Ovvero: il capitalismo con caratteristiche cinesi

di Nico Maccentelli

Queste che seguono non hanno la velleità di costituire un saggio organico sulla Cina, ma semplicemnte sono alcune note sparse, riflessioni nella fase in cui siamo giunti di sviluppo economico egemone di questo paese nel mondo e, nel contempo, di conflitto tra potenze capitalistiche, nell’era in cui assistiamo alla brutale e inesorabile decadenza dell’Occidente imperialista a guida USA. La Cina è una questione che dalla sinistra marxista non viene affrontata, a mio parere, con un approccio analitico che non sia di adesione acritica al nuovo papà ritrovato o, al contrario di critica libertaria che spesso si associa alla vulgata democraticista borghese della sinistra liberale. Quello che mi interessa, scevro da approcci dogmatici, è quello di parlare della Cina per comprendere quale socialismo in specifico sia realizzabile nei paesi come il nostro e, in generale, cosa sia oggi il socialismo possibile, a fronte dei fallimenti delle esperienza novecentesche. Senza trionfalismi e con tutto l’interesse dovuto a quelle esperienze che oggi lo proseguono sperimentando nella transizione problematiche nuove (mi riferisco per esempio a Cuba e al bolivarismo, che quivi non tratterò, ma che meritano un’analisi approfondita). L’argomento Cina l’ho già trattato su Carmilla qui, qui e qui, nonché in altri articoli anche del mio blog. Buona lettura.

«Una seconda forma di questo socialismo, meno sistematica ma più pratica, ha cercato di distogliere la classe operaia da ogni moto rivoluzionario, dimostrando che ciò che le può giovare non è questo o quel cambiamento politico, ma soltanto un cambiamento delle condizioni materiali di vita, dei rapporti economici. Questo socialismo però non intende minimamente per cambiamento delle condizioni materiali di vita l’abolizione dei rapporti di produzione borghesi, che può conseguire soltanto per via rivoluzionaria, ma dei miglioramenti amministrativi realizzati sul terreno di questi rapporti di produzione, che cioè non cambino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma, nel migliore dei casi, diminuiscano alla borghesia le spese del suo dominio e semplifichino l’assetto della sua finanza statale. Questo socialismo borghese raggiunge la sua più esatta espressione quando diventa semplice figura retorica. Libero commercio! nell’interesse della classe operaia; dazi protettivi! nell’interesse della classe operaia; carcere cellulare! nell’interesse della classe operaia: ecco l’ultima, la sola parola seriamente pensata del socialismo borghese. Il loro socialismo consiste appunto nel sostenere che i borghesi sono borghesi – nell’interesse della classe operaia.»
(Tratto da Il Manifesto del Partito comunista di K. Marx e F. Engels)

 

«Contrapposizione e lotta tra idee diverse sorgono costantemente nel Partito; ciò è il riflesso nel Partito delle contraddizioni di classe esistenti nella società e della contraddizione tra il nuovo e il vecchio. Se nel Partito non ci fossero né contraddizioni né lotta ideologica per risolverle, la vita del Partito cesserebbe.»

(Mao Tse Tung, Sulla contraddizione, 1937)

C’è una gran parte dei marxisti (e non sono pochi) che si affidano acriticamente alla Cina, senza alcuna analisi concreta. Spacciano sul piano teorico il confucianesimo con il marxismo-leninismo e riducono a “socialismo con caratteristiche cinesi” e “NEP cinese”, quello che in realtà è un capitalismo con caratteristiche cinesi.

Ma c’è di più: “ammazzare” come fanno costoro la Rivoluzione Culturale, è la vittoria del peggior socialismo e idea della rivoluzione comunista. Io penso, al contrario, che esista un filo rosso molto consistente tra Comune di Parigi, Ottobre Sovietico e Rivoluzione Culturale in Cina, al netto di tutti i limiti ed errori che la Guardie Rosse e il maoismo abbiano commesso, già puniti dalla storia. Ma accenneremo anche a questo aspetto, facendo premessa che senza le basi del maoismo non sarebbe mai potuta nascere la potenza cinese odierna, visto che sul piano teorico ed economico-sociale le basi erano state poste sin dal 1949, anno della vittoria sul Kuomintang e della nascista della Repubblica Popolare Cinese, e ancor prima con la guerra al Giappone occupante. Tattica, stategia, metodo e gruppo dirigente che pur nelle sue contraddizioni interne (e “in seno al popolo”), aveva appreso una modalità d’approccio alla situazione concreta.

