di Luca Cangianti

«Ma è una meravigliosa comunità solidale, un’utopia realizzata!» Più o meno è questo il solito commento degli amici e delle amiche che porto a fare una passeggiata alla Garbatella. Attraversano i lotti, vedono le villette bifamiliari con i giardinetti, i panni stesi nei cortili, i bambini che giocano a nascondervisi dietro; scorgono il volto di Carlo Giuliani dipinto ai piedi di una scalinata, poi quello di Piero Bruno, un giovane militante di Lotta Continua ucciso dalla polizia nel 1975; ascoltano i miei racconti sulle guasconate dei partigiani di Bandiera Rossa, mangiano in una trattoria accarezzati dal vento della sera, e il gioco è fatto.
Io sto zitto, ma dentro di me rimugino indispettito. Penso al costo delle case, alla gentrificazione strisciante, ai vecchi forni che chiudono e soprattutto alla mia vicina che per oltre trent’anni non mi ha consentito di fare in pace una cena con gli amici, perché secondo lei, parlando, facevamo rumore. E lei doveva dormire, anche alle otto e mezza di sera.
Adesso, in compenso, mi assorda con un condizionatore che sembra l’astronave atomica del dottor Quatermass e mi scaraventa secchiate d’acqua sporca sul terrazzo, con la scusa di annaffiare le piante. Una volta ho provato a spiegarle che esistono anche gli altri, e tra questi il sottoscritto. Risultato: zero. Ormai penso che sia il Male assoluto.
Dico questo perché a ogni racconto entusiastico sui rapporti solidali che si sarebbero creati in Val di Susa nella resistenza al Tav, mi tornano in mente gli ingenui commenti apologetici dei miei amici in visita alla Garbatella – quelli che non conoscono la mia vicina. Insomma, quando con Ludovica ho visitato la Val di Susa, sono partito con una patina di scetticismo.

Una montagna di libri, piazzetta del mulino, Bussoleno

Eymerich in Val di Susa

Usciamo dalla A32 a Chianocco e prendiamo una strada statale: su tutti i pali della luce sventola la bandiera No-Tav: bianca con il treno sanzionato da una croce rossa. Fa una certa impressione: dà l’idea di un territorio presidiato. Bussoleno è uno degli epicentri del movimento. Vediamo le case a ringhiera e alcuni tetti spioventi. Ogni tanto arriva odore di legna bruciata, di bestiame, di piante in fiore. Sono gli ultimi giorni di maggio.
“Una montagna di libri” è una manifestazione No-Tav che quest’anno festeggia il decimo compleanno. Nel 2015 si è trasferita a Bologna: siccome Valerio Evangelisti tardava ad andare in valle, gli attivisti della valle, in collaborazione con Carmilla, si sono dati appuntamento al Vag 61 per una tre giorni di dibattiti e di presentazioni.
In Eymerich risorge (Mondadori 2017), l’inquisitore attraversa queste terre accompagnato da un contadino:

«Marcel, la distanza è grande, eppure mi pare di vedere lassù dei fori e delle specie di canali.» Indicò i monti attorno, e soprattutto uno che aveva forma di piramide.
«Vedo bene?»
«Sì, padre. I rilievi che circondano Oulx sono attraversati da caverne e solcati da gallerie all’aperto, che serpeggiano tra le rocce. Sono, a volte, veri labirinti.»
«Si tratta di miniere?»
«Attualmente no. Forse in un passato che nessuno ricorda. Non vi sono materiali utili nelle montagne. Solo sostanze avvelenate, capaci di provocare malattie mortali. Uccidono non subito, ma nel tempo.»
«In che modo?»
«Non lo so. Qualcosa di malato esiste. In quelle cavità si trema di freddo anche in piena estate, sotto il sole d’agosto, senza bisogno di penetrare nelle caverne.» Il contadino indicò vagamente davanti a sé. «In tutta la valle, fino a Susa e oltre, i monti racchiudono materiali velenosi. C’è chi ha cercato di perforarli per aprire passaggi. Ha subito rinunciato, perché sollevava nuvole di polveri venefiche, che scendevano sugli abitati.»
«Ogni tentativo sarà abbandonato.»
«Sì. Se si presenta qualche idiota che cerca di scavare nella roccia, la popolazione insorge. Ci tiene alle sue valli, e alla sua vita.»

