di Luca Baiada

Sta arrivando il congresso nazionale dell’Anpi. In una vignetta di qualche anno fa, i genitori di un bebè sono fieri di averlo vaccinato, e anche tesserato all’Anpi contro il fascismo: ecco il sunto di un bel proposito con sostanza debole. Presa così, la tessera dell’Anpi è una medaglina.

L’associazione è un punto di riferimento. Presente ovunque in Italia e con sezioni all’estero, non è un partito ma neanche un gruppo qualsiasi, e ha un nome importante. Le contraddizioni sono nella sua storia. Nasce nel ’44 dopo la liberazione di Roma e nel ’45 diventa un ente morale. Possono iscriversi solo i partigiani, e così entra solo chi ha partecipato a un evento storico finito. Ma all’epoca i partigiani sono giovani, il mondo sembra tutto nuovo, fioriscono i per sempre e i mai più. Le cose sono a pezzi, i fascisti sono nelle tane; i cuori antifascisti sono formidabili, i cervelli dipende.

Molti anni dopo, quel presupposto per iscriversi viene allargato, non rimosso: possono entrare anche i militari del Corpo italiano di liberazione (detto esercito del Sud o del re), composto da formazioni regolari sotto il controllo degli Alleati, e i militari deportati che hanno rifiutato di combattere per il nazifascismo. L’essenza originaria del partigianato sbiadisce e il problema è solo differito: si tratta sempre di persone che hanno partecipato a un fatto terminato. Solo nel 2006, dopo molte cose – crollo del blocco socialista, ritorno della guerra in Europa, telefonia cellulare, berlusconismo, internet, 11 Settembre, valuta europea, egemonia tedesca, finanza creativa – il tesseramento è aperto a tutti. Il ritardo pesa: si fatica, a far educare i bambini dai nonni. Nonni e nipotini si gratificano a vicenda di un’affettività acritica, senza il conflitto fra genitori e figli necessario alla crescita.

Ci sono domande che non avranno mai risposta. E se l’Anpi avesse aperto prima, per esempio nel 1968? Quanti giovani avrebbe strappato al peggio? alla scelta delle armi? al buco? al punkabbestia? O semplicemente al riflusso, al muretto, al «lavoro guadagno, pago pretendo», all’«autoradio sempre nella mano destra e il canarino sopra la finestra»? L’onda lunga dei Sessanta, nel clima della destalinizzazione e della decolonizzazione, di Kennedy e di Che Guevara, era il momento per ripensare la Liberazione e riattrezzare l’Anpi, togliendole la brillantina a costo di farla capellona. Adesso, cose come le interviste ai partigiani di Laura Gnocchi e Gad Lerner hanno il sapore di uno scavo nelle rovine. Claudio Pavone l’aveva notato: dopo la guerra, per la maggior parte dei resistenti ci fu il ritorno a vita privata e all’antifascismo si sovrappose un notabilato. È accaduto qualcosa di simile dopo il 2006: i militanti della sinistra storica e della Cgil si sono iscritti all’Anpi portandosi dietro i bagagli.

Le regole dell’associazione sono il risultato di stratificazioni e aggiustamenti, su un inizio più entusiasta che preciso (il primo atto, nella Roma del giugno 1944 appena liberata, non è stato pubblicato o non si fece per iscritto). Siccome l’Anpi non partecipa alle elezioni, non ci sono verifiche sul consenso, per mettere alla prova i dirigenti fra un congresso e il successivo. Neanche i partigiani chiedevano il voto fra il ’43 e il ’45, ma si può fare un paragone? E poi misuravano il consenso direttamente, nel popolo. L’Anpi non ha questa presa immediata, col rischio della vita.

Fra un congresso e l’altro c’è un’eternità – l’ultimo è stato nel 2016 – e adesso si sente di più. In pratica, dalla fine della guerra mondiale i congressi sono stati meno delle legislature. Quanto al vertice, ci sono stati più presidenti della Repubblica e più papi nella Chiesa che presidenti dell’Anpi: con quello attuale sono sei in tre quarti di secolo. Questo perché Arrigo Boldrini, già nel gruppo dirigente mentre cadeva la monarchia sabauda, ha presieduto l’associazione sino al 2006, attraversando tutta la prima Repubblica e un bel po’ della seconda. Sessant’anni di carica: solo la regina Elisabetta batte questo record.

