di Neil Novello

Rosa Mangini, La rivoluzione, forse domani, a cura di Chiara Solerio e Marco Vagnozzi, Divergenze, Pavia, 2025, euro 16.00.

Quella resistenziale, salvo le rare eccezioni rappresentate da Pin nei Sentieri dei nidi di ragno (1947) di Calvino o da Corrado nella Casa in collina (1948) di Pavese, personaggi più fuori che dentro la Resistenza, è una letteratura «in re». D’altra parte, attraverso l’impegno di Enne 2 in Uomini e no (1945) di Vittorini, la staffetta Agnese di L’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò, i protagonisti di I ventitre giorni della città di Alba (1952) di Fenoglio oppure la narrazione in presa diretta di Diario partigiano (1956) di Ada Gobetti o, ancora di Fenoglio, la vita di Milton nella Questione privata (1963) o quella di Johnny nel Partigiano (1968), la letteratura della Resistenza rappresenta una sua peculiare dimensione «abrupta», interamente collocata, per così dire, «in medias res».

All’alba degli anni Quaranta, prima ancora che una letteratura della Resistenza fissasse in narrazione i crudi anni della lotta armata antifascista, un’anonima insegnante del pavese, forse di origine tedesca, Rosa Mangini, tra il 7 e il 16 febbraio 1941 scrive il racconto lungo (o romanzo breve) La rivoluzione, forse domani, al novembre 2025 giunto alla ventinovesima ristampa. Sulla misteriosa autrice si sa, inoltre, che abbia scritto l’opera tra Costa de’ Nobili e San Zenone del Po, le terre pavesi presso il ramo dell’Olona che immette nel Po. Custodito in una cartella di pelle insieme a un romanzo andato perduto per i due terzi, La rivoluzione anzitutto ridefinisce la periodizzazione della letteratura resistenziale. Tra i romanzi appartenenti al canone, questo di Rosa Mangini costituisce, non solamente una prima voce, ma qualcosa di più. Esso appare un racconto pre-resistenziale, un’orchestrazione di contenuto che annuncia la resistenza antifascista prima della Resistenza. E prima della Resistenza, scrivendo La rivoluzione Rosa Mangini ha scritto anzitutto un’istantanea dal vero, la realistica fotografia di un mondo vivificato da uomini di grandi ideali tra eventi capitali accaduti in un lembo di terra esteso fra Zenevredo e i suoi immediati dintorni. La singolare caratura della narrazione, l’interpretazione resistenziale della Resistenza che verrà, tradisce propriamente l’imperativo «in re», cioè la lotta antifascista come fatto di armi, di violenza e sangue. E la tradisce perché La rivoluzione è resistenziale nella misura in cui mette in scena una primordiale coscienza politica collettiva, l’emergere di un sentimento che restituisce l’empito originario di un’organizzazione antifascista. Nella Rivoluzione insomma è in boccio l’avvento di una visione di parte e già la necessità di superare gli ideologemi antireazionari pervenendo così a una prassi secolare, a un’insurrezione sognata che resta embrionale e si fa la rappresentazione in vitro di un tempo di vittoria a venire.

Al cuore della Rivoluzione troviamo la storia d’amore tra Michele e Melania. Un cuore che irradia e pulsa sia la ragione del sentimento sia la volontà di opposizione, ideologica e prammatica, alla pervasiva forma di un’azione nazifascista che penetra nelle campagne, circola nei paesi, minaccia apparendo e così richiama appunto la necessità di contrastare, di pensare una dialettica liberatrice. Uomini come Michele e Melania, Clerici, Paolino, Volpe, Stalin e il Balussìn (e Bicio, Artemio, Cecco, Baldo) saranno i «condannati a morte della Resistenza italiana», i sognatori di un tempo aurorale cancellato dalla cupa barbarie fascista. Dall’inizio della Rivoluzione, infatti, per il vecchio Aldo Balossi i «giovanotti» sono anche «soldati», uomini in potenza di utilizzare un’arma, proprio contro quei «tudèsc» capaci di combattere la «guerra persa» (il Balossi vi ha combattuto contro nella Prima guerra mondiale), invisi anche a Michele che li obbligherebbe alla «servitù». Ora, nella Rivoluzione, l’intera sostanza dell’esistenza comunitaria figura una sopravvivenza edenica, e i giovani, gli anziani la vivono nella consapevolezza di doverla difendere, preservare dalla sciagura nazifascista. Ritorna in mente un celebre incipit critico di Pasolini a Un po’ di febbre di Sandro Penna, poi rifluito in Scritti corsari, tra le cui righe si legge di uno status quo inalterabile nonostante la forma della vita, ritenuta comunque stupenda, appaia un’isola felice battuta dalla marea fascista:

Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo!
La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata: non dico i suoi valori – che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire – ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, ché tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata.
Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che la città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati […].

