di Franco Pezzini

Angelica Grivel Serra, L’anello debole, pp. 496, € 20, HarperCollins Italia 2025.

I resoconti confidenziali su fatiche di coppia e gli affreschi su saghe familiari incontrano nella narrativa italiana mainstream ancora del nuovo millennio un indubbio successo: basta sfogliare i cataloghi dei grandi editori, e non solo dei famigerati (la formulazione suona sessista) “romanzi per signora”. I motivi potrebbero essere parecchi, e non tutti nobili: ma è pur vero che i modelli di riferimento, come il grande romanzo borghese dell’Otto e del Novecento (da Balzac a Mann) con le sue epopee familiari, e le stesse incursioni del cinema d’autore restano fonti d’ispirazione non accantonabili – per non parlare della vita vissuta. D’altronde va detto che oggi simili romanzi, riflettendo il mondo triste in cui viviamo, fin troppe volte patiscono le strette claustrofobiche di un fondamentale ombelicocentrismo: perché mai dovremmo dunque com-patire certe insopportabili coppie autocentrate alla deriva delle proprie paturnie? E cosa possono dirci le grandi saghe familiari in un’età in cui la famiglia si destruttura sempre più? Su questi fronti non è stato già detto tutto quel che si poteva dire?
Eppure c’è chi riprende la sfida con una freschezza nuova, smontando proprio i nodi più problematici denunciati e additando semmai alcune faglie interessanti in quel filone di romanzi. Strappando al particulare certi tipi di dinamiche e cercando una diversa apertura, che permette di non affossare il tutto in un pessimismo nichilista o nella balbettante afasia, né nel riciclone modaiolo. Quando poi, come in questo caso, la voce è molto giovane (1999, cioè ieri dal punto di vista di chi scrive), l’apertura alla speranza risulta persino più genuina, impastata con la spinta a vivere appieno ma senza ingenuità e mirando alto sul piano della credibilità.
La storia, diciamolo subito, fin dall’inizio afferra il lettore. Il clan familiare Raccis che gestisce un’avviata ditta in Sardegna si regge su accordi mai formalizzati, tesi attraverso una rete di non-detti, umoralità, irrisolti e lavoro nero di familiari. Una situazione, qui proiettata sul piano del lavoro, che in fondo ben metaforizza non-detti e umoralità nei rapporti con tanti clan familiari, creduti magari solidissimi e invece tessuti di ambiguità, odiosi impliciti o orrendi teatrini.
Quando la carismatica Piera, morendo, lascia la sua importante quota al prediletto fratello Claudio ma senza alcuna scrittura a provarlo, come una torma di sciacalli o una cospirazione plantageneta da dramma di Shakespeare gli altri disconoscono la decisione. Claudio, nonostante le esortazioni dei suoi cari, ha scelto negli anni di fidarsi di Piera e degli altri, o piuttosto ha neghittosamente mancato di far formalizzare il suo concreto impegno in azienda e in ultimo i diritti riconosciutigli dalla morente. Per indolenza e scarsa attenzione alle invidie e ai rancori serpeggiati da una vita, per pelosa accondiscendenza a dinamiche in cui è invischiato anche legalmente, ma anche per irresponsabile ingenuità, ha finito così col consegnare moglie e figli a un precipizio economico. Alla famiglia della roba, quella di provenienza, si contrappone in effetti la famiglia che Claudio ha saputo costruire, la splendida moglie Cecilia e i figli adolescenti Amanda e Rocco: che però, “traditi” da quella sua pelosa disattenzione, devono rimettere in discussione tutto il loro rapporto con l’anello debole Claudio.
Particolarmente Cecilia è ferita e furiosa, per la scelta del marito di essersi appoggiato indiscussamente all’ambigua Piera e non aver considerato o condiviso con moglie e figli lo specifico della situazione. Una mancanza di fiducia, in ultima analisi, che impatta pesantemente sul legame matrimoniale. L’introverso Claudio dovrà dunque affrontare una crisi interiore, di coppia e della famiglia ristretta, ed esteriore con i subdoli parenti dell’azienda che prontamente lo scaricano: dovrà cercare di reimpostare l’intero quadro, ma soprattutto si confronterà nelle sue debolezze – perché è chiaro a tutti, a partire da sua moglie, che alcuni elementi di fragilità possono appartenere al suo io immodificabile – con la necessità di recuperare una credibilità agli affetti. Ma alla fine del romanzo, non siamo più così certi che l’anello debole del titolo sia il povero Claudio: perché forse la realtà è più complessa.
Siamo partiti dalla presa d’atto dell’esistenza di una narrativa di crisi di coppia e di saghe familiari, ma in questo caso, a ben vedere, l’autrice ne riprende i temi principalmente per far esplodere il tutto.
Sia perché la famiglia estesa in quanto tale, erede di una lunga tradizione letteraria, è in scena (brillantemente) soprattutto nel teatro del tradimento all’inizio, ma poi resterà sullo sfondo come groviglio sterile di interessi e di arroganze, alleanza di cattivi soggetti tutti pronti a tradire e rubare. Il tutto nel gioco di luci e ombre di un sostanziale realismo, senza fughe caricaturali in Atridi 2.0 e con amaro rispetto di situazioni in fondo non sconosciute ai lettori (c’è sempre qualche ramo delle famiglie eroso da simili piaghe).