Fra convegni, iniziative, pubblicazioni e mostre, nell’Anpi c’è sempre qualcosa di interessante. Purtroppo, però, solo alcune attività hanno una sostanza tridimensionale, un corpo vivo. Spesso non si tratta che di rievocazioni, presenze formali coi simboli e il medagliere, poi discorsi agli anniversari, e ancora scritti e audiovisivi, incontri di qualità variabile e partecipazione ufficiale ad attività di enti. I corsi negli istituti di istruzione, quelli sono sempre di buon livello.

Nell’insieme, considerando le attività, è forte la sensazione di una sorta di interminabile mappatura del passato, a volte del presente, e comunque di una narrazione incessante, minuziosa, bidimensionale, solo in certi casi irrobustita da mobilitazioni concrete che si sollevano dalla carta o dallo schermo. Questa ipertrofia della memoria, così lontana dal fatto che l’associazione nacque da un conflitto in cui si guardava alla costruzione del futuro e non ai ricordi, spande sull’Anpi una patina che la ripetizione del proposito di attuare la Costituzione non riesce a far diventare brillante.

Sulle caratteristiche profonde dell’Anpi è significativo l’appello che diffonde il 26 settembre 1944, probabilmente il suo primo scritto di rilievo. È diretto ai partigiani da una parte e dall’altra della linea fortificata che in quel momento divide l’Italia, e li chiama a raccolta: «La stretta comunione di intenti e di opere che li ha animati nell’azione militare, deve perpetuarsi nell’attività civile. […] Apprestatevi a rinsaldare le vostre schiere per difendere negli ardui compiti della vita civile quegli stessi ideali che vi hanno infiammati nella lotta armata».

Questo appello bifronte ha un modo tortuoso di aver ragione, ma anche un torto ragionevole: i combattenti sono già vincitori e ai vincitori si offre un modo per continuare a combattere. Siamo nella fase germinale di alti propositi e di un’ambiguità mai risolta: cosa siano le armi è chiaro; più difficile è decidere mezzi e scopi della lotta disarmata. Alla fine di Novecento di Bertolucci, l’antifascista dice che il padrone è morto anche se è vivo; la vecchia contadina lo bacia ma va al sodo: «Olmo, tu hai imparato bene a parlare, ma io non capisco le tue parole: sotto c’è un imbroglio».

Il fatto è che la Resistenza fu vasta per misura e varia per orientamenti, ma l’Italia fu liberata col contributo campale di una sola parte politico-economica del blocco antifascista, gli Alleati, che si insediarono militarmente, per restare. Ed ecco che certi problemi di caratura, fra antagonismo sociale e vicinanza al potere costituito, si ripresentano a ogni svolta storica. Caduto il Muro di Berlino, in un appello dell’Anpi per il 25 aprile 1990 si legge: «L’Europa […] deve cogliere l’occasione storica che le si offre di garantire un avvenire di pace e di sviluppo democratico al mondo intero di modo che la Germania unificata, partecipe dell’unità europea, e tenendo conto anche dell’intangibilità dei confini scaturiti dalla fine della Seconda guerra mondiale, abbandoni per sempre l’aspirazione di imporre la propria superiorità di potenza che fu già all’origine dei due ultimi conflitti mondiali dai quali l’umanità fu travolta». Poi, malgrado quell’intangibilità e quel per sempre, sullo sfondo delle guerre nei Balcani e dello smembramento della Jugoslavia arriveranno Maastricht, l’euro e l’egemonia di Berlino.