A leggere i brani è Renato Sibille. Nella piazzetta del mulino un pubblico di mezza età segue con attenzione. Si percepisce un grande affetto verso lo scrittore scomparso. Finalmente arrivano anche alcune adolescenti con le magliette No-Tav e dei gilet gialli. «Il loro approccio è completamente diverso rispetto alla vecchia generazione No-Tav» dice Maurizio. «Adesso la grande sfida è vedere che impulso daranno al movimento, quali metodi e quali tematiche vi porteranno.»
Nel corso della giornata Nicoletta Dosio presenta Fogli dal carcere (Redstar press, 2022): «Non avrei pensato di pubblicare questo libretto. L’ho scritto per dare un senso a un tempo che non ha tempo.» Alla mia destra un uomo massiccio si asciuga gli occhi con imbarazzo. Sandro Moiso e Jack Orlando della redazione di Carmilla analizzano la guerra in corso, Serge Quadruppani e Domenique Manotti mandano saluti e solidarietà dalla Francia.
A pranzo ci troviamo all’Osteria La Credenza: si raccontano le novità della valle a noi che veniamo da lontano. La narrazione delle imprese della lunga resistenza inizia con una voce, s’interrompe e viene ripresa da un’altra. I commensali passano da un tavolo all’altro, tutti conoscono tutti. Davanti a noi c’è un murale che riproduce in chiave No-Tav il famoso dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo. I dibattiti riprendono nel pomeriggio e si protraggono tra calici di vino in un crescendo mitologico che inevitabilmente porta a narrare degli anni settanta. Finiamo in un locale che qui tutti chiamano “dai romani”, anche se il vero nome è La Locanda dell’Orsiera e i proprietari sono reatini. A metà serata Ludovica mi fa un sorriso solare. Lo so cosa pensa, ma non demordo: «Aspetta» le dico quasi infastidito. «Non corriamo con i giudizi romantici. Cerchiamo di capire meglio.» In verità sono tornato l’adolescente che ascoltava le imprese rivoluzionarie svoltesi solo pochi anni prima. In quei giorni speravo che il mio tempo giungesse presto.

Folletto della Val di Susa

Don Dinamite

Il giorno seguente visitiamo “Terra è Libertà. Critical Wine” che si svolge nella piazza del mercato. Compriamo due calici marchiati No-Tav e vaghiamo tra gli stand di piccoli produttori valsusini danneggiati dall’impatto della grande opera. Incontriamo il sindaco di Mompantero, Davide Gastaldo. Insieme a Mariano Tomatis e Filo Sottile ha pubblicato Roc Maol e Mompantero. Il codice Dell’Oro (Tabor, 2018), un originale dispositivo ludico-politico che prende spunto da un’indagine su una sorta di età dell’oro fiorita in Val di Susa tra culti esoterici e ufo ante litteram. Il sindaco ci racconta dell’utilizzo delle compensazioni come strumento per fiaccare la resistenza dei comuni che si oppongono al Tav. La Regione Piemonte infatti vorrebbe vincolare gli stanziamenti per contrastare il dissesto idrogeologico, per i danni di incendi e alluvioni, per i servizi essenziali, la sanità e la scuola, all’accettazione dell’infrastruttura contestata.
Maurizio mi presenta Luca. È un agricoltore, mi chiede di dove sono e che ne penso della valle. Gli offro un panorama decisamente positivo perché, malgrado tutto il mio scetticismo iniziale, ogni persona con la quale abbiamo parlato mi ha confermato quello che prima di partire avevo letto su un libro di Marco Aime, Fuori dal tunnel (Meltemi, 2016):

«Il movimento ha fatto nascere un senso di comunità forte. Si sono stretti nuovi legami. Siamo una grande famiglia, fatta di persone che non ti saresti mai sognato di frequentare e con cui invece organizzi marce, cene e altre cose». Queste parole di Eugenio riassumono in modo esemplare il parere della quasi totalità degli intervistati: la lotta contro il Tav ha fatto sì che nascessero nuovi legami tra le persone, un nuovo modo di rapportarsi, una capacità maggiore di riflessione, di condivisione e di concertazione.

Luca annuisce, ma poi aggiunge: «Il movimento è uscito dalla pandemia frammentato. Non ci dobbiamo nascondere la verità: c’è un certo disorientamento in giro; ci siamo ripiegati su noi stessi.»
Provo un piacere sottile e inconfessabile, una sorta di Schadenfreude. Me ne vergogno.

Matteo e Rita davanti alla libreria di Bussoleno

Vicino alla piazzetta del mulino c’è la libreria: La Città del Sole. È nata nel 2002, poi dal 2008 è stata affiancata da un bar molto frequentato. Rimango sorpreso dalla selezione dei titoli sugli scaffali. Anche tralasciando una nutrita sezione No-Tav, non sono quelli che mi aspetterei in un comune di circa seimila abitanti. Più in generale, non mi sembra di stare in un piccolo centro di montagna, connotato dai tipici stili di vita provinciali.
«È probabile che sia dovuto agli importanti insediamenti industriali di un tempo: principalmente ferrovie e cotonifici, senza dimenticare che molta gente lavorava nelle fabbriche di Torino.» Rita è stata la libraia del paese per undici anni e adesso ha passato il testimone a Matteo. «Inoltre – continua – non va trascurato l’impatto che ha avuto la Resistenza in queste valli: a Bussoleno non troverai né una via Roma, né una via Vittorio Emanuele. I nomi prevalenti sono quelli dei partigiani.»
Da un libro di Chiara Sasso e Massimo Molinero, Una storia nella Storia e altre storie (Morra, 2001) vengo a sapere dell’incredibile sabotaggio del viadotto ferroviario dell’Arnodera compiuto da Francesco Foglia (un sacerdote noto con il nome di don Dinamite) insieme all’ufficiale Vittorio Blandino e ai membri delle Brigate Garibaldi Sergio Bellone e Remo Bugnone. Verso l’una di notte del 29 dicembre 1943 la valle è scossa da un boato: sono ottocento chili di plastico che esplodono. Un ponte di ottanta metri, con cinque arcate e tre pilastri va giù. I nazisti impiegheranno tre mesi per ricostruirlo e definiranno l’attentato «una autentica opera d’arte». Dal libro emerge il profilo drammatico e straordinario di un cappellano militare che passò dal combattere i comunisti in Jugoslavia ad abbracciare la Resistenza in Val di Susa, cavalcando infaticabilmente la sua bicicletta e beffando i nazifascisti con travestimenti e azioni spericolate. Arrestato, finì nei campi di concentramento in Germania e al ritorno fu colpito da una tragedia familiare: due nipotini in vacanza furono dilaniati da un ordigno bellico abbandonato nei pressi della sua abitazione. L’origine dolosa del fatto non fu mai appurata.

Immaginari di montagna

Rita ci accompagna al presidio di San Didiero, di fronte al luogo dove dovrebbe sorgere il nuovo autoparco, una zona di sosta temporanea per i tir: «Ecco dove vanno a finire soldi che potrebbero servire a finanziare la scuola e la sanità». Si tratta di un cantiere di 68 mila metri quadrati per un’infrastruttura che dovrebbe sostituirne una già esistente a Susa. Consumerà nuovo suolo e costerà 47 milioni di euro. Per i No-Tav è una nuova opera inutile in quanto progettata senza alcuno studio sulle previsioni del traffico. In questo caso l’alta velocità Torino-Lione non c’entra. Anzi, finora si era venduto il Tav come un modo per trasferire il traffico dalla strada alla rotaia, mentre adesso, con la costruzione del nuovo autoporto a San Didero, la logica sembra cambiare di segno.
Scendiamo dall’automobile e ci troviamo di fronte una scena assurda: un camion idrante e una pattuglia di poliziotti sono circondati da filo spinato e transenne alte due metri; ma non si capisce cosa difendano, perché non c’è assolutamente nulla. Nel nostro spazio visivo le forze dell’ordine e il loro veicolo sono incorniciati da grandi barriere new jersey sulle quali sono stati disegnate due frecce rosse che partono da un insulto irripetibile scritto a caratteri cubitali indicando inequivocabilmente i “prigionieri”.