Ora, la Rivoluzione mette in scena proprio tale «forma della vita», anzi introduce il suo momento aurorale e insieme la minaccia, il pericolo della sua fine. È qui dunque il nucleo esemplare del racconto, la storia intima, profonda di una comunità umana che si difende dall’apocalisse, dalla distruzione del proprio essere collettivo. Perché a rischio di perdita vi è proprio quel «paradiso» che Melania immagina quale teatro del suo amore per Michele, del suo amore appunto per la pasoliniana «forma della vita», o con le parole di Rosa Mangini, di un «sogno senza spazio e volume che prende l’età della giovinezza quando cavalca una fantasia». E dopo il primo e di qua del secondo bacio tra Michele e Melania a irrompere è la voce di Clerici, la voce che avverte l’amico su «due nella piazzetta!», due che parlano anche in nome di «chi si consegnava alle fila del regime». Quando poi Stalin affronta l’«uomo a capo nudo», l’uomo che ha chiesto «Qualcheduno sa dov’è?» a proposito di uno fra i «traditori», Mombelli, il giovane compagno replica coraggiosamente: «A tradire la terra!». I «traditori», dunque, con le parole di Melania, cioè «chi è con loro», figurano il flagello fascista identificando il morbo che contamina un «giardino incantato».

Ma il fascismo, le guerre del fascismo requisiscono e condannano vite umane, come Ercole e tanti figli di «comari», di madri senza una «bara» né una «pietra» su cui piangere le proprie creature. Morire senza ragione, perdere la vita per un mandato irragionevole, inumano, è su questo punto che la generazione dei Balossi, della moglie Gina e i «giovanotti», di Michele e Melania, si salda a un solido proposito, l’antifascismo come difesa del proprio mondo. Ed è da tale consapevolezza collettiva che il «nonu» Balossi regala una «lama» a Michele perché la faccia vibrare contro gli «impostori».

Quando due «foresti», uno in «camicia nera», l’altro della «stessa risma», entrano nell’osteria di Peppa e Giuàn, come per l’episodio di Stalin, ancora una volta è Melania il «deus ex machina», cioè chi ragiona sull’evento da una specola onnisciente: un vero e proprio panòpticon civile. La donna medita sulla possibile relazione tra i due squadristi, i cupi avventori nell’osteria, forse «impostori» o «traditori». Pertanto, il grande gioco della rivoluzione senza domani, nel racconto di Rosa Mangini richiama la comune volontà sociale di una traque al fascista segreto, al «tudèsc», a quel «Montacuto», al secolo Montù Beccaria, il nome del quale Melania coglie nel dialogo tra i due «gallonati» per poi riferirlo a Michele. La segreta tensione politica dei «giovanotti» appare, al momento del suo sviluppo, come un saggio di cospirazione, la prova di un gruppo di adolescenti antifascisti colto nell’atto di sperimentare strategie, prove, tattiche e scelte per contrastare la macchina fascista, la sua infame compromissione con i tedeschi. Quando la voce di Stalin si alza sulle altre, «chi sta col duce è contro di noi», la cospirazione sta maturando in un progetto, in un’idea ritenuta talmente «balorda» da poter scatenare un benefico «putiferio».

L’embrionale coscienza politica dei cospiratori è dotata di un forte senso politico. Esso, infatti, riguarda il tema cruciale della terra, in sostanza il luogo primo di sopravvivenza e di vita per la comunità. Saggiare i contadini introducendo la diceria che il «partito ha deciso di mandare degl’uomini a valutare le terre» allo scopo di «vendere ai tedeschi», è notizia che colpisce il bene primario, il denaro, alimentando così lo spauracchio della fame. Ma la «favola» pubblica è la colossale costruzione di una strategia politica in scala ridotta, un carotaggio teso a verificare la tenuta di una cospirazione volta a isolare il fascismo, e i fascisti a far apparire la banda di «predatori» che è. La cospirazione dunque equivale a una guerriglia di parole, anzi è una diceria armata senza spargimento di sangue. Poiché la «terra è l’unica bandiera a cui s’appartiene», per la sua difesa la comunità si schiera contro i «gallonati», fa opera di resistenza e protezione della loro sola possibile realtà, un «paradiso» appunto fatto di terra, fatto di «paese», fatto di «libertà» come racconta Melania a Michele parlando del significato della «poesia». Anzi, c’è di più. Vi è un’antropologia di base ontologica ovvero una dimensione dell’essere in permanente compimento nella terra. E tra essere e poesia, la Rivoluzione esprime il suo momento più religioso, la sua connotazione sacrale, nel nome ormai dichiarato di un «palpito di poesia che va dalle terre allo spirito e dallo spirito alle terre».

«Giovanotti», cospiratori, rivoluzionari in fieri, sognatori e una donna: la vera, l’«unica guerra vinta è quella che si smette di combattere». Così medita Melania, la mite pasionaria della Rivoluzione, in un momento di pensosa solitudine. L’immaginario politico si è aperto. Dalle cospirazioni di paese, la visione di Melania svetta in altri mondi e investe il grande e universale tema della guerra. È proprio Melania a riconoscersi, come in un rendez-vous della propria coscienza destinata a valicare il ristretto orizzonte paesano, anzi a distinguere la storia dalla Storia, i «sogni da niente» dagli alti ideali, le lotte paesane dagli infiammati furori. E così in un dialogo tra Stalin e Volpe, lo studente universitario proprietario di terre, a proposito della «rivoluzione» ammette che «per noi è fuori di natura». In una tale estraneità, appare, si rivela ciò che invece è nella natura profonda dei cospiratori, pensare a cosa accade, a cosa realmente accadrà «domani». È Stalin, il suo realismo profetico, a parlare di «Repubblica democratica d’Italia», a illuminare un orizzonte a venire senza dimenticare che per «questo bisogna combattere il regime», dare la «caccia al fascista», poiché solo attraverso un tale travaglio la comunità potrà vivere di terra e di democrazia, di libertà.

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