Proprio in quel 1990, nell’arco di tempo in cui la Germania si riunifica, in Italia è ammessa ufficialmente l’esistenza di Gladio e in una vecchia base delle Brigate rosse ricompaiono carte del caso Moro. Allora, come in altri momenti della storia della Repubblica, l’Anpi, mentre denuncia lo stragismo e i depistaggi, si attiva per difendere le istituzioni dalla delegittimazione. Scelta giusta, troppo prudente, forse obbligata? Evidentemente, condizionata da anni di sindrome di lotta e di governo, l’associazione ormai era costretta a prendere per bersaglio il sistema che aveva sabotato e arginato l’antifascismo e la Costituzione, ma allo stesso tempo a riceverne l’ordine del giorno. La caduta del blocco socialista, privando l’antifascismo ministeriale di punti di riferimento, aveva colto molti impreparati e privi di un’alternativa credibile allo stato delle cose. Farne una colpa all’associazione sarebbe eccessivo, perché sotto parole d’ordine mai chiarite – convergenze parallele, compromesso storico, eurocomunismo, solidarietà nazionale, non sfiducia eccetera – da decenni i partiti, i sindacati e le strutture controllate tenevano insieme masse di persone intorno a casematte camuffate, cioè con posizioni effettive distanti dai significati originari delle loro bandiere.

Neanche invocare l’attuazione della Costituzione basta a rimediare. Il proposito sarebbe grandioso se la Carta fosse quella scritta nel 1947. Ma le costituzioni non sono testi religiosi, cambiano. Già adesso, con le modifiche sulle autonomie locali e col pareggio di bilancio, la Costituzione è peggiorata. Se l’Italia di fatto ha tanti sistemi sanitari diversi (e quindi modi diversi di affrontare un’emergenza), anche questa è attuazione della Costituzione: come è, non come la vorremmo.

Comunque, la Carta del 1947 è un progetto di cambiamento, non di accomodamento, e l’Italia della resilienza non è quella della Resistenza. Eppure il Piano nazionale di ripresa e resilienza – inspiegabilmente, il documento nazionale introduttivo del congresso Anpi non ne parla – somiglia a una costituzione-ombra. Se poi la destra rimettesse mano al testo della Carta, aver insistito per l’attuazione diventerebbe una trappola. Indimenticabile, il tranello del 1993: il centrosinistra non difese il sistema elettorale proporzionale, convinto di vincere perché aveva una «gioiosa macchina da guerra»; un anno dopo, Berlusconi e i fascisti, sovrarappresentati grazie al maggioritario, erano al governo (una rivista satirica titolò: «Gioiosa macchina vendesi»). Domani la destra potrebbe aderire ai propositi di attuare la Costituzione; s’intende, dopo averla cambiata con una maggioranza tale da non permettere neanche il referendum. Forse sarebbe possibile rivolgersi alla Corte costituzionale, aggrappandosi a garanzie e tecnicismi da equilibristi (controlimiti, articolo 139, principi fondamentali eccetera), per sentirsi dire dai giudici della Consulta, anche loro nominati dalla destra: «Olio di ricino, in questa nuova Costituzione? No, è aperitivo con seltz».

Di un’associazione antifascista, di parte e di massa, c’è bisogno. Però. Il congresso del 2022 cade in una situazione di emergenza strutturale, di coprifuoco ricreativo. Questioni sociali, ambientali e sanitarie ci chiudono in un incubo a occhi aperti, in un fanatismo senza fede, in una crociata monolocale mai vista prima. La società dello spettacolo ci fa ballare nel diluvio e ha tassato anche l’arcobaleno. L’associazione deve decidere se avere un ruolo conflittuale, senza il timore di perdere qualcosa di ufficiale.

L’azione congiunta dell’emergenza economica, di quella sanitaria e del Pnrr aggrava la privazione di lavoro dignitoso, di vita e di salute, comprando il consenso con le briciole. Si immette denaro in un’economia già caratterizzata da corruzione, criminalità e gruppi imprenditoriali avvezzi a privatizzare i profitti e socializzare le perdite. L’abitudine alle sovvenzioni, ai cartelli e alle protezioni politiche, collaudata nel corporativismo fascista, non è mai stata realmente superata.

La regia dell’operazione Pnrr è esterna alla partecipazione democratica e ha preso avvio condizionata dalla parte dell’Europa che non visse la Resistenza o la avversò con le stragi, le deportazioni e il sistema concentrazionario. Così il consolidamento economico fa sbiadire la vittoria del fronte antifascista, conquistata a caro prezzo in anni di guerra mondiale. Al contempo, proprio perché il peso posto sulle spalle dell’Italia non sarà pagato dall’imprenditoria privilegiata, ma dai lavoratori, dai marginalizