvocato delle Grandi Coorporations, eternamente commosso dalla miseria altrui, che cercava di risolvere con improbabili Authorithy nella Valle del Tennesee, al Presidente Truman, quello che sganciò la Bomba su Hiroshima e Nagasaki, fino alla “Santa Famiglia” dei Kennedy. Dalla moglie di Clinton, al Presidente Clinton .

Come ha notato più volte Gore Vidal, la differenza fra Democratici e Repubblicani attiene a due concezioni diverse della “Cosa Pubblica”, che trovano fondamento nella tradizione Greco-Latina: Catone Uticense è Repubblicano. Cesare è Democratico. Per chi voglia approfondire l’argomento consiglio una lettura, possibilmente in greco, di Plutarco: Le Vite Parallele di Catone e Focione.

Oppure uno splendido testo di Luciano Canfora.

E ricordare sempre che Abramo Licoln era Repubblicano, ma lo erano anche Teddy Roosvelt e i suoi “Rougue Riders”.

Per i Repubblicani lo Stato si costruisce nei limiti di un “contratto” fra individui ed è tendenzialmente oligarchico. Per i Democratici lo Stato è il “potere del demos”, del popolo, qualsiasi significato si voglia dare a questa espressione. Oggi probabilmente il popolo si configura nell’”opinione pubblica” L’Opinione Pubblica è un termine polisemico che può indicare sia l’opinione dei più, sia l’opinione prevalente sui media. I quali appartengono, tranne poche eccezioni, a ristretti gruppi industriali. Quindi l’ “opinione pubblica” — almeno nel senso mediatico – è anch’essa oligarchica. Ne consegue che la differenza fra Repubblicani e Democratici è ormai davvero insignificante.

In Italia i repubblicani in senso proprio non ci sono mai stati se non come minima minoranza intellettuale: Ugo La Malfa, Gunnella, Pacciardi. E allora?

In fondo ciò che importarsi è dirsi “democratici”. Che in un mondo in cui anche Hitler, Assad (padre e figlio), Hamas e il FIS algerino, per non scordarsi di Kim Il Sung, sono stati democraticamente eletti significa quasi “zero”.

Ma ad attirare la mia attenzione è l’ultima frase alla fine di un periodare inneggiante alle “libertà e alla giustizia sociale”: la definizione dell’uguaglianza fra gli individui come “stesse opportunità.”

Sarò economicista, forse “tardo-maexista”, ma non capisco, e non mi adeguo. Le pari opportunità descrivono una situazione di non discriminazione per genere, razza, religione, etnia, casta. Ma nell’economia e nel sociale che significano? Che a ognuno di noi viene dato, che so io, a vent’anni un “talento d’oro”, come nella parabola evangelica?

Qualcuno dei brillanti economisti ha spiegato a Walter che esistono i patrimoni familiari, le eredità, le “barriere all’ingresso”, i “mercati asimmetrici” i “patti parasociali” che definiscono dalla nascita le opportunità e che, alla faccia di Walras fanno i mercati “asimmetrici”? E che, soprattutto, non ci sono “talenti” da anticipare?

Però “pari opportunità” suona bene.

Proseguiamo.

Inizia una lunga serie di passaggi ispirati alla forma retorica del “non solum…sed etiam”, che si possono sintetizzare in “siamo non solo una forza che eredita le tradizioni del passato, ma anche quella che interpreta i cambiamenti del futuro”. E’ tradizione berlingueriana: ricorda il partito “di lotta e di governo”, ma nella forma retorica scelta il “non solo …ma anche” definisce una iterazione. E’ come se si dicesse “siamo un partito di lotta, ma diventeremo un partito di governo”. Potere della retorica che già Quintiliano, sulle orme di Aristotele definiva come “il far valere una cosa per un’altra”.

Del passato vengono citati solo due eventi: un riferimento alla Resistenza, non nominata direttamente, e uno alla Lotta al Terrorismo. Basta. Va bene così. Tanto, a questo punto, fare differenza fra “terrorismi” è “political uncorrect” e poi di Piazza Fontana non se ne parlerà mai più.

Finalmente si dichiara cosa vuole essere il PD:

“Il Partito democratico, un partito aperto che si propone, perché vuole e ne ha bisogno, di affascinare quei milioni di italiani che credono nei valori dell’innovazione, del talento, del merito, delle pari opportunità.”

Mi fermo. Rileggo. Sobbalzo. In tutta la letteratura politica che ho digerito — e vi giuro che sono migliaia di volumi — non mi era mai capitato di leggere che compito di un Partito fosse di “affascinare”. Una bella donna o un bell’uomo possono affascinare. In senso traslato anche un libro, un film una canzone. Alcuni possono persino restare affascinati dall’eleganza di un teorema matematico. Ma un partito?

Eppure in quell’”affascinare” c’è tutto il degrado della vita politica italiana, il bla-bla di Bruno Vespa di Santoro di Lerner, di Ballarò. C’è il “panino” del TG1/2/3.

Affascinare. Mi incattivisco. Esco dal politicamente corretto. Un uomo o una donna si definiscono affascinanti (non belli, attenzione!) quando nella loro bellezza c’è una malizia o la capacità di nascondere i segni dell’età. Tipo la “soubrette” non più giovanissima di cui si dice “Ma ha ancora del fascino!”. Tipo Raffaella Carrà, per intenderci.

Il PD è “affascinante”. Come Walter. Osmosi del contenente con il contenuto: prodotto perfetto. Marchio di qualità, immagine coordinata …..fregatura garantita!

Ed eccola la fregatura….immancabile. Poche righe dopo.

L’inno all’intervento militare in Jugoslavia.

“In quegli anni assumemmo anche, con Massimo D’Alema, il compito di interpretare un ruolo attivo dell’Italia nei momenti più aspri delle violazioni dei diritti umani nei Balcani. Un’Italia che non voltava lo sguardo dall’altra parte. Un’Italia che accettava e sosteneva la lotta, riuscita, per sconfiggere la logica della superiorità etnica che stava riportando il cuore dell’Europa nel baratro delle fosse comuni. Per sostenere che la pace, dove non c’è, non può essere difesa, ma va ricostruita. Dalla comunità internazionale, lasciando da parte inerzie colpevoli e presunzioni di unilateralismo. Ponendosi agli antipodi di quella aberrazione concettuale che è la ‘guerra preventiva’ e di quella follia che è stato l’intervento in Iraq.”

Prepariamoci. Il PD “non ripudia la guerra come soluzione delle controversie ecc. ecc.” (art.11 della Costituzione)

Il PD è un altro partito incostituzionale.

Non solo. Il PD nasce dal “Crollo del Muro”.

Leggete qua: “Personalmente ho creduto alla prospettiva del Partito democratico anche quando pareva difficile, quando era considerata lontana e impossibile. Mi sembrava che con l’abbattimento del Muro, con la vittoria della libertà sulle dittature comuniste, potesse aprirsi un tempo nuovo. Un tempo di libertà, un tempo di ricerca fuori dai recinti ideologici, un tempo di curiosità intellettuale e di incontro con l’altro. Un tempo di ponti e non più di fili spinati.
Mi sembrava che si aprisse la possibilità di costruire un campo ampio e pluralista, capace di comprendere chi pensava che con la fine degli ‘ismi’ non fosse finito il bisogno di giustizia sociale, di riscatto degli ultimi, di difesa dei diritti umani e civili. Il bisogno di una sinistra moderna e innovativa, per chi ad essa sentiva di appartenere e vedeva aprirsi opportunità inedite per rispondere, in modo nuovo, ai propri compiti di sempre.”

Cioè l’impagabile Walter ha dovuto aspettare la caduta del Muro? E tutte le fesserie sull’Eurocomunismo? Ci sta dicendo forse che fino al 1989 esisteva ancora un legame diretto e cogente con l’URSS?
A leggere questa frase sembra che stia parlando un socialista, un liberale, un radicale: ma lui era un dirigente del Partito Comunista Italiano di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer (quelli dopo non se li ricorda nessuno).

Ora io sono anarchico e quindi appartengo a una tradizione che sperava nella fine della dittatura bolscevica dai tempi di Kronstandt (1921). E che ha continuato a sperarci anche durante la Guerra di Spagna, l’insurrezione operaia di Berlino del 1953 e la Rivoluzione dei Consigli Operai in Ungheria nel 1956, che nessuno, né in passato né adesso, riconosce come tale in Italia.

Mi fermo subito ché la bile ribolle, e poi non voglio litigare con chi la pensava diversamente.

