di Gioacchino Toni

Ben L. Reitman, Box-Car Bertha e le sorelle della strada, Prefazione di Barry Pateman, Traduzione di Martina Bani, elèuthera, Milano, 2025, pp. 304, € 20,00

Sulle immagini di un piatto paesaggio, dal basso orizzonte, visibile dal portellone socchiuso di un treno merci che procede lentamente sferragliando, mentre scorrono gli scarni titoli di testa, una voce fuori campo femminile si presenta: «Adesso ho trent’anni, e da quindici sono una hobo, una sorella della strada, parte di quella bizzarra e variegata comunità di donne cresciuta tumultuosamente durante la Grande Depressione. Ho sempre girato con gente stravagante, vagabondi e hoboes, sia uomini che donne. Non c’è mai stato un momento, da quando ho memoria, in cui non bazzicassi girovaghi, prostitute o rivoluzionari. […] Sbirri, arresti, prigioni, manicomi e bettole sembrano aver fatto parte della mia vita da sempre. […] Nel mio mondo c’era sempre qualcuno che veniva arrestato. […] E se da ragazzina ho saltato uno o due pasti, o magari sei, non ne facevamo una tragedia. Da sempre ho vissuto con persone sole e affamate» (pp. 15-16).

Uno stacco netto di montaggio e vediamo la donna di cui abbiamo sin qua condiviso lo sguardo, accompagnato dalla sua voce narrante, seduta sul pagliericcio all’interno del vagone con la schiena appoggiata a una parete. «Non ricordo nessuno che mi abbia raccontato una fiaba durante l’infanzia, ma in compenso mi emoziono ancora al ricordo delle storie che raccontavano gli operai che posavano i binari lungo la ferrovia o i lavoratori itineranti che viaggiavano nei vagoni bagagli per raggiungere i campi di grano del Minnesota; o ancora al ricordo degli eccitanti racconti sulle corse con le slitte in Alaska, sulle fughe e gli arresti a San Francisco e sulle risse tra ubriachi nelle bettole di New Orleans. […] C’erano poche donne hobo allora. Le uniche che ricordo avevano lo stesso modo di mia madre di alzare orgogliose la testa quando esprimevano un’idea, quando raccontavano una storia divertente o quando parlavano senza imbarazzo di prostituzione o del mettersi con uomini che poi lasciavano» (pp. 18-22).

Così potrebbe aprirsi un film derivato da Sister of the Road, the Autobiography of Box-Car Bertha, as told to Dr. Ben L. Reitman edito da The Macaulay Company nel lontano 1937, libro presentato alla sua uscita come l’autobiografia di una donna unitasi al mondo dei vagabondi che attraversavano gli Stati Uniti durante la Grande Depressione in cerca di lavoro e di avventura, che non disdegnavano di prendere parte ai conflitti sociali in cui si imbattevano.

In realtà il film non esiste, così come Bertha, la protagonista del libro, è una figura immaginaria e la sua autobiografia scaturisce dalla fantasia dello scrittore, ginecologo, anarchico, oltre che convinto propugnatore del nudismo, Ben Doc Reitman (1879-1942). Proveniente da una famiglia di ebrei russi emigrati negli Stati Uniti, l’autore ha imbastito l’immaginaria autobiografia di Bertha rifacendosi alle storie di donne in cui si è imbattuto nel corso dalle sue esperienze di vagabondaggio e della sua attività di medico. Legato per qualche tempo sentimentalmente a Emma Goldman, nel corso della sua vita Retiman ha aderito all’International Brotherhood Welfare Association e fondato la sezione di Chicago degli Hobo Colleges, l’università dei vagabondi, si è impegnato nel contrastare la diffusione della sifilide e per dare sostengo medico all’umanità marginale e alle donne dei bordelli, non mancando di fare conoscenza diretta delle prigioni e della violenza di chi non sopportava che qualcuno osasse mettere discussione le leggi, le regole e le consuetudini di un società che ambiva a dirsi “rispettabile” nonostante fosse fondata sullo sfruttamento e sulla sopraffazione degli esseri umani e, in particolare, delle donne.