Tuttavia, queste posizioni, che buttano alle ortiche la Rivoluzione Culturale, facendo leve sui suoi indubbi limiti ed errori, ma spesso con argomentazioni superficiali, da occidentali e turisti del socialismo altrui, sono la dimostrazione concreta che “la borghesia l’abbiamo nel partito” non solo là, ma anche qua, tra i comunisti nostrani. Anche il Giappone e la Corea del Sud hanno fatto uscire dalla povertà milioni di persone e dato benessere alla popolazione, creato classi medie. Sono socialiste? Mah…

 

La capacità cinese di governare le dinamiche del capitalismo

Quello che si può concedere alla Cina l’ha scritto bene Cicalese in Piano contro mercato, per un salario sociale di classe. Ritengo, infatti, molto importante la sua analisi, che evidenzia i punti di forza del sistema cinese rispetto al neoliberismo occidentale imperante dalle nostre parti, mantenendo senza trionfalismi un senso della realtà e una visione più attinente alla visione marxiana sulle formazioni economico-sociali. Infatti riguardo la Cina afferma:

«Forse non è socialismo, come tanti a sinistra pontificano, ma non c’è ombra di dubbio che, contrariamente agli occidentali, quella gente sa perfettamente come si utilizzano le leve per lo sviluppo delle forze produttive; conosce i processi di accumulazione che si diramano per tutto il mercato mondiale; sa che a lungo andare conta una forte diminuzione dei surplus delle partite correnti, surplus che, nel giro di 7 anni, è passato dal 10 al 2% del pil cinese, mentre la tanto decantata Germania l’aumentava dal 5,7 al 6,5%, imponendo ai paesi europei una feroce deflazione salariale e l’austerità.”1

Cicalese ammette che questo sistema cinese non sia proprio socialismo, ed è un’ammissione importante per comprendere invece cosa lo sarebbe per spingere in avanti un processo rivoluzionario, aggiungendo elementi sostanziali come la democrazia popolare, la direzione del proletariato nell’edificazione del socialismo e nella transizione al comunismo.

Catena di montaggio degli iPhone alla Foxxcon nello Shenzen

Pur tuttavia, anche sul piano sociale la “società armoniosa confuciana”, governa le contraddizioni insite nel capitalismo come sistema reinstaurato, poiché i suoi obiettivi non sono il mero profitto privato delle lobbycrazie anglosassoni o ordoliberiste tedesche, ma lo sviluppo nella reflazione salariale e delle forze produttive che generano lavoro, welfare, servizi pubblici, infrastrutture nel controllo e pianificazione di un’economia mista in cui i retaggi dell’esperienza popolare con le industrie di stato si combinano con la gestione della finanza e il controllo dei colossi privati che in questi decenni dal 1976 in poi si sono affermati. Un modello diverso di capotalismo mutuato dalla politica economica italiana del dopoguerra con il suo stato piano.

Afferma Cicalese:

«… in Cina l’accumulazione dell’ultimo trentennio, caratterizzata da un vero e proprio “comunismo di guerra” e da un successivo salto verso la reflazione del mercato interno, è stata possibile solo attraverso un forte aumento medio annuale del tasso di produttività totale dei fattori produttivi. Questo aumento è stato reso possibile da una fortissima qualificazione della forza lavoro. In ciò ha giocato un ruolo fondamentale la possente spesa in istruzione e ricerca.»2

E ancora:

«Alla fine della prima decade del ventunesimo secolo la dirigenza cinese svoltava con la contro-controriforma sanitaria, che stabiliva il ritorno alla sanità pubblica, gratuita e universale, un percorso decennale che veniva inaugurato con la decisione di costruire 1200 ospedali regionali. Poi, dal 2005, iniziava un percorso di reflazione salariale, con aumenti del salario nominale del 15% annuo. Nel 2010 il colpo finale. Il Consiglio di Stato decide la costruzione di 6 milioni di alloggi popolari. Chiaro segno che lascia presagire la riforma dell’hukou. Ora si va oltre, molto al di là di ciò che si poteva immaginare. Il piano da 40 trilioni di yuan, per l’appunto 5 mila miliardi di euro, prevede l’urbanizzazione di 400 milioni di persone e, contemporaneamente, un forte aumento della produttività agricola. Tutto tiene, città e campagna. L’obiettivo è stimolare la crescita reflazionando la domanda interna. Da un lato c’è la debolezza esterna dell’Occidente, dall’altro la forza interna cinese. Chi finanzierà tutto ciò? Ebbene, l’ampliamento delle prestazioni universali gratuite, dalla casa alla sanità, unite alla reflazione del salario nominale, aumenterà la massa salariale che verrà canalizzata in parte nel risparmio e in parte nel consumo. Se pensiamo che il 65% dei lavoratori italiani ha redditi insufficienti per sopravvivere, ci possiamo rendere conto di quel che accadrà.»3

E ancora:

«… la riforma dell’hukou, quel sistema in vigore dal 1958, e che non permette al proletariato migrante nelle grandi città di usufruire dei diritti di cittadinanza. Ebbene, quel sistema verrà smantellato, e centinaia di milioni di persone avranno diritti sociali quali l’istruzione, l’alloggio popolare e la sanità gratuita. Una grande discriminazione viene meno. Si tratta del «salario sociale globale di classe», di prestazioni universali per decine e decine di milioni di persone, le stesse che in Occidente, invece, stanno via via smantellando.»4

Ce n’è abbastanza per affermare come fa Cicalese:

«La Cina accumula mega impianti industriali, scuole, ospedali, alloggi popolari e una sorte di nuova Inps, mentre l’Europa accumula invece autentica “carta straccia”.5

 

Due punti da considerare per definire se la Cina è socialista o no

Fatte queste premesse, non mi stancherò mai di sostenere che pur tuttavia:

A. che esiste un rapporto di scambio integrato sul piano economico, finanziario, industriale e di circolazione del capitale e delle merci con l’Occidente capitalista, tale per cui esso si caratterizza come interdipendenza. I modelli di gestione capitalistica sono differenti e quello cinese, a differenza del neoliberismo atlantista, ha una forte componente di redistribuzione sociale della ricchezza e per superare i problemi legati allo sviluppo delle forze produttive e alle disparità sociali pianifica. Mentre i piani del capitalismo occidentale riguardano esclusivamente la rapina, lo sfruttamento dei popoli e il drenaggio verso l’alt della ricchezza sociale.

B. Che lo si voglia o meno (e ciò ci riporta al valore politico della Rivoluzione Culturale) il gruppo dirigente cinese, come si forma e ciò che rappresenta, è espressione di una borghesia burocratica di stato. Lo dico non certo come fanno in Occidente, che blaterano di mancanza di democrazia, ma da marxista-leninista maoista… un po’ suo genere, ne convengo, visto che non sono stalinista e recepisco le critiche che il Grande Timoniere fece al grande baffo georgiano 6. Lo dico mettendo al centro cosa può essere oggi l’egemonia di classe secondo Gramsci e la dittatura del proletariato secondo Lenin e Mao. Il termine dittatura non è molto bello per chi non è comunista e non capisce automaticamente cosa intenda dire. A questi ultimi dico che vadano a leggersi i fondamentali del marxismo, su cosa sia la forma più alta di democrazia.

Considerando questi due punti, tutto ciò fa della Cina un paese socialista? No. Cicalese spiega molto bene che il modello è molto simile addirittura al capitalismo italiano a marca DC uscito dal secondo dopoguerra. Oggi da metterci la firma, certo, ma il socialismo è altro, con o senza caratteristiche cinesi. E il PCC non può essere un partito fratello, ma Cina come partner economico possibile in un rapporto equo tra stati nazione.

Queste posizioni espresse da Davide Rossi in Deng Xiaoping e la Cina 7, non ci fanno andare avanti di un solo passo in direzione di una reale rivoluzione di popolo e gestione comunitaria della società sotto la direzione di un’avanguardia proletaria e popolare. Ci riportano alla burocrazia staliniana, al diamat, peggio del peggio, che anche Roberto Sassi ha criticato con vigore e acume. Per le ragioni sopra esposte si possono accettare compromessi tatticamente con le forze del multipolarismo, tra cui la Cina, ma non sull’idea e la traiettoria storica del socialismo, che a partire dalle caratteristiche italiane e dalla transizione possibile, vanno attuate con senso di realismo e la necessaria capacità politica di costruire egemonia di classe.
Questo marxismo senza un reale materialismo storico e dialettico lo abbiamo ancora in pancia. E questo è e sarà un bel problema.

Deng Xiaoping

Non capire che la Cina ha ricostruito il mercato usando le leve del capitalismo e lì restando, mi fa dubitare della chiarezza progettuale di tali compagni esegeti del PCC. Basterebbe solo capire che nel nuovo corso cinese post-maoista era chiaro a tutto il gruppo dirigente denghista che la burocratizzazione sovietica dell’economia era stata di ostacolo allo sviluppo delle forze produttive poiché non creava il carburante per il suo sviluppo, ossia il mercato. Cosa che aveva capito in parte Lenin con la NEP e che fa de premessa ottimistica a Domenico Losurdo nell’accostare improvvidamente le ricette economiche dell’arricchitevi di Deng Xiaoping al tentativo leninista di sviluppare le forze produttive attraverso l’uso moderato del capitalismo interno a un paese avviato verso il socialismo. Ma una cosa si è compresa dall’esperienza cinese post maoista: senza ricchezza sociale ottenuta con lo sviluppo delle forze produttive e redistribuita su livelli apprezzabili di benessere diffuso (che non abbia comunque polarizzazione delle disparità) non può esservi transizione al socialismo, ma un socialismo da caserma, dove l’ideologia afferma la condizione sociale di miseria egualitaria. Semmai, quindi, se parliamo di limiti dell’esperienza maoista, possiamo inquadrarli in questo corpus di contraddizioni economiche e sociali che ha visto la vittoria di una classe borghese burocratica di cui Deng e la sua cricca sono stati espressione politica.

Il sistema economico-sociale cinese è certamente più positivo di un polo imperialista, di un sistema capitalistico la cui modalità di gestione e comando sulla società è basata sulla predazione interna ed esterna attraverso le leve della finanza e non si riesce a comprendere quei comunisti dottrinari che parlano di “socialimperialismo” (termine per altro coniato a suo tempo dal maoismo per definire l’URSS dell’era Krusciov). Non si discute la redistribuzione della ricchezza sociale per confuciane esigenze altrettanto sociali, ma non è socialismo. Si apprezza il fatto che su un miliardo e 400 milioni di cittadini gran parte sia uscito dalla povertà del pugno di riso, che lo Stato e il Partito alla fine della fiera abbiano il potere di pianificare e intervenire sui privati, anche i più potenti, ma non è socialismo.

