di Franco Pezzini
Lo scuru, regia di Giuseppe William Lombardo, sceneggiatura di Pietro Seghetti e Giuseppe William Lombardo dal romanzo di Orazio Labbate, con Fabrizio Falco, Daniela Scattolin, Fabrizio Ferracane, Simona Malato, Vincenzo Pirrotta, fotografia di Sara Purgatorio, Italia 2025.
“‘Lo Scuru è cosa sovrannaturale dentro un bivio biforcuto. Lo incontri vagando nella notte o cercando in un bara,’ diceva Nitto murmurianno come unu che spia le discurrùti dei morti”; così nel romanzo omonimo di Orazio Labbate, la spiegazione del titolo che connota anche la libera trasposizione appena apparsa su grande schermo. In scena è il cosiddetto gotico siciliano.
Non pare sterile erudizione ricordare come il termine gotico riferito alla letteratura nasca in realtà da un richiamo al gotico artistico: cultore di medioevo, Walpole aveva in mente quello, nel sottotitolare il suo The Castle of Otranto, 1764, come “A gothic story”. Ma, nel sabba delle interpretazioni dell’etimo originale sciolto come “dei Goti”, cioè in soldoni “alla tedesca”, sono emerse alcune alternative: non filologiche ma, come tante false etimologie, possono dire qualcosa di una recezione e interessare i sottogeneri derivati.
Gotico dunque, in ipotesi, da goetico, con la goezia come magia nera, a implicare le ombre di un’età considerata oscurantista; oppure da argotico, l’argot come gergo segreto (e qui i misteri delle cattedrali ci stanno tutti) che cripterebbe i messaggi. Insomma, occulto e mistero. Ma se ne aggiungiamo un terzo, annettiamo fertilmente un senso ulteriore: l’ergotismo da ergot, la Claviceps purpurea o segale cornuta, responsabile di pirotecniche intossicazioni, con sintomi da neuroconvulsioni epilettiche a gangrena, e fenomeni allucinatori a nutrire le superstizioni di comunità rurali. L’eliminazione – da parte dei contadini – delle spighe di segale più vistosamente infestate non avrebbe eliminato del tutto il problema: quindi minori effetti clinici ma impatti comunque di tossicità. Una contaminazione che – si ipotizza – avrebbe avuto un ruolo nell’uso di farine allucinogene nei misteri antichi mediterranei.
Simili riflessioni accompagnano la lettura delle opere di Orazio Labbate, con storie di una Sicilia (post)rurale dove magia nera, misteri criptati e alimenti rituali o stregheschi accompagnano il lettore: e oggi nello specifico vengono alla mente nell’assistere a questa splendida trasposizione del suo primo romanzo, Lo scuru.
Il testo-base, tessuto di situazioni, emozioni e aloni onirici ancor più che di eventi definiti, è circonfuso di un fiabesco nero molto particolare, tra scambi di riflessioni sghembamente sapienziali, caratteri grotteschi e paradossali come a firma di fratelli Grimm impazziti, schegge di eresia e mitemi degradati, ricordi fusi in magma inestricabile e infanzie leggendarie e maledette (“Le voglio di carne, le rimembranze, come la morte!”). Nel film tutto questo è ricucito in una vicenda di detection anzitutto interiore, una sorta di thriller orrifico dove le dimensioni argotica – il mistero da decrittare, legato a un linguaggio altro e insondabile – ed eventualmente ergotica – botte di farmaci e allucinazioni, nell’ambito di rituali inconosciuti dal povero protagonista – si incalzano in una quest straniata. Insieme con un pathos da film western, un’estetica Southern Gothic per il racconto di un protagonista – Raz, interpretato con grande efficacia da Fabrizio Falco – che torna al proprio villaggio sotto scacco di meccanismi criminali e ombre più oscure. Misurandosi col timore che la propria sofferenza psichica si esaurisca in trauma e malattia mentale – eccolo alle prese con scatole di calmanti e capsule di farmaci – e in ultimo con la possibilità persino più disturbante che la cifra interpretativa debba essere invece folklorica e magica. Arriviamo dunque alla goezia, tra fatture, impossessamenti, ambigue pratiche di liberazione, in un contesto alla Ernesto de Martino.