Il racconto di Bertha prende il via con i suoi ricordi d’infanzia, quando, insieme alla madre, iniziò il suo vagabondare negli Stati Uniti unendosi a un’umanità rimossa dalle narrazioni edulcorate della storia statunitense. Ad immergere la protagonista sin dalla tenera età in questa realtà marginale, imposta o scelta, è la piccola pensione gestita per qualche temo dalla madre ad Aberdeen. «I clienti erano principalmente ferrovieri, teatranti e artisti da luna park, e il tipo di gente che non ama stare negli alberghi. Arrivavano sempre anche sindacalisti, scioperanti e militanti radicali […]. Erano queste le persone, insieme agli operai della ferrovia e ai membri della IWW, che riempivano la nostra pensione. Ogni notte c’era una discussione sul sesso, gli scioperi o il socialismo» (p. 24).

Nei ricordi di Bertha «la maggior parte delle donne sulle strade erano agitatrici politiche […]. Portavano i capelli a caschetto, ma non troppo corti. Parlavano in modo concitato e spronavano sempre gli uomini ad andare con loro a San Francisco o dovunque fossero dirette per qualche raduno» (pp. 24-25). Se la maggior parte di queste donne si era messa in viaggio per sfuggire alla povertà e al degrado in cui erano nate, altre si erano allontanate da casa in cerca di maggiore libertà rispetto a quella concessa loro dalle famiglie o, più semplicemente, per il gusto di viaggiare o di fuggire dalla monotonia della cittadina o della fattoria in cui si trovavano a vivere. «Quelle ricche diventano delle giramondo, quelle spiantate diventano delle hoboes» (p. 25).

La formazione della piccola Bertha passa dall’esperienza trascorsa, allo scoppio della prima guerra mondiale, in una comunità cooperativa tra le colline di Little Rock, nell’Arkansas, e nella Home Colony, un insediamento anarchico nei pressi di Tacoma, nella zona di Seattle. La prima era una comunità fondata «da socialisti, anarchici e liberi pensatori, tutti contro la guerra, tutti stanchi di lottare per sopravvivere, tutti convinti che il capitalismo fosse la causa prima delle loro difficoltà» (p. 28), mentre la seconda era una comunità fondata da anarchici basata sull’amore libero. In tali contesti la piccola è cresciuta tra le letture di testi come Notizie da nessun luogo di William Morris, L’anima umana nel socialismo di Oscar Wilde, Lavoro di Émile Zola, le poesie di Walt Whitman e di opere di Byron, Shelley, Strindberg, Ibsen, Eltzbacher, Tolstoj, Proudhon, Godwin e Tuckere.

Bertha racconta delle abilità oratorie di agitatori anarchici o socialisti di fronte a sale gremite a cui, non di rado, seguivano scontri con la polizia, schedature e arresti. Nell’universo raccontato dalla protagonista non mancano bordelli, papponi e malattie veneree, mense e dormitori ma anche prigioni, work houses e colonie penali reati minori. Nei ricordi della protagonista compaiono anche Hobo Colleges, comitati di disoccupati e forum radicali dedicati ai vagabondi. Sarebbe sbagliato, sottolinea Bertha, pensare agli hoboes come «a un mucchio di stolidi ignoranti. Al contrario, sono interessati alle belle conferenze e sono in grado di seguirle, e lo stesso vale per qualsiasi altro tipo di arricchimento culturale. Oltre ad avere ottimi insegnanti, professori di gran spessore e abili educatori, all’Hobo College gli studenti stessi, cioè gli hoboes, erano sempre più capaci di ragionare e parlare con lucidità. Anzi, gli insegnanti più brillanti e gli oratori più stimolanti del College erano proprio loro, ovvero provenivano dal tipo di vita che conoscevamo bene» (p. 86).