Andiamo al cuore della questione, senza partire dai fondamentali, che però ci fanno da guida in moro duttile: socializzazione dei mezzi di produzione nello sviluppo delle forze produttive. La Cina del dopo Mao ha aperto al capitalismo estero, ha creato zone speciali agevolate per le multinazionali estere, vi sono state migrazioni, enormi trasferimenti di forza-lavoro dalle campagne, sviluppando le forze produttive, l’industria e creando un mercato interno, a discapito dell’esperienza collettivistica delle comuni popolari.

 

Dal maoismo alla modernità neoliberale con lo zampino di Confucio

Il nuovo corso cinese lo descrive bene la sociologa di Hong Kong Pun Ngai, sostenendo che se:

«… sono state le idee rivoluzionarie di Mao a generare la lotta di classe in Cina, e di conseguenza anche lo stesso concetto di classe, è spettato invece alle riforme di Deng l’annuncio della morte della classe, rimpiazzata da un discorso sulla modernità che conteneva la promessa di permettere a una parte della popolazione di diventare ricca per prima” – una promessa rivolta a quella parte capace di arrampicarsi sulla scala sociale per arricchirsi.»8

Ritroveremo la Pun Ngai in seguito, in questi appunti. Di fatto, la dinamica che si è prodotta, pur sotto il controllo del gruppo dirigente cinese di partito, è la produzione di plusvalore nei cicli di produzione sia per il pubblico che per il privato (gran parte estero, delle multinazionali), ripartito in salario diretto operaio, salario differito e tasse prelevate dal profitto.

A un certo punto, nell’era Xi Jinping, il passaggio a mercato interno altamente sviluppato e alla formazione di un vastissimo ceto medio (la migliore borghesia allora l’ha creata il partito comunista cinese… ma ci sta), si sono accorti che la polarizzazione nella distribuzione della ricchezza sociale e nelle differenze di classe era abissale. I correttivi allo stato delle cose, al di là dei fervorini roboanti su un piano iniziato con l’arricchitevi di Deng, sono risultati inefficaci, Perché? Ma perché la società cinese è di fatto capitalistica, un differente modo di gestire la società di mercato, ma pur sempre capitalismo. E attenzione, la disparità tra manager in Ferrari e operaio a pochi Yuan al mese, non riguarda solo le aziende private, ma anche quelle pubbliche, con un alto grado di corruzione e distrazione di capitali. Tali differenze e agibilità padronale nella produzione e nella circolazione di capitale che sono riscontrabili tra quella che i troschisti definivano burocrazia di stato sovietica (Trotsky non la definiva come classe e sbagliava…) e burocrazia cinese di stato e partito è imparagonabile. Persino gli esempi di Mao sui dirigenti di fabbrica sovietici che producevano per sé e facevano corruttela appaiono critiche goffe in confronto ai movimenti di capitale cinesi. Persino l’economia mista titina dell’autogestione aziendale, che oggi come oggi potrebbe essere utile studiare e che poteva avere valenze positive, appare arretrata sul piano capitalistico, di fronte al capitalismo cinese.

Confucio

In Cina, abbiamo un mix tra confucianesimo corporativo, elementi di pianificazione scudocrociata italiana e modello asiatico spietato, mercantile, produttivista, come Corea, ma non del nord, bensì del sud.
Semplicemente la Cina redistribuisce il reddito nazionale, in quanto ha la capacità di avere una leva fiscale di una certa efficacia, l’operaio ha uno stipendio basso, ma ha una casa popolare, dei servizi (la sanità  però in Cina è tuttora privata, attenzione… li non c’è stata la riforma di Tina Anselmi che abbiamo avuto in Italia per una sanità pubblica gratuita, quello che PD e destre cercano di smantellare per recepire i desiderata delle oligarchie finanziarie transnazionali). Il “Bengodi” in realtà era in Italia (ancora da Cicalese) con il suo welfare doroteo: sanità gratuita, scuola idem, le 150 ore, il tutto frutto di vaste lotte popolari, di conquiste da parte dei gradi partititi popolari, di un processo di unificazione nazionale completato dal conflitto sociale post bellico: dalla Resistenza al movimento operaio e quello bracciantile del dopoguerra, PCI, Di Vittorio, ecc. almeno fino alla metà degli anni ’70, con la cesura e l’inizio della controffensiva del grande capitale finanziario e multinazionale, data dalla Trilaterale.
Inoltre, mentre il liberalismo del capitalismo occidentale si basa su “uomini liberi” che nella rivoluzione industriale, tra impero britannico, Olanda e colonie poi USA si reggevano sulla schiavitù, e oggi sul suprematismo colonialista e una catena imperialista gerarchica tra paesi neoliberisti, in Cina vige una sorta di millenario confucianesimo, che ha come dominante non la marx-maoista contraddizione, bensì l’armonia. L’imperatore garantisce la vita della popolazione in base a norme corporative, dunque classiste e la regola è: ognuno al suo posto nella società. Di comunista e rivoluzionario, capirete, c’è poco o punto nulla.

In Cina, per questo, in virtù del potere burocratico di una classe che si è formata dentro gli apparati statali e di partito, domina il capitalismo della sorveglianza. E tanto per fare esempi eloquenti, la mancanza del diritto di sciopero e la impossibilità di creare un sindacalismo dal basso, sono la palese negazione della lotta di classe.

Persino la socialdemocrazia svedese dei tempi di Olof Palme aveva dinamiche redistributive e servizi per i cittadini all’altezza di una società dei diritti sociali, pur essendo una modalità diversa da quella liberal-democratica di stampo anglosassone.
Sicché, in definitiva, se i modelli socialdemocratici o del capitalismo confuciano, con caratteristiche cinesi sono assolutamente preferibili alla macelleria imperialista atlantista del neoliberismo inaugurato con l’era Reagan Tatcher e il suo TINA (there is not alternative…), è fuorviante parlare di socialismo. Una partecipazione attiva alle forze e ai paesi del fronte che si è formato con i BRICS è necessaria, con tutte le alleanze possibili e utili, ma non parliamo di socialismo per favore.

 

Integrazione e decolonizzazione, un doppio movimento che rende complesso il rapporto Cina/mondo

Apro una parentesi ricorrendo all’analisi di Roberto Sassi nel suo scritto ancora attuale a distanza di anni: Babylon by bus (lo trovate qui), quando rileva la tendenza alle delocalizzazioni e al trasferimento dei cicli di produzione del capitalismo verso le periferie e all’apertura di nuove contraddizioni nella formazione di classi operaie nel terzo mondo. Questo processo, che ha portato la Cina a essere la “fabbrica del mondo” nella prima fase economica inaugurata da Deng Xiaoping, non ha solo aperto a nuove contraddizioni sociali interne a quel paese e a una battuta d’arresto del processo al socialismo, ma ha favorito uno sbocco prezioso alla caduta tendenziale del saggio di profitto e alla produzione di plusvalore, con le delocalizzazioni e il trasferimento dei cicli di produzione occidentali, alimentando la sopravvivenza del capitale alla sua stessa crisi strutturale su scala mondiale, allungando i tempi della crisi, sviluppando forme più esasperate di dominio ancora più potente del capitale sul lavoro, nell’arresto del potere contrattuale di quest’ultimo e delle conquiste operaie nell’Occidente.

Il che non fa della Cina un paese propriamente internazionalista e queste “caratteristiche” che ne connoterebbero il presunto socialismo, appaiono come una sorta di nazionalismo dominato da una burocrazia autoreferenziale. Nulla di nuovo dunque, se non peggio: l’integrazione di sistema prima menzionata. Tuttavia questa crescita e l’influenza cinese nei maggiori quadranti del pianeta, ha contrastato sul piano economico l’imperialismo atlantista, ha dato forza e una nuova visione dei rapporti internazionali tra paesi a classi politiche nazionali e a movimenti di popolo che hanno così potuto rimettere in discussione i rapporti di vassallaggio con l’Occidente collettivo. Ha favorito processi di decolonizzazione dall’Africa all’America Latina. In definitiva però questo doppio movimento: integrazione capitalistica pro domo sua e decolonizzazioni, non ha nulla a che vedere né con una visione internazionalista, che dopo il Komintern e poi il Cominform si è persa, né con le aspirazioni classiste dell’élite cinesi burocratiche, finanziarie, commerciali e industriali che comunque devono fare i conti con il sistema cinese largamente condiviso dalla popolazione nel suo complesso e che non lascia spazio neppure a un’autonomia gestionale del capitale sugli interessi generali del paese.

Se la Cina ha potuto essere e diventare quella che è oggi, ossia una potenza mondiale, ormai la prima, è perché ha saputo sfruttare le dinamiche economiche e sociali proprie del capitalismo e della sua fase globalista. Non certo quelle della socializzazione dei mezzi di produzione e del superamento della proprietà privata. La direzione che ha preso non è quella del socialismo, ma dell’integrazione con il sistema capitalistico, caratterizzando la propria politca economica come una sorta di neocapitalismo che è altro dal capitalismo neoliberale occidentale.

