di Gioacchino Toni

Vittorio Gallese, Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2026, pp. 272, € 16,00

Come spiega lo stesso Gallese nella premessa, questo suo volume «nasce dall’urgenza di ripensare il Sé alla luce delle nuove forme di mediazione tecnica che strutturano il nostro essere nel mondo» per tentare «di comprendere cosa stia diventando il soggetto umano nell’epoca della sua interazione quotidiana con dispositivi digitali». Quello in corso non è un processo di disincarnazione, ma una nuova modalità dell’esperienza incarnata, il Sé digitale. Non si tratta di un Sé che nasce al di fuori del corpo, puntualizza Gallese, ma derivante da «pratiche sensomotorie e affettive riconfigurate dalla mediazione algoritmica. A fianco dell’altro umano, ora sempre più mediato dagli schermi, compare un altro non umano, simulato e predittivo: l’intelligenza artificiale». Mentre da un lato l’IA si adatta allo stile comunicativo umano, riplasma quest’ultimo e in tale meccanismo di reciprocità «l’alterità artificiale potrebbe diventare il nuovo modello di soggettivazione» (p. 12). Lungi dal limitarsi a rispondere alle richieste umane, l’algoritmo agisce antropologicamente sull’essere umano modificandone lo stile di vita, il modo di dare senso alle cose, configurandolo nell’intimità suggerendogli il desiderabile.

Al fine di comprendere la portata delle trasformazioni in atto, sostiene Gallese, occorre ripensare radicalmente l’ontologia del soggetto, guardare al Sé non come a un’entità data, ma come a un processo dinamico, relazionale e corporeo che si costruisce «attraverso le pratiche, gli ambienti e le tecnologie che ne modulano l’esperienza» (p. 17). «L’altro artificiale non è più solo lo specchio, ma può divenire anche la matrice» (p. 19).

Gallese esplora la tensione tra continuità incarnata e mutazione algoritmica al fine di «delineare la genealogia e la struttura del Sé digitale a partire dalle sue radici “analogiche”, cioè corporee e intersoggettive» e «offrire una mappa teorica delle trasformazioni ontologiche, estetiche e affettive potenzialmente producibili dal nostro incontro quotidiano con i contemporanei dispositivi tecnologici» (p. 20). Dopo aver definito il quadro epistemologico e concettuale criticando il neurocentrismo e il riduzionismo ontologico di un certo tipo di neuroscienze, lo studioso introduce la scoperta dei neuroni specchio proponendo la definizione del Sé corporeo e la teoria della simulazione incarnata, dunque sviluppa «la nozione di ontofenomenologia incarnata come struttura dinamica dell’esperienza, capace di accogliere e trasformare le diverse “ontologie regionali” prodotte dalle tecnologie» (p. 21).

La scoperta dei neuroni specchio e la formulazione della teoria della simulazione incarnata hanno profondamente trasformato il modo in cui concepiamo la relazione tra sé e altro, corpo e mente, percezione e comprensione. Hanno spostato l’asse della soggettività dal mentale al corporeo, mostrando che è attraverso il corpo che entriamo in relazione con il mondo e con gli altri. L’intersoggettività non è più intesa come un’impresa rappresentazionale e inferenziale, ma come un processo incarnato, dinamico e situato, in cui l’altro è esperito prima ancora di essere concettualizzato (p. 58).

Si tratta dunque, secondo lo studioso, di operare una riconfigurazione dell’antropologia del soggetto che abbandoni una volta per tutte le tradizionali dicotomie tra mente e corpo, natura e cultura. Il paradigma della simulazione incarnata rappresenta un efficace strumento concettuale per l’esplorazione del Sé come costruzione dinamica derivante da pratiche relazionali, percettive e affettive. Anziché guardare al corpo come veicolo della soggettività occorre intenderlo come suo luogo costitutivo. Il Sé si costituisce attraverso l’interazione con l’altro, attraverso un’interazione fatta di rispecchiamento, imitazione, empatia e distinzione. Tutto ciò implica una revisione delle categorie classiche dell’identità, dell’intenzionalità e della coscienza, categorie che necessitano di essere riformulate alla luce della loro dipendenza dai vincoli corporei, sensoriali e ambientali. La simulazione incarnata si rivela, dunque, una vera e propria ontologia del soggetto incarnato che «consente di ripensare l’esperienza estetica, linguistica, narrativa come processi fondati sulla corporeità e sulla risonanza intersoggettiva, ampliando così il campo delle scienze cognitive verso un’integrazione con la filosofia, l’antropologia e le arti» (p. 59).

«Cosa succede all’empatia e alla reciprocità quando la presenza corporea dell’altro è mediata digitalmente o sostituita da un avatar? L’attenuazione dei segnali corporei compromette la risonanza affettiva con l’altro, oppure apre a modalità inedite di condivisione sensoriale e simbolica?» (p. 60). Gallese procede analizzando «la cultura visuale e la civiltà dello schermo, la funzione estetica dei dispositivi, la natura interattiva delle immagini digitali», per poi affrontare «la costruzione del Sé digitale in ambienti mediali pervasivi, la relazione con l’alterità artificiale dell’IA, la trasformazione dell’empatia e dell’intimità nell’epoca dell’interfaccia» (p. 21).