Eppure… Eppure tutto questo liberismo compassionevole in bocca a un ex-pcista suona falso come una campana rotta, per quanto la retorica si sforzi non si trovano che chiasmi e ossimori. Fino al “volemose bene” di demo-cristiana memoria:

“Superiamo allora gli odi, i rancori e le divisioni che impediscono di guardare con lucidità alla situazione economica. La ripresa economica non è né di destra né di sinistra: è un bene per tutto il Paese, e tutti abbiamo il dovere di fare ciò che è necessario per prolungarla, rafforzarla, estenderla ai settori e ai territori che ancora non l’hanno agganciata. Un duraturo e moderno sviluppo economico non si ottiene se ciascun soggetto, ciascuna impresa, ciascuna categoria, si rinchiude in se stessa come una monade isolata dal contesto esterno. Non si fa sviluppo con l’egoismo nazionale.”

Risponderanno di “animal spirits” del capitalismo italiano e internazionale a questo accorato appello?

Dubito fortemente.

Perché se una politica deve essere liberista, per la flessibilità “contro i conservatorismi di destra e di sinistra” — come dice Walter — non si capisce perché non affidarla a un liberale.

Seguono nell’ordine:

1) Appello per Unione Europea e per la sua Costituzione, fortunatamente bocciata da Francesi e Danesi. Una Costituzione che è l’unica al mondo a indicare nel dettato costituzionale la struttura del sistema economico: neanche la costituzione dell’ex-URSS si era spinta a tanto, segno che il “pensiero unico” è la forma moderna della “dittatura democratica”. (Tiè! Stavolta lo sparo anch’io un ossimoro!)
2) Sviolinata ambientalista, su Kyoto e dintorni, che si conclude però con questa bella trovata: “Quello a cui pensiamo è l’ambientalismo dei sì. Sì a utilizzare le immense possibilità della tecnologia per difendere la natura. L’ambientalismo è l’unico campo in cui l’obiettivo più radicale è conservare: conservare un equilibrio naturale. Ma è anche l’unico campo in cui l’unico modo per conservare è innovare: dal ciclo di smaltimento dei rifiuti, appunto, alla possibilità di muoversi usando infrastrutture su ferro; dall’uso dell’energia solare all’idrogeno. Sono le conquiste scientifiche e tecnologiche a consentire, oggi, di difendere l’aria, l’acqua, la Terra.” Traduzione: sì ai termovalorizzatori e alle polveri sottili
3) Il cosiddetto patto generazionale. L’incipit qui è non privo di “humor noir”. Prima, parlando degli anziani, ci si rallegra dell’aumento dell’aspettativa di vita. Però… però certo tutte queste vecchiette e vecchietti un problema pensionistico lo pongono. Bene, dice Walter concorde con i più puri liberisti, alziamo l’età lavorativa. Ché forse con la media di incidenti sul lavoro che c’è in Italia una parte del problema è risolto. Ma è sui giovani che il nostro tocca l’apice: puro Teatro dell’Assurdo: “Perché mai oggi un ragazzo non deve poter avere le garanzie, le tutele sociali e le opportunità che esistono per i suoi coetanei inglesi?”

Inglesi? Ma non era un appassionato di cinema, Walter? Non va a vedere i film di Ken Loach? Ha mai messo piede a Glasgow, Edimburgo, Liverpool o anche solo a Brixton?

Ma la soluzione c’è. Siamo noi stupidi a non essercene accorti!

“Mi ripeto, so di farlo: la lotta alla precarietà è la grande frontiera che il Partito democratico ha davanti a sé. Non si vince questa lotta senza riscrivere un patto generazionale tra gli italiani. Senza spostare le ingenti risorse oggi impegnate per far fronte agli squilibri del sistema pensionistico verso i giovani e la loro inclusione”

Insomma bisogna togliere ai “Vecchi” per dare ai “Giovani”?

Di chi è la colpa?

“C’è poi un capitolo, del patto fra le generazioni, che dobbiamo avere il coraggio di non dimenticare. A carico di noi tutti, ormai da vent’anni, pesa un ingente debito pubblico, conseguenza dei conflitti sociali degli anni ’70 e dell’irresponsabilità degli anni ’80”.

Insomma del ’69 e di Bettino Craxi.

Confesso che me lo aspettavo. Questa storia del debito pubblico mi ossessiona dagli anni ’80.

Allora fu presa una decisione sbagliata: il “Divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro”, all’epoca provvedimento tipico nei paesi del Terzo mondo sottoposti all’usura del F.M.I., oggi generalizzatasi in Europa ma non in Gran Bretagna, nel Giappone, negli USA, nella Cina e in Russia, cioè nella maggioranza del G.10,

Lo Stato fu costretto a finanziarsi con emissioni obbligazionarie: BOT, CCT, BTP ecc.

Se invece si fosse aumentata la base monetaria vi sarebbe stata certo una fiammata inflazionistica di tipo sudamericano, il sistema politico dell’epoca sarebbe saltato, ma il riaggiustamento sarebbe avvenuto in un anno, massimo due. No, si decise di “divorziare”, si continuò a spendere e ci si finanziò a debito. Ma se lo Stato Italiano si indebitava, chi gli faceva credito? All’epoca erano gli italiani stessi. Non tutti. Solo quelli che potevano risparmiare. Cioè le classi di reddito più alte. Poi anche le imprese usarono il debito statale per porlo a garanzia dei propri debiti. Infine tutti. Era una partita di giro che determinava una enorme redistribuzione del reddito ancora una volta verso la rendita finanziaria. Ma finché era una partita “giocata” in casa si poteva ancora fare. Un consolidamento totale o parziale del debito era tecnicamente possibile.

Alla fine arrivò Mario Draghi, Direttore Generale del Tesoro e decise l’istituzione del “Mercato Secondario dei Titoli di Stato”. Morale: molto più del nostro debito ora è collocato sui mercati internazionali.

Finché era debito “italico” si poteva anche consolidare. Adesso si farebbe la fine dell’Argentina.

4) La Ricerca: “Se la nostra è la società della conoscenza, l’educazione e la formazione sono al centro di tutto. Non possiamo più trovarci costantemente agli ultimi posti tra i paesi a cosiddetto sviluppo avanzato, non è più accettabile che i diplomati tra i 25 e i 64 anni, ossia nella fascia di età dove si concentra il tasso di occupazione, siano solo il 37,5%, otto punti in meno della media Ocse. Non è possibile che i laureati in Italia siano appena il 12% della popolazione, poco più di uno ogni dieci italiani, la metà della media Ocse.”

Ma non è stato il Governo Prodi a tagliare la spesa per Università e Ricerca e ad aumentare le spese militari? Mah!

5) La sicurezza: più poliziotti per le strade specie per controllare gli immigrati.

6) La necessità di aumentare il decisionismo del Governo.

E poi i rapporti con “l’opposizione” ispirati a rispetto e dialogo. La retorica qui assurge a toni aulici:

“L’Italia deve recuperare in pieno, e il Partito democratico anche a questo deve servire, il senso di un’appartenenza comune, il senso profondo di essere una nazione. Una nazione unita. Un solo popolo. Una sola comunità. Non ci sono due Italie, c’è un’Italia sola. Non c’è un ‘noi’ e non ci sono ‘gli altri’, quando si parla degli italiani.”

Manca un solo DIO e siamo tornati al “nazionalismo comunitarista”. Deriva pericolosa, presente in tutto il discorso.

Segue il pezzo “doveroso” sul dialogo fra religiosi e laici, condannando fondamentalismi dell’uno e dell’altro. Va di moda, affascina, quindi si scrive.

La “chiusa” è buonismo.doc Mi sono vergognato a leggerla. Mi vergogno a citarla. Mi vergogno sempre quando si sfrutta il dolore e la morte di qualcuno a fini politici, alla fine di un discorso politico. Gli appassionati del genere possono leggerla nel discorso integrale. Io no. Io mi fermo qui.

P.S. Sono andato qualche giorno dopo a una riunione per la formazione del PD. Mi avevano invitato, ovviamente non come Sbancor. Erano tutti ex PCI, sessantenni, un po’ sfigati, vestiti male. Pensioni da mille euro o poco più. Figli disoccupati. Parlavano dei sacrifici da fare per il bene del Paese. Come ai tempi di Lama e Berlinguer. Portavano la sconfitta segnata sul viso. Brava gente. Mi sono commosso. Forse mi iscrivo. Solo per il piacere di rivederli una volta ogni tanto. Metterò la tessera fra quella del Circolo del Biliardo e il brevetto da Sub.
Caduta la divisione fra destra e sinistra, finiti gli —ismi, come dice Walter, la verità non sta più nella retorica politica. Forse neanche più nella politica. “La Verità è un mobile esercito di metafore”, come scriveva Nietzsche. Gli uomini invece restano spesso uguali a se stessi per il tempo che il destino assegna loro. Forse è un difetto. Ma è ciò che li rende umani, troppo umani.