di Paolo Lago e Gioacchino Toni
La serie televisiva polacca Il disastro dell’Heweliusz (Heweliusz, 2025), sceneggiata da Kasper Bajon e diretta da Jan Holoubek, ricostruisce il naufragio del traghetto-cargo MS Jan Heweliusz partito dal porto polacco di Świnoujście e diretto in quello svedese di Ystad, avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 1993 al largo dell’isola tedesca di Rügen nel Mar Baltico, in cui persero la vita 55 delle 64 persone a bordo tra membri dell’equipaggio e passeggeri, per lo più camionisti. La serie è sicuramente tra le produzioni audiovisive più importanti della Polonia contemporanea per l’elevato numero di attori utilizzati durante le riprese che si sono protratte per oltre cento giorni impegnando una troupe decisamente corposa e per la difficile ricostruzione del naufragio, in parte inscenato presso i Lites Film Studios di Bruxelles, specializzati in scene acquatiche, facendo ricorso a repliche degli interni dell’Heweliusz montati su piattaforme in grado di inclinarsi fino a simulare il rovesciamento dell’imbarcazione.
Insieme alla tragedia consumatasi nelle gelide acque nordiche, la serie mette in scena la transizione in corso nella Polonia di inizio anni Novanta in cui si intrecciano i meccanismi e i soprusi del potere del passato socialista con il cinismo capitalista che, dietro le retoriche del libero mercato e della democrazia, si mostra disposto a sacrificare tutto e tutti sulla strada del profitto. È una duplice tempesta quella a cui sono sottoposti i personaggi della serie: se in mare sono costretti ad affrontare la furia cieca e sovrumana della natura, a terra si trovano a fare i conti con la forza, altrettanto sovrumana, della macchina del potere dispensatrice di sfruttamento, cinismo e negligenza disposta ad offuscare la verità e negare un minimo di giustizia.
Bajon e Holoubek avevano già collaborato nella serie L’alluvione (Wielka woda, 2022), incentrata sull’inondazione del 1997 che ha colpito Polonia, parte della Repubblica Ceca e della Germania. In entrambe le serie un evento catastrofico che scuote la Polonia diviene il punto di partenza per una più generale riflessione sullo stato di un Paese e dei suoi abitanti alle prese con una difficile transizione, attraversata da vecchi e nuovi potentati, piccoli e grandi rancori, ambizioni, inettitudini, personalismi, spirito competitivo e scarso interesse per le comunità, insomma una trasformazione decisamente più complessa e contraddittoria rispetto alla narrazione edulcorata con cui a lungo si è voluto raccontare l’ingresso dei Paesi e dei cittadini dell’ex blocco socialista nel patinato mondo democratico e del libero mercato.
Costruito sul finire degli anni Settanta nei cantieri navali norvegesi, a causa di un grave incendio occorsogli nel 1986, il traghetto era stato sottoposto a riparazioni al risparmio che avevano finito per comprometterne la stabilità. Ultimo tra i tanti inconvenienti che si erano succeduti nel corso della sua breve storia, è stato il danneggiamento al portellone di poppa a causa di una collisione durante le fasi di approdo in un porto svedese. Anche in questo caso, sotto pressione degli armatori, la compagnia Euroafrica Shipping Lines, la sistemazione era stata effettuata alla meglio affinché, nonostante la ritrosia del comandante, Andrzej Ułasiewicz (Borys Szyc), il traghetto potesse salpare e compiere la sua tratta.
La vicenda non viene raccontata in forma lineare ma attraverso un alternarsi di frammenti dei concitati momenti del naufragio con squarci della difficile quotidianità dei parenti dell’equipaggio e dei passeggeri dello Heweliusz alle prese con le notizie confuse sugli eventi derivate da un intrecciarsi di reticenze e condotte maldestre da parte delle autorità, tutt’altro che incalzate dai giornalisti, e di fasi di un dibattimento in tribunale palesemente indirizzato a scaricare le colpe sul comandante e sull’equipaggio al fine di salvaguardare gli interessi della compagnia navale e il prestigio delle istituzioni addette a garantire la sicurezza di navigazione. L’unico personaggio che, sin dal principio, tenta di far luce sull’accaduto, contrastando le versioni ufficiali, è Piotr Binter (Michał Żurawski), il secondo capitano della nave restato a terra in occasione del maledetto ultimo viaggio dell’Heweliusz, costretto a infrangere il codice del silenzio imposto dalle autorità e dall’armatore e a sacrificarsi in nome della verità e della giustizia. Ad impersonare i genitori di Piotr sono stati chiamati due volti noti del cinema polacco: Jan Englert e Magdalena Zawadzka, madre del regista dalla serie.
La raffigurazione del traghetto assume spesso connotazioni di carattere mostruoso: perfino ancora prima della partenza sembra già un putrido relitto destinato ad affondare. Il cinismo della compagnia di navigazione, interessata unicamente a salvare il proprio tornaconto, condanna l’Heweliusz ad una fine certa: nelle sequenze in cui vediamo la nave in procinto di partire e affrontare la tempesta, essa appare inesorabilmente già predestinata alla devastazione. Se, come osserva Michel Foucault, la nave si presenta come un “frammento galleggiante di spazio, un luogo senza luogo, che vive per se stesso”1, in sostanza, una vera e propria “eterotopia”2, uno spazio separato dalla realtà quotidiana, quel cinico potere, per preservare i suoi interessi, sceglie di sacrificare proprio quello stesso “frammento galleggiante di spazio” che rappresenta qualcosa di totalmente diverso da sé. La nave, rispetto al potere stanziale, irreggimentato nelle dinamiche di una quotidianità sottoposta al controllo, rappresenta l’“altro da sé” all’ennesima potenza, il diverso che è possibile sacrificare. Lo spazio navigante rappresenta un’alterità che si può sacrificare e allontanare per garantire lo scorrere del quieto vivere: non è un caso che i folli, nel Rinascimento, come ricorda lo stesso Foucault, venissero abbandonati su “uno strano battello ubriaco che fila lungo i fiumi della Renania e i canali fiamminghi”3.
Anche l’Heweliusz si trasforma in una sorta di “nave dei folli” da emarginare e da allontanare perché è stata condannata dalla società cinica ed economicista, basata sulle dinamiche ripetitive imposte dal capitale. Diviene allora un capro espiatorio da abbandonare al mare e alla tempesta. Il traghetto è una vera e propria “nave morta”, come quella raccontata da B. (Bruno o Ben) Traven nel suo romanzo La nave morta (Das Totenschiff, 1926), una nave vecchissima già destinata dal suo armatore ad affondare, un vero e proprio inferno navigante. I marinai della Yorikke, la “nave morta” del romanzo di Traven, sono condannati a morire, sono dei folli da emarginare e da allontanare dalle placide dinamiche della quotidianità. Un altro “frammento di spazio” abbandonato ed emarginato dai suoi armatori può essere considerata, mutatis mutandis, la nave spaziale Nostromo messa in scena da Ridley Scott in Alien (1979): gli esseri umani imbarcati su di essa, infatti, sono considerati sacrificabili dalla Corporation interessata a condurre sulla Terra la terribile creatura aliena che si infiltrerà a bordo. Gli interessi economici prevalgono sulla conservazione della vita degli individui che si trovano sulla nave. Anche la Nostromo, impegnata in estenuanti viaggi ai confini dell’universo conosciuto, è una “nave dei folli” che rappresenta un’alterità sacrificabile: non a caso, i personaggi che si trovano a bordo appaiono più come operai sottopagati e sfruttati, vestiti in modo trascurato e dimesso, piuttosto che come aitanti astronauti dalle perfette e linde tute spaziali.
La frequente rievocazione, nel corso della narrazione, delle sequenze del naufragio, sia quelle girate all’interno del battello, prima dell’abbandono, che quelle che lo riprendono dall’esterno, dunque dei naufraghi in balia della tempesta in mare aperto, possiedono un impatto visivo talmente forte da proiettarsi sulle sequenze ambientate a terra. L’adozione di un tale tipo di montaggio, che svela man mano quanto è accaduto a bordo del traghetto, contribuisce a mantenere un livello di tensione costante che, come detto, non cala negli squarci di quotidianità vissuta dalle donne dei naufraghi e nelle sequenze in tribunale. I labirintici scenari del traghetto, entro cui sono costretti a barcamenarsi gli uomini dell’equipaggio e i passeggeri in cerca della salvezza, sembrano duplicarsi negli intrighi che caratterizzano l’inchiesta entro cui sono catapultati i parenti delle vittime. A mantenere legate tra loro le diverse situazioni concorre una fotografia mantenuta su tonalità cupe e fredde, capace di amalgamare l’austerità che caratterizza l’aula del dibattimento, l’urbanistica popolare, il posto di comando del traghetto e la sua sala macchine.
Se gli interni del traghetto rappresentano quell’alterità mostruosa di un folle e maledetto spazio navigante, le sale del tribunale dove si svolge il processo sono la rappresentazione iconica di una quotidianità sottoposta alle dinamiche ripetitive del controllo e dell’ordine, come se lo stesso oscuro ordine imposto da un sistema ancora più cinico e spietato, perché proveniente dall’altrettanto oscura macchina burocratica del regime terminato da poco – si veda, a questo proposito, l’ambiguità malata del potere messa in scena dalla serie TV polacca Pantano (Rojst, 2018) – gravasse ovunque. E allora, gli spazi labirintici della nave rappresentano l’inferno a cui sono condannati coloro che sono stati scelti come vittime sacrificali da questo oscuro potere, probabilmente coloro che si sarebbero opposti a qualsiasi ambiguo e mostruoso insabbiamento. Finiranno come i marinai dannati della Yorikke, come la maggior parte dell’equipaggio della Nostromo, perduti, feriti, lacerati su un fondale marino o abbandonati negli spazi siderali in balia delle fauci di una terribile creatura aliena. Accomunato ai folli perduti sulla nave è Piotr: anch’egli estraneo a quell’oscuro potere, anch’egli deciso a contrastare qualsiasi possibile insabbiamento. Non a caso, anche Piotr troverà la morte in una landa desolata ricoperta di neve, uno spazio estremo e lontano assimilabile quasi alla lontananza e all’alterità della distesa marina. Anche Piotr è emarginato e allontanato dalle dinamiche securitarie e ciniche di quell’oscuro potere; è un folle che, al pari dei marinai dell’Heweliusz, deve essere allontanato ed eliminato.
La ricostruzione di comodo pianificata dalle autorità – a cui concorre il capitano Henryk Kubara (Andrzej Konopka) –, volta a responsabilizzare il comandante Ułasiewicz e l’equipaggio, tra cui il superstite Witek (Konrad Eleryk), per tutelare gli interessi degli armatori, celare le negligenze delle autorità marittime e mantenere un assoluto riserbo sulla presenza di materiale militare a bordo, crea inevitabili conflittualità tra i parenti delle vittime e quelli dell’equipaggio e, soprattutto, del comandante dell’imbarcazione. Sono la moglie di quest’ultimo, Jola (Magdalena Różczka) e la figlia adolescente Agnieszka (Mia Goti), ad essere guardate con disprezzo dagli altri parenti delle vittime – in particolare dalla moglie Aneta Kaczkowska (Justyna Wasilewska) e dal figlio Marek (Tomasz Schuchardt) del camionista Korzyński (Piotr Łukaszczyk) che ha perso la vita – oltre che da un’opinione pubblica alla ricerca di qualcuno su cui scaricare le responsabilità per l’accaduto.
Nella serie la conflittualità tra le due donne, mogli rispettivamente del comandante e del camionista, è destinata a risolversi in una comune presa d’atto di come le autorità stiano cinicamente insabbiando il caso: Jola, avvalendosi dell’avvocato Igancy Budzisz (Jacek Koman), presentatole da Piotr, si prodiga caparbiamente affinché emerga l’innocenza del marito al comando del traghetto, mentre Aneta saprà resistere al tentativo di corruzione da parte dei servizi segreti militari affinché riporti false dichiarazioni del marito sul comandante dell’imbarcazione. L’ostinata ricerca della verità e delle responsabilità del disastro al fine di tutelare l’onore, la dignità e la memoria dei propri cari, portata avanti dalle vedove, costrette a confrontarsi in maniera impari con i potentati economici, burocratici, politici e militari, assume così dimensioni epiche che trascendono i fatti specifici.
Nella realtà, dopo la sospensione nel marzo del 1993 dei lavori della prima commissione istituita dal governo polacco senza l’emissione di una sentenza, si è dovuto attendere il gennaio del 1999 per ottenere un pronunciamento in merito agli accadimenti che, pur riconoscendo il pessimo stato in cui si trovava il traghetto, si ostinava ad attribuire responsabilità anche al capitano Ułasiewicz per non essersi opposto alla navigazione. Grazie alla caparbietà con cui le famiglie delle vittime hanno continuato a cercare giustizia portando il caso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel marzo 2005 tale istituzione ha giudicato l’inchiesta ufficiale polacca mancante di imparzialità e ha condannato lo Stato polacco al risarcimento dei parenti dei naufraghi.