In effetti l’intelligenza del film sta anche nel fatto che la tensione tra patologia e credenze non cade mai e non trova soluzione: come nel romanzo, la chiave è l’ambiguità, e romanziere e regista proiettano entrambi nell’opera esperienze interiori e irrisolti (compreso il rapporto con la Sicilia). Da vero e proprio folk horror il film si colloca dunque sullo sfondo ideale di quella riflessione etnopsichiatrica fondamentale per comprendere alcune fattispecie di magia e possessione – e non solo nell’Africa da dove vengono i barconi e nuove credenze da sincretizzare. Del tutto corretto dunque l’accostamento evocato da alcuni spettatori a film come Il demonio di Brunello Rondi. In particolare il ruolo di Teresa, la madre di Raz, ossessa da qualche oscura patologia interiore, e interpretata con intensità straordinaria – fragilità, rabbia, abbandono – da Simona Malato, guarda al Giano bifronte etnopsichiatrico, l’inscindibilità almeno pratica del rapporto tra patologia e credenze, eventualmente magia nera, nel mescidarsi in ultimo di tradizioni esoteriche diverse (le isolane e appunto quelle delle vittime africane di tratta e caporalato).
Se poi vari sono qui gli spazi dell’ossessione, esterni o interni, un ruolo speciale è quello dell’ombrosa stanza da letto della nonna fattucchiera, con grande testata e pediera di legno, i quadri devoti e i rosari appesi, uno specchio che cela qualcosa… e non è un caso (ma può essere un’allucinazione) che lo specchio si frantumi al rifrangersi di Raz. Se consideriamo anche l’uso della maschera (cristica?) fatta indossare durante il rito di liberazione per rendere impossibile allo spirito invasore di riconoscere colui da cui è stato cacciato, e che però diventa – attraverso la fuga di Raz mascherato sulla spiaggia – anche il segno dell’irriconoscibilità di sua padre e della relativa vicenda, abbiamo in fondo l’ennesima conferma che una storia fantastica moderna tratti sempre di identità e relative crisi. La necessità frustrata di riconoscersi incalza in effetti Raz per tutta la sua prova iniziatica di confronto con lo Scuru, fino a una conclusione che non sappiamo in che misura sarà per lui risolutiva.
Del resto tutto, qui, e non solo la vita interiore del povero Raz ma anche l’esistenza dei suoi interlocutori, è angosciosamente avvolto dal cono d’ombra dello Scuru come categoria della realtà, come cifra e quasi Novissimo d’una teologia eretica: anche attraverso l’uso di un bianco e nero molto bello e scabro (mai nulla di artefatto o estetizzante) coi contrasti di cielo e terra di meravigliose panoramiche, il nereggiare – così appare in bianco e nero il bruno naturale – dei raccolti di grano tra maggio e giugno quando il film è stato appunto girato, il gioco dei grigi e delle sfumature per rendere la situazione interiore cangiante di Raz. Il regista stesso ha raccontato come a monte sia anche un episodio da lui vissuto in seguito a un lutto, quando aveva perso temporaneamente la capacità di vedere i colori.
D’altronde il bianco e nero evoca i contrasti della Sicilia, terra di luce rabbiosa e di fiati inferi. Tanto che una maga consultata chiederà a Raz, offrendogli il caffè: “Che ne sai di ’ste cose?”. Poi chiarisce: “Di spiriti, di cose tinte, niente?”. Allora lui scuote il capo, e lei ribatte che quella è terra maligna.
Si dice normalmente che essere fedeli a un libro comporti tradirne la lettera, e qualcosa del genere vale anche qui: Lo scuru – di grande forza, potente regia e congrua fotografia – vanta una sceneggiatura solida che offre adeguato sbocco alle asperità oniriche del testo. Poi certo, per quanto il film sia crudo e nero, il romanzo con le sue derive visionarie, le sue scheggiate asprezze lessicali, il maelstrom delle sue ossessioni che trascinano giù appare (inevitabilmente) ancora più radicale: non uso il termine ligottiano, sia perché oggi il riferimento è diventato sovraesposto e modaiolo, sia perché a differenza che solitamente in Ligotti qui il romanzo (e il film a maggior ragione) vede una svolta e una speranza. Ma nel romanzo Lo scuru è il magma della voce, di una lingua che è già visione, a trascinare il lettore nella risacca di pensieri e ricordi, tanto che i fatti esteriori si sciolgono in quelli interiori. Mentre il film, come è giusto, mira a mostrare (quindi una visione che è già lingua), a drammatizzare in scambi espliciti: ed è ciò che quest’opera fa, a partire appunto dalla risacca marina con cui si apre – eco di naufragi per mare vecchi e nuovi e di alcuni specifici naufragi esistenziali. Dando enfasi a temi presenti nel romanzo (appunto il mare degli scafisti e dei naufragi di barconi, lo squilibrio mentale, il rapporto con una certa Sicilia) e ricalibrando alcune psicologie e cronologie: per dire, il protagonista del romanzo è nell’oggi un anziano avvocato in pensione che ricorda fatti antichi prima di morire, mentre nel film – a distanza di decenni dagli anni Novanta, quindi oggi – troviamo un giovane marginalizzato che riesce a fare solo lavoretti, e nulla suggerisce che in futuro potrà studiare giurisprudenza. Insomma nel libro una figura del dopo, malinconie senili comprese, vs. nel film una figura del prima, che certo ha un passato misterioso con cui confrontarsi ma anche mille domande su un futuro.