Le narrazioni fantascientifiche si sono spesso occupate del Sé artificiale, della possibilità di un soggetto non umano capace di pensare, decidere e sentire, alimentando un immaginario inquieto che oggi, con l’avvento delle reti neurali generative e dei sistemi di deep learning, assume un’inedita concretezza. «La domanda fondamentale, allora, non è solo se le macchine possano pensare, ma se noi siamo ancora capaci di pensare la soggettività al di fuori del paradigma computazionale» (p. 172). L’intelligenza artificiale riflette le ambizioni, le paure e i limiti teorici dell’essere umano, confrontarsi con essa induce a riconsiderare la natura del Sé, del corpo, dell’esperienza e dell’intelligenza.

L’intelligenza umana non è separabile dal corpo che la incarna, se la si riduce a un insieme di funzioni computabili si perdono di vista la sue dimensioni esperienziale, carnale e affettiva, che sono ciò che la contraddistinguono e la rendono significativa. Secondo Gallese le diverse forme di intelligenza artificiale non devono essere pensate come soggetti, ma come dispositivi: «strumenti che riproducono comportamenti intelligenti senza comprendere il mondo. Nonostante l’effetto di presenza generato dalla loro interazione performativa, esse restano sistemi opachi, privi, almeno a tutt’oggi, di intenzionalità e di autocoscienza» (p. 175).

Non si tratta di negare il valore o il potenziale trasformativo dell’intelligenza artificiale, sottolinea Gallese, ma di «rifiutare l’equiparazione ingannevole tra simulazione di coscienza e coscienza umana, tra performance e soggettività. Una critica del Sé artificiale deve partire dalla consapevolezza che l’intelligenza umana è sempre, irriducibilmente, incarnata» (p. 176).

Le intelligenze artificiali sono «infrastrutture del potere, articolazioni di un sapere che si nasconde nella neutralità dell’efficienza» e «la soggettività algoritmica non nasce da un progetto condiviso, ma da un’infrastruttura proprietaria e opaca» (p. 178). Insomma, «il “Sé” artificiale algoritmico è un Sé prefigurato, generato da correlazioni statistiche, estratto dal passato per controllare il futuro. La soggettività diventa un sottoprodotto di processi di sorveglianza e previsione» (p. 178-179).

Così, il rischio più insidioso non è che l’IA ci sostituisca, ma che ci modelli: che ci spinga a adattare le nostre forme di pensiero, relazione e linguaggio alla logica dell’algoritmo. La soggettività algoritmica, allora, è una forma di delega che diventa norma. È il punto in cui l’automazione incontra l’identità, e la trasforma: non imponendo un Sé nuovo, ma riducendo l’umano a funzione, a comportamento prevedibile, a pattern classificabile. […] Per comprendere davvero il senso dell’intelligenza artificiale, dobbiamo quindi guardare non solo a ciò che essa fa, ma a ciò che ci fa diventare (p. 179).

Nell’ultima parte del volume, lo studioso avanza una sua proposta teorica:

l’estetica radicale come spazio critico per pensare la soggettività incarnata nell’epoca dell’algoritmo. Un’estetica non confinata all’arte, ma intesa come capacità di sentire, di esporsi, di essere toccati. In un mondo sempre più progettato per eludere l’alterità, l’aisthesis diventa il luogo in cui la relazione con l’altro può ancora accadere. Contro la soggettivazione algoritmica, serve una politica del sentire che restituisca alla relazione la sua opacità, alla presenza la sua intensità, all’esperienza la sua imprevedibilità connettendo la presenza fisica a quella digitale (pp. 21-22).

Da una prospettiva scientifica e filosofica, che riconosce la centralità del corpo, delle relazioni e dell’esperienza sensibile, con questo libro Gallese intende contribuire alla comprensione della porta delle trasformazioni in atto, fornendo «strumenti teorici per abitare criticamente il nostro presente, e contribuire a una nuova antropologia del soggetto, capace di pensare il Sé come realtà incarnata, situata e tecnologicamente modulata» (p. 22). Il corpo deve essere inteso come un processo, una soggettività in atto, un intrecciarsi di affetti, posture, pratiche e tecnologie. «In un tempo in cui l’alterità rischia di diventare funzione, e il ripiegamento nella solitudine un progetto, l’urgenza è tornare a pensare il corpo non come nostalgia, ma come condizione generativa di ogni possibile futuro» (p. 22).

Più che domandarsi cosa significhi essere umani nell’epoca della mediazione tecnologica, secondo Gallese occorre chiedersi cosa cosa l’essere umano possa ancora diventare perché «non esiste un’essenza dell’umano da salvare, né un’origine a cui tornare. Esiste soltanto un continuo lavoro di co-emersione, in cui il reale prende forma a partire da relazioni incarnate, affettive, situate» (p. 244).

Non ci viene chiesto di scegliere tra il naturale e l’artificiale, tra reale e virtuale, tra corpo e codice. Ci viene chiesto di pensare le condizioni del nostro stare al mondo in un paesaggio sensibile in mutazione. Di assumerci la responsabilità del modo in cui il mondo appare, e quindi del modo in cui può essere. In fondo, tutto questo può essere riassunto in un’affermazione semplice: la realtà è una possibilità incarnata. E se è una possibilità, allora riguarda tutti noi. Non come spettatori, ma come co-autori, come presenze germinative di mondi futuri (p. 247).