di Antonino Sciotto

Valerio Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Einaudi, Torino, 2025, 545 pp., € 24,00

Parlare dei pregi di “Novanta. Una controstoria culturale” di Valerio Mattioli, significa sottolineare innanzitutto la fluidità e l’asciuttezza della sua scrittura che rendono facilmente divorabile un libro di più di 500 pagine. Insomma, Valerio Mattioli scrive senza fronzoli. Attraverso il suo racconto, chi scrive ha avuto modo di conoscere una serie di interessanti dibattiti e di composite “scene” (sopratutto rap e hardcore) che sono stati un prodotto della controcultura negli anni Novanta e allo stesso tempo, un fertile humus per chi ne ha seguito il percorso. Non stupisce la conoscenza dell’argomento, d’altronde la produzione di Mattioli è principalmente incentrata sulla musica come testimoniano “Superonda. Storia segreta della musica italiana” (Baldini e Castoldi, 2016) e “Exmachina” (Minimum Fax, 2022). I riferimenti alle arti visive, al fumetto, al teatro d’avanguardia e alla sperimentazione video che emergono dal magmatico universo controculturale italiano restituiscono l’importanza di queste sperimentazioni e di questi progetti, ponendoli addirittura come anticipatori rispetto al mondo dell’arte mainstream.

Questo filone artistico-culturale che si snoda fra l’Isola nel Kantiere e l’Officina 99, il Leoncavallo e l’El Paso e che conferisce valore a questo caleidoscopico panorama, è affiancato ad un altro filone di carattere storico-politico. Nonostante Mattioli specifichi che il suo libro non è una storia dei Centri Sociali, allo stesso tempo dichiara che il proprio obiettivo, forse più ambizioso, è quello di fare una storia degli anni Novanta «attraverso le lenti» dei Centri Sociali prendendo in considerazione fenomeni, scene, culture e linguaggi e portando anche alcuni commentatori a definirlo un tentativo di “storicizzazione”.
Alcune sviste potrebbero far indispettire i creatori (romani!) della rete “Okkupanet” o gli ex della bolognese “Rete Contropiani” che nel giugno 2000 organizza le contestazioni contro una riunione dell’OCSE sotto le Due Torri (ben prima del Global Forum partenopeo). O ancora i creatori dello European Counter Network (ECN), la rete di BBS legata ai Centri Sociali nata in concomitanza con l’“Area Cyberpunk”, riferimento di Decoder, e che viene menzionata in poche righe, tralasciando la sua esistenza pre-Internet che risale al 1989. Al netto di ciò, la dimensione politica, presente anche nella parte artistica, viene spesso lasciata senza conclusioni e l’analisi politica della fase (certamente non l’obiettivo del libro, ma inevitabile non prenderla in considerazione), rimane spesso monca e basata su affermazioni discutibili (vedi la definizione di “Autonomia Operaia”) o luoghi comuni.

I vari capitoli relativi alle questioni politiche sono puntellati di riferimenti all’utilizzo di droghe da parte di questo o quel personaggio, attribuendo così agli stupefacenti quasi un ruolo di deus ex machina che, per Mattioli, fornisce in molti casi ispirazione e financo coraggio. Tra episodi di bottigliette contenenti MDMA circolate ad una manifestazione finita in “scazzi” e caratterizzazioni di alcuni partecipanti al G8 di Genova che avrebbero partecipato per una questione di ribellione alimentata dalla medesima sostanza e dai concerti punk, gli stupefacenti acquistano una rilevanza quasi storica, almeno fino alla fine del libro, quando inaspettatamente (?) iniziano a dilagare in modo impressionante principalmente ai rave.
Il leitmotiv della droga porta infine all’affermazione che a Roma il fascismo sia stato sconfitto (sì?) non tanto dalle vetuste pratiche dell’antifascismo militante, bensì dall’accoppiata “techno & droga”, che avrebbe convertito i ragazzi cresciuti a techno e saluti romani, in altri termini, «il giovane sottoproletariato urbano dall’ideologia dell’intolleranza al sol dell’avvenire della rivoluzione (chimica)».

I dibattiti politici sono dunque subordinati alla dimensione underground e le commistioni fra controcultura e politica, soprattutto quella “istituzionale” finiscono in secondo piano, sebbene siano il brodo di coltura di un processo totalmente inedito che riguarda il Movimento dei Movimenti (No Global, alle cronache) nella sua interezza. Esempio è il rapporto fra le Tute Bianche (innegabilmente fra le parti con più egemonia all’interno del Movimento) e Rifondazione Comunista. Ridurre il tutto ad una simpatia da parte del Movimento verso Fausto Bertinotti (al tempo segretario del partito) che costituirebbe «un caso piú psichiatrico che politico in senso stretto» significa quasi sminuire la progettualità politica dei Centri Sociali. In questo modo l’importanza dell’ibridazione di linguaggi e di pratiche che si sviluppano nell’interazione tra Tute Bianche e Giovani Comunisti, che avevano ben più peso di Rifondazione nel rapporto con il Movimento, sembra quasi descritta come un abbaglio.
La parte conclusiva del racconto (immagino di non star facendo spoiler a nessuno) è incentrata sul G8 di Genova.

In un frammento dal carattere intimamente personale, Valerio Mattioli parla della propria stanchezza, che dai drammatici suicidi di Sole e Baleno (1998) e dall’inizio delle diatribe sulla natura degli spazi occupati, diventa sempre più forte portandolo ad una resa soggettiva, che non lo farà partecipare alle manifestazioni del controvertice ligure. Allo stesso tempo, è difficile districarsi fra la sua opinione e quella dei riferimenti che cita rispetto a quali siano state realmente le cause della fine del Movimento.
Le ultime righe del libro, infine, nella loro secchezza sono la perfetta rappresentazione scritta di un infarto che segna la fine di un decennio.