Nel romanzo Concetta è la nonna di Razziddu e la madre Angelina; nel film, rispettivamente e con differente sviluppo, si parla di Maria (Guia Jelo) e Teresa (Simona Malato). I Padri Giummarredda e Provinzano sfumano insieme nel tormentato Padre Manfredi del film (Vincenzo Pirrotta). Ma soprattutto, verrebbe da dire, la diversità si avverte nelle due figure-chiave di Rosa e di Nitto.
La prima, Rosa Martorana, nel romanzo:
Nisciu dalla vettura una femmina cogli occhi neri di una vallata. Aveva la carne soda, cremosa di violati incroci razziali: Cartagine, Siracusa, Atene dentro quella fierezza torturante che toglieva a Dio gli occhi e la Creazione, poiché anche l’Eterno avrebbe dovuto accecarsi. Lo scirocco, nel buio, scartava la chioma della ragazza che adesso era una scintilla sotto la luce del camioncino.
Nel film è invece una splendida ragazza africana (Daniela Scattolin), salvata dal naufragio di un barcone: e lei, con la sua dubitosa apertura al magico e la sua concretezza di approccio (si spende per liberare altre ragazze da una tratta che gioca anche su credenze streghesche), è l’alleata ideale di Raz, la siciliana di nuova generazione e di rinnovate speranze, di un’ennesima immigrazione in un’isola dai mille sbarchi. Come Rosa per il Razziddu del romanzo, in modo diverso e parallelo la sua omonima del film, solida e rasserenante (meravigliosi i giochi di sguardi attorno che l’attrice, bravissima, saetta a suggerire una lucidità salvifica), è per Raz una potenziale garanzia di futuro. Si è rilevato il nesso interessante tra le presenza nera in questo film e un clima Southern Gothic americano.
La seconda figura-chiave, nel romanzo il mago Nitto Petralia, ha un “volto come le punte delle falci per la mietitura, capelli lunghi e una varba vappariùsa ché c’iscuriva la faccia”. Vive nel faro di Licata, luogo dal simbolismo estremo: “Era dunque ancor più sterminata la mostruosità dell’accadimento; un guardiano magico è come un essere mitologico”, e pare sia legato da amicizia al padre di Razziddu. Nel film, invece, Nitto è un ambiguo mentore di età matura, che incrocia i cammini di tutti personaggi: un uomo che ha studiato, si è occupato della madre di Raz, mostra al ragazzo un’affezione come tra padrino e figlioccio. Una figura più tragica che nel romanzo, grazie anche all’intensissima interpretazione di Fabrizio Ferracane: non più grottesco come il mago ma umano, piagato e terribile. E, senza spoiler, il confronto finale in una cantina-grotta, quasi un omphalos ctonio dove tutto trova un senso per quanto assurdo e notturno, dice molto di ciò che sia lo Scuru.
I pianeti si confessano coi mandorli. Noi li vedremo da morti, i pianeti. Lassù la morte è in attesa, non fa mosse, eppure trama, superati i tronchi e le ombre dei tronchi, per abbattersi nel primo buco nivuru che sia un fasciame di lucciole stutate o il pianto di un uomo grasso di peccati che ha tolto le pile a un lume. Dapprincipio però vi è stato il buio, luce e verbo in Sicilia peccarono e si stinsero nella mandorla quando ancora non si poteva aprire. Dunque andrò via pulito da contrada Miennula. Non posso scagliare le prime pietre, posso solo cacciarle verso il buio.
Nello scuru la tentazione ritorna e nessuno può lavare i tuoi peccati. Sei un cristiano di facciata, sei un membro della comunità di Dio, assente.