 

Democrazia popolare: un accenno a Lukács

György Lukács

Il comunismo, lo sappiamo bene, è “il movimento che abolisce lo stato di cose presente”, che quindi dovrebbe partire dal socialismo, ossia dalla socializzazione dei mezzi della riproduzione sociale e da una democrazia popolare di transizione che György Lukács descrive molto bene nella sua opera L’uomo e la democrazia, una delle ultime fatiche del grande filosofo marxista, che va all’essenza stessa dell’uomo socialista nella democrazia reale, di popolo e per il popolo. O dell’uomo democratico nel socialismo reale se preferite, per come si concretizza storicamente nelle sue fasi di transizione. Il comunismo dunque, nel superamento delle classi sociali e dell’affermazione definitiva del valore d’uso, è la società dei bisogni realizzati e della liberazione umana dalla fatica del lavoro, in relazione con lo sviluppo delle forze produttive scientifiche e tecnologiche. Di tutto questo, di tale traiettoria nella Cina dell’ultimo socialismo reale volgarizzato a capitalismo che riproduce se stesso come sistema, non v’è traccia. Il consiliarismo, o sovietismo se preferite, è a mio parere uno dei grandi vulnus del comunismo novecentesco, un allontanamento dalla Comune di Parigi e dall’Ottobre, con dinamiche di burocratizzazione che fanno divenire profetica la Luxemburg con il suo concetto di “dittatura di partito”. L’approccio sulla democrazia popolare o più in specifico proletaria, nello smantellamento di apparati, privilegi, dispositivi di dominio classista non può prescindere dal protagonismo popolare, di base, a partire dalle forme possibili e funzionali di rappresentatività. Di questo sulla Cina ci sarebbe molto da dire, ma non ci sono più modelli pecostituiti e la questione è ancora aperta e ogni situazione specifica e concreta abbisogna delle sue strumentazioni teoriche e pratiche oer costruire una reale egemonia di classe nel cambio di sistema.

Non vorrei comunque essere frainteso. Non penso infatti che il socialismo sia una formuletta desunta dai classici del marxismo, come molti partiti e gruppetti comunisti con i loro giornaletti dottrinari propongono senza alcuna attinenza con la realtà e la situazione concreta. Ma non penso, e si sarà capito, neanche che il socialismo sia un aggiustamento di tale dottrina davanti all’incapacità e impossibilità, magari perché prematuro, di realizzare il socialismo dentro il sistema globale e globalizzato del capitalismo, nel dominio reale del capitale su scala mondiale.

La politica è l’arte del possibile e, se pur non possiamo accontentarci e, al contrario, dobbiamo tenere la barra dritta verso la realizzazione di una società senza classi con una buona dose di utopia calata nella concretezza del possibile, i comunisti restano comunque la parte più avanzata e matura di questo movimento, operando in ogni contesto sulle contraddizioni materiali, storiche, economiche, politiche e culturali date, per far avanzare i diritti sociali, il contropotere dal basso delle masse proletarie e popolari, identificando le tattiche più opportune e necessarie nel quadro di una strategia generale che intacchi e incida sui rapporti di forza tra classi, adottando le forme di lotta più idonee allo scopo e analizzando sempre la situazione concreta le forze sociali, la composizione di classe, le alleanze possibili, a partire da quale stato nazione che pianifichi un’economia di mercato verso la socializzazione dei mezzi di produzione e forme più evolute di partecipazione democratica e popolare alla vita del paese, ridimensionando e portando alla sconfitta il potere borghese e imperialista del capitalismo, nel nostro caso neoliberale. Autogestione, Stato come camera di compensazione consiliare dei diversi gruppi sociali e del lavoro: molti insegnamenti ci vengono dal bolivarismo di Nuestra America. In particolare va considerato l’insieme di spunti che colgono questioni essenziali da Gramsci, che provengono da Alvaro Garcia Linera 10: uno dei massimi esponenti del riformismo boliviano.

 

Per non confondere la tattica di fase, con la strategia per il socialismo

Ma ora però passiamo allo scenario mondiale, alla fase. Mai come oggi viene contraddetto dai fatti (che sono più duri di ogni testa controrivoluzionaria così come pseudo-rivoluzionaria) il postulato di Fukuyama enunciato appena dopo il crollo del socialismo sovietico che recitava “Se oggi noi siamo arrivati a un punto in cui non possiamo immaginare un mondo sostanzialmente diverso dal nostro, in cui non si vede in che modo il futuro potrebbe costituire un miglioramento essenziale rispetto al nostro ordinamento attuale, allora dobbiamo anche prendere in considerazione la possibilità che la stessa Storia sia giunta alla fine” (in La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992). E fatti duri sono i processi di decolonizzazione, l’ascesa del multipolarismo trasversale alle più diverse economie capitalistiche e paradigmi socio-culturali in relazione al declino del dollaro e delle sue imposizioni economiche socio-culturali e valoriali.

E ancora, mai come oggi in questo contesto di degenerazione dei rapporti internazionali e di fine millennio del breve ciclo di guerra fredda che ha seguito due conflitti di portata mondiale (il secolo breve del Novecento come definito da Eric Hobsbawm), affiora come profetica e attuale la parola d’ordine di Rosa Luxemburg: “o socialismo, o barbarie”9, davanti l’apertura di una fase di guerra imperialista che ci porta più vicini come non mai alla guerra termo-nucleare. Anche qui, con il conflitto tra Ucraina e Russia, che non è altro che il coronamento dell conflitto NATO Russia, preparato dall’Occidente dalle “rivoluzioni colorate nell’Est Europa e con il passaggio del golpe nazi-banderista a Kiev nel 2014, questo rischio non è mai stato così evidente nel suo essere a un passo dall’avverarsi. Basta un singolo errore, o un calcolo bellico sbagliato.

Ho esposto prima le ragioni dello schierarsi con la Cina in base al modello economico sociale capitalistico preferibile per lo sviluppo di un processo rivoluzionario nella lotta di classe, che aggiungo, deve vedere sconfitto questa sorta di “quarto reich” anglosassone avviato con la guerra fredda e le sue bombe atomiche in Giappone, a sostituzione di un capitalismo industriale europeo, con l’inizio del dominio della finanza: ci sono infatti voluti tre decenni per fermare le conquiste sociali ottenute dalla lotta di classe e dalla pressione sovietica, fino agli anni ’70.

Ora faccio emergere anche le ragioni più generali, se vogliamo umanitarie nel senso più profondo, di salvezza dell’umanità dall’olocausto atomico, per sostenere la causa di Cina, Russia, BRICS e di un’alternativa sistemica basata sulla sconfitta dell’egemonia USA e neoliberale e su normali rapporti economici e di scambio che al massimo possano prevedere conflitti limitati e regionali.

Questi aspetti, al netto di tutte le critiche che si possano rivolgere alla Cina, squalificandola come socialismo e collocandola nel capitalismo, ossia come capitalismo con caratteristiche confuciane, non inficiano la necessaria presa di posizione dei comunisti, di mutuo rispetto e interazione tra partiti comunisti anche diversi tra loro nella concezione del socialismo e nel posizionamento sociale delle classi al potere, nella produzione sociale, nella proprietà dei mezzi di produzione e circolazione del capitale, nella redistribuzione della ricchezza prodotta e infine nelle classi che detengono il potere reale nella società. Senza mitologie e senza diventare epigoni del denghismo revisionista, così comodo per non pagar dazio alla necessaria riformulazione di un socialismo possibile da qui e ora, che faccia tesoro dei limiti del passato.

 

Il fallimento dell’esperienza maoista ha aperto la strada alla borghesia cinese

Ma per concludere, alcune riflessioni vanno fatte anche riguardo l’esperienza maoista del socialismo cinese, che ha avuto la sua apoteosi e rapido declino con la Rivoluzione Culturale. Ne ha descritto in modo mirabile con un sintetico ma efficace affresco la prima menzionata Pun Ngai nella sua opera Cina la società armoniosa ((Ed. Jaca Book, 2012). Merita questa lunga citazione:

«… nel momento in cui la Cina entrava nell’era socialista, il cui scopo ultimo era quello di eliminare le classi, essa aveva dovuto prima di tutto costruire una classe operaia per legittimare il potere politico del partito comunista, che affermava di essere l’avangiardia del proletariato cinese. La macchina del partito era quindi intrappolata nella prssi autocontraddittoria do dover fare e rifare la classe operaia per dare forma al progetto di costruzione del socialismo. I lavoratori cinesi venivano così chiamati in causa dall’ideologia maoista in termini di “identità di di classe” e di “condizione sociale”. Questa dterminazione politica era così efficace da produrre senza alcuna difficoltà un evidente slittamento della classe in sé nella classe per sé.
Come ha giustamente scritto Wang Hui, il concetto di classe nell’ideologia di Mao ha rivestito un duplice significato: quello di un’immagine radicalizzata che intendeva riattivare l’utopia socialista attraverso una lotta di classe perpetua, e quello di un significante della condizione sociale di classe, che mirava a dare un’identità a ogni soggetto cinese, e che infine si concluse in un processo di spoliticizzazione (Wang, 2006). L’aticolazione politica, o se si vuole la la decisione politica, del concetto maoista di classe condusse a «un discorso di tipo essenzialista sull’identità di classe, che si mostrò incapace di stimolare il cambiamento politico dal basso; piuttosto, esso produsse il genere più oppressivo di logica del potere, e con essa l’origine del carattre spietato delle successive lotte tra fazioni. Il crescente predominio di un discorso di classe identitario, fondato sulle ‘origini familiari’ o sul ‘lignaggio del sangue’, ea una negazione e un tradimento della prospettiva soggettivista e attivista che aveva costituito il nucleo originario della rivoluzione cinese.»
(…)
«La duplice articolazione del concetto, nei termini di lotta di classe da un lato, e di identità di classe dall’altro, finiva per spogliarla del suo contenuto strutturale, cosicché la classe in sé diventava una classe per sé negando la propria materialità. La classe in Cina divenne uno spettro, che da un lato si privava della propria capacità di lotta, dall’altro utilizzava la politica come propria rappresentante e come propria collocazione naturale.»11

Le politche riformiste di Deng Xiaoping videro nel concetto classe elaborato da Mao e sviluppato fino alle sue estreme conseguenze nella Rivoluzione Culturale, l’ostacolo prioritario da rimuovere, a cui seguirono passi concreti per ridurre le esperienze socialiste delle comuni popolari, individuando nel radicalismo di sinistra il principale nemico per lo stato-partito.

Prosegue Pun Ngai:

«La classe operaia cinese, che negli anni precedenti era stata costruita dalla politica e poi fornita di un contenuto strutturale dalle imprese di stato e da quelle a proprietà collettiva, che avevano creato i posti di lavoro e le condizioni sociali di classe, fu obbligata a scomparire.
In collaborazioe con la burocrazia statale, la nuova borghesia emergente e la classe media urbana utilizzaronoil discorso di modernizzazione neoliberista per fare a meno di questa classe operaia: il linguaggio maoista di lotta di classe fu definitivamente abbandonato, e la posizione privilegiatadella classe operaia cinese vene sottoposta a dure critiche»12

È evidente che la destra denghista fece leva sui limiti soggettivistici e sulle forzature del maoismo per aprire all’ascesa della borghesia cinese e del suo capitale. E non è un caso che alla gogna fu messa la lotta di classe a favore di un concetto come la modernizzazione, più utile a quei ceti che da una condizione di subordinazione alle dinamiche economiche della socializzazione, ora potevano tornare a esercitare liberamente l’appropriazione di lavoro umano, salariato, a fini privati, o con aziende di stato che si sorreggevano su un manageriato “mandarino” (la burocrazia come parte della classe borghese) come condizione di sviluppo delle forze produttive per una società che passava dalla contraddizione della lotta di classe all’“armonia” dell’ognuno al suo posto, riaffermando una cultura millenaria che il maoismo aveva solo scalfito per pochi anni.

Venendo ai nostri compagni filocinesi d’oggidì, va evidenziato che l’ideologia denghista ben si attaglia alla mentalità dei comunisti occidentali, piuttosto refrattari in fondo e alla fine della fiera, con il loro comunisteggiare ludico-intellettuale, a un tipo di società che non sia l’habitat in cui vivono e si sono formati: la società consumistica con i suoi valori di opulenza e benessere capitalistico, pieno di merci e di comodità che solo si reggono, nella realtà dei fatti, sulla scarsità sociale del loro accesso e godimento. Il cerchio con la Cina del consumismo occidentaloide si chiude. E al contrario l’ideologia maoista di una classe per sé, che dalle condizioni identitarie di un egualitarismo appiattito verso il basso marciava simbolicamente e stoicamente verso il socialismo, è piuttosto aliena a tali comunisti consumisti, che hanno trovato nel nuovo corso cinese l’alibi perfetto per non fare i conti sul serio, ancora una volta con i limiti storici ed economico-sociali del marxismo-leninismo,della teoria e prassi comunista per come si è determinata storicamente per tutto il Novecento.

Concludiamo questo escursus sul “socialismo dalle caratteristiche cinesi” chiamando in causa ancora la Pun Ngai, che ci dice:

«Ma il paradosso della storia della classe operaia in Cina è che, proprio nel preciso momento di questa denuncia (l’attacco denghista alla classe per sé e alla lotta di classe, nota mia) una nuova forza-lavoro è andata formandosi rapidamente grazie ai lavoratori migranti provenienti dalle campagne, che si sono riversati nelle nuove zone industrializzate o in quelle di recente sviluppo. Queste regioni hanno costituito il terreno di crescita del capitale globale, desideroso di attingere all’enorme quantità di forza-lavoro cinese a basso costo. Quindi una nuova classe operaia, compsta dal numero immenso dei lavoratori-contadini della Cina rurale, era pronta a nascere; e tuttavia essa ha incontrato degli ostacoli proprio nella sua genesi come forza di classe, poiché quando la classe in sé stava per darsi una struttura fondativa il blocco egemonico non ha avuto alcuna pietà nel tentare di reprimerla con le più diverse tecniche di potere. Così la lotta di classe si trovò ancora una volta al punto di dover creare una “classe per sé”.»13

Mi sembra di vedere Mao con un sottile sorriso sulle labbra.


 

NOTE

1. Pasquale Cicalese, Piano contro Mercato. Per un salario sociale di classe (p.18)

2. Ibidem p.18

3. Ibidem p.16

4. Ibidem pp.15-16

5. Ibidem pp. 19

6. Vedi Su Stalin e sull’URSS, ed. Politecnico Einaudi, un insieme di scritti ottimi di Mao sulle divergenze con l’URSS sin dai tempi di Stalin

7. A tal proposito, va letto l’articolo su Marx21 Deng Xiaoping e la Cina

8. Pun Ngai, Cina, la società armoniosa – sfruttamento e resistenza degli operai migranti, ed. Jaca Book

9. Si suggerisce la lettura dell’opera della Luxemburg Socialismo o barbarie, la crisi della socialdemocrazia che torvate nell’edizione di Red Star Press

10. Si legga di Linera: Democrazia, Stato, Rivoluzione. Presente e futuro del Socialismo del XXI secolo, Ed. Feltrinelli

11. Pun Ngai, Cina, la società armoniosa – sfruttamento e resistenza degli operai migranti, ed. Jaca Book, pag 37

12. Ibidem pag. 7 e 8

13. Ibidem pag. 8

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