È martedì, Maurizio ci ha affidato ad Adele che ci accompagna a Cels, una borgata di case dai tetti di ardesia dove visitiamo Clapìe. Si tratta di un centro di documentazione dedicato alla storia e all’immaginario territoriale. Esiste da dieci anni, ospita dibattiti, cene sociali, trasmissioni radiofoniche No-Tav e una biblioteca. «Non consideriamo la montagna come meta di fuga» dice Daniele Pepino, «ma come luogo di resistenza alla società della merce e dell’autorità. Pensiamo che le tradizioni e gli immaginari legati ai territori non vadano lasciati nelle mani della reazione.» Un esempio di questo discorso è il libro «Escartoun». La federazione delle libertà (Tabor, 2014). Walter Ferrari e lo stesso Daniele Pepino vi raccontano la storia di un’entità politica autogestionaria, nata nel 1343 e sopravvissuta fino al 1713, erede di una tradizione millenaria che ha sempre opposto i montanari delle Alpi all’oppressione dei poteri centrali.

Vigneti vicino alla centrale idroelettrica di Chiomonte

L’Entità

È il nostro ultimo giorno in Valle. Maurizio ci aspetta davanti al municipio di Chiomonte. Saliamo in macchina e imbocchiamo via Roma che scende giù fino alla Dora. Passiamo davanti ad Alta voracità, il famoso murale di Blu in cui una fila di figure carponi si cibano degli escrementi valutari di chi le precede. Attraversiamo il check point militare della centrale idroelettrica ed entriamo in una zona di vigne. Il pranzo sociale si tiene davanti a un antico colombaio alto quattro metri. Potrebbe avere anche cinquecento anni; era una stazione che ospitava i piccioni viaggiatori. Ognuno ha portato qualcosa, noi niente. Ludovica me ne attribuisce la colpa. A tavola torna la discussione sulle compensazioni: sembra che il movimento non sia concorde su quale posizione prendere in merito. Ci sono quelli più radicali, quelli più dialoganti. Tuttavia mi sono accorto che qui il frequentatore della parrocchia riesce a stare accanto a quello dei centri sociali senza imbarazzi e difficoltà.
Alcuni commensali s’incuriosiscono quando sentono che siamo di Roma, perché sono di ritorno da Enotica, la fiera di vini naturali che si è svolta al Forte Prenestino. Hanno fondato una fattoria, la Granja Farm, valorizzando produzioni tipiche locali al fine di contrastare la costruzione del Tav e il suo immaginario mercificato. Producono miele biologico, succo di mela e vini naturali. «Gli anziani del posto sono felici di spiegarti come si fanno le cose» dice una giovane donna. «Noi impariamo e facciamo vivere saperi e prodotti genuini che altrimenti sarebbero destinati a scomparire.»

Dopo pranzo siamo presi in consegna da Gildo, uno dei proprietari di questi vigneti. Passiamo davanti a un B&B e arriviamo al Museo della Maddalena. Un tempo si poteva visitare. Vi erano esposte monete, frammenti di stoviglie e di tombe, dal neolitico alla seconda età del ferro. Oltre non si può andare. Ci sono altri militari, altre grate e filo spinato a volontà. Saliamo per un bosco tra castagni, frassini e qualche ciliegio selvatico. Da un ramo penzola una maschera a gas, chissà, un cimelio di qualche battaglia. Gildo indica in fondo al pendio, oltre il filo spinato: «Questo terrapieno squadrato è composto dai detriti degli scavi del tunnel geognostico. Vedete? La bocca sta lì.»
Sono scosso da un brivido. In Un viaggio che non promettiamo breve (Einaudi, 2016) Wu Ming 1 aveva ragione a sostenere che lì sotto si annida una mostruosa Entità lovecraftiana. Vedo l’enorme cannula che la nutre, capisco che quelle immense vasche d’acqua servono a raffreddarne il metabolismo alieno.
«Tranquillo!» sorride Maurizio che deve aver percepito il mio turbamento. «Avremo pure i nostri problemi, ma il Tav non si farà mai!»

Tornando a Roma ripenso a quella affermazione. Forse si riferiva al disinteresse francese per la realizzazione dell’opera (la notizia è di qualche mese fa) e alla conseguente perdita dei finanziamenti europei. Oppure si trattava della fiducia caparbia di chi sa di essere nel giusto, di chi sente intorno a sé il calore di una comunità solidale. Non lo so. Abbiamo viaggiato tutto il giorno e siamo stanchi. Inserisco la chiave nella toppa del portone del condominio. Attraverso il vetro vedo la vicina.

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