Sia perché la famiglia “ristretta” e più vera, moglie e figli, e la stessa relazione di coppia che vi sta alla base, non si appiattiscono nei malumori modaioli di psicanalismi da salotto: il primo vincolo è la responsabilità reciproca, alla base di affetti che lì trovano la loro stabilità e fertilità. La vera, intensa e appassionata protagonista del romanzo, dunque, è Cecilia, severa custode di quegli affetti e quel progetto, e idolatrata dalla figlia con cui condivide tale serietà di fondo. L’autrice scommette sul senso autentico di un certo modello senza ottimismi buonistici, fa piazza pulita di introspezioni farlocche e crisi di coppia tra autocentrati, presenta relazioni esigenti pur nella consapevolezza di una perfettibilità e di una dimensione umanissima del limite. A mutare insomma non potrà essere solo Claudio, nella presa d’atto che qualunque rapporto vivo è chiamato a una continua e onesta ridefinizione.
Questa impegnativa serietà e questo senso della fatica fiero e realistico l’autrice rielabora e rinnova da un intero filone di scrittrici sarde (idealmente da Deledda a Murgia). Lo fa con un romanzo dalla salda struttura, dove riesce abilmente a gestire una coralità complessa – in cui anche il passato vibra i suoi affondi. Particolarmente interessante, nella sua ambiguità ed enigmaticità, è il profilo di Piera, donna delle missioni in Africa ma anche dei movimenti equivoci e vagamente manipolatori. Con la sua ombra, Cecilia e anche il lettore dovranno confrontarsi: e se qualche forma di pacificazione con la morta emergerà, l’autorevole Piera resta legata a filo stretto a un contesto di ambiguità e menzogne.
Ma se Piera è, nel bene e nel male, un’ombra indecifrabile nel proprio agire sotterraneo, altre grandi presenze di una tradizione familiare femminile che trionfa in Cecilia per poi raggiungere Amanda, pur appartenendo alle schiere dei morti e della nostalgia non sono riducibili a fantasmi. Vivono infatti, resistono e s’impennano proprio in Cecilia: e qui appare una dimensione diversa dell’essere famiglia, come passaggio di testimone e di dignità. A differenza che a casa Raccis, questo modo differente e tanto più alto di essere con-giunti vede indissolubilmente combinati affetti e dignità. Ciò grazie al lascito di donne immense – non fantasmi ma presenze vive, non soltanto nel dna o nella memoria ma nello stile e nel richiamo, che non è solo (moralisticamente) esempio ma sangue che tira, appello innamorato, desiderio di meritare un certo lascito. Dunque Donna Armida, la mitica nonna, figura da antiche storie mediterranee, dai tratti volitivi di chi cerca giustizia ma capace anche di biasimare se stessa per la scomoda eredità lasciata ai figli, come filata in un mito greco e oggetto di una veglia funebre leggendaria; e poi l’immensa Beatrice, la madre di nostalgie increspate come sfondi di presepio, “vigorosa, pratica e regale ma del tutto estranea a un qualunque tipo di esternazione di sentimento, […] sempre da conquistare”, per Cecilia “cuneo di amore disperato, quello di cui avrebbe sentito sempre l’esigenza per soccorrere le vertigini della sua suprema ansia d’affetto” e oggetto di rispetto di cristallo anche per il genero. Perché appunto le Madri, anche quando ormai inarrivabili nel loro abbraccio tra i morti, restano a fondare il nesso tra affetto e dignità. E se la forte Cecilia svela in sé fragilità sapientemente narrate dall’autrice (anche quelle che potrebbero definirsi problemi di circolazione sono in realtà molto di più, segno di inevitabili sconcerti in un abisso quasi ctonio del sangue), la sua nostalgia ripropone il sentire vivo di loro, il loro modo di essere e la loro presenza autorevole. Permettendo un ricordo non al passato, ma al presente e al futuro – e forse è emblematico il futuro implicito nel nome della figlia Amanda, “colei che deve essere amata”, la “degna di essere amata” di questo tipo di amore.
Nel caso dei personaggi che più frequentiamo in queste pagine, lo scavo psicologico offerto è in effetti a tutto tondo: superbo, intenso e profondo, sapientemente emotivo e insieme lucidissimo. Si coglie nel quadro – in progress, perché la vicenda va avanti – una sovrabbondanza di umanità che non esaurisce l’apologo in finzione ed è indubbiamente frutto di sensibilità dell’autrice. In scena è così uno straordinario prisma dove cogliamo da sfaccettature diverse e cangianti le dinamiche esteriori e interiori della famiglia di Claudio: un insieme per nulla “facile” o prevedibile da gestire sul piano narrativo.
Con un ulteriore punto di forza nella voce. Grivel Serra mostra una lingua matura, ricchissima e vivida persino nelle scelte lessicali (non mancano termini ricercati, che mai si piegano però alla forzatura compiaciuta); un’eleganza stilistica pienamente letteraria che davvero colpisce.
E su tutto, anche per il tramite di frasi in dialetto e per la figura di un testimone anziano e un po’ particolare a casa di Claudio, si impone la presenza di una Sardegna libera da ogni concessione allo stereotipo, tra durezze autentiche, rigori e serietà esigenti. Come quella della giovane autrice.