All’epoca della Grande Depressione, l’universo dei vagabondi, ricorda Bertha, in cui non mancavano omosessuali, uomini e donne, aveva le sue categorie: «gli hoboes erano le donne e gli uomini non sposati che giravano il paese in cerca di lavoro; i tramps erano sempre non sposati ma anche senza un soldo, gente che vagabondava da un posto all’altro alla ricerca di nuove eccitanti avventure». A differenza degli hobo, questi ultimi vivevano di espedienti e non cercavano un lavoro. C’erano poi «i bums, la categoria meno numerosa ma con le persone più problematiche, quelle dipendenti da droghe o alcol che avevano perso ogni parvenza di rispettabilità. Questi ultimi erano i clienti abituali delle bettole, quelli che si vedevano stesi per terra nei vicoli, nei parchi o nei bar» (p. 59). Se un po’ tutti i vagabondi non disdegnavano di bere, i bums lo facevano in continuazione mostrandosi del tutto disinteressati alla politica e a trovarsi un lavoro.

Non pochi vagabondi erano dediti alle droghe non tanto per il piacere di farlo, afferma Bertha, ma per lenire il dolore e le angosce. Erano quasi esclusivamente gli uomini a ricorrere alle droghe. «Innanzitutto perché le donne sulla strada sono costantemente al verde, e la roba costa. Lo stesso vale per le donne che passano molto tempo nei ricoveri. Le uniche sorelle della strada che si lasciano tentare dalla droga sono quelle per cui il vagabondaggio è accessorio rispetto ad altri loro traffici. Le ladre o le prostitute che occasionalmente vagabondano di tanto in tanto assumono droga. Questo succede molto più al sud che al nord, e lì la specialità sono le sigarette di marijuana» (p. 134).

Nei racconti di Bertha fanno capolino anche la Coxey’s Army March del 1894, che vide una moltitudine di disoccupati marciare su Washington DC chiedendo al governo federale la creazione di posti di lavoro pubblici, i tanti comizi tra gli anni Venti e Trenta degli oratori più radicali dell’IWW, del Proletarian Party e della Revolutionary Workers’ League tenuti a Bughouse Square, come veniva chiamata in gergo Washington Square Park e l’ambiente del Dill Pickle Club, popolare teatro e cabaret in cui, tra la fine degli anni Dieci e la metà dei Trenta, passarono tanti liberi pensatori del cosiddetto Chicago Renaissance.

In chiusura del film mai realizzato immaginato in apertura, ci si ritrova, nuovamente, su un treno ora in entrata nel Pennsylvania Depot di New York, con Bertha che condivide i suoi pensieri. «Ora mi era chiaro che tutto quello che avevo faticato a imparare, in qualche modo lo intuivo già. Prima di aver vagabondato anche solo per un chilometro, intuivo già com’era la vita da hobo. Tutte le mie esperienze con i vagabondi, i criminali, i devianti sessuali, i radicali e i rivoluzionari avevano solo confermato quello che sapevo o intuivo da sempre. Le tante cose che avevo imparato in quei quindici anni ricchi e intensi in fondo si riducevano a un po’ di sociologia e di economia, alla capacità di fare rilevazioni statistiche e classificazioni. Uno studente universitario avrebbe potuto imparare le stesse cose in un semestre, o leggendo un manuale. E tuttavia avevo raggiunto il mio obiettivo: ero riuscita a fare tutto quello che mi ero messa in testa di fare. Volevo sapere come ci si sentiva a essere una hobo, una radicale, una prostituta, una ladra, una riformatrice, un’assistente sociale e una rivoluzionaria. Ora lo sapevo. Fui percorsa da un fremito» (p. 300).

Come scrive Barry Pateman nella Prefazione a Sister of the Road, attraverso la lettura della vita di Bertha è possibile vivere «la storia di migliaia di persone che hanno viaggiato, lottato e imparato dalla vita cosa fosse giusto fare. Spinta dal proprio desiderio di sperimentare tutte le emozioni e passioni dell’esistenza, Bertha assurge a simbolo di una vasta fetta di umanità» (p. 11). Occorre però ricordare che il racconto di Bertha deriva dalla fantasia e dalle esperienze vissute in prima persona, oltre che dalle testimonianze raccolte, dello scrittore, ginecologo, anarchico Ben Doc Reitman. Un uomo. Per quanto “al femminile”, Sister of the Road è pur sempre il racconto di un uomo che si immagina come una donna possa aver vissuto il suo vagabondaggio lungo gli Stati uniti all’epoca della Grande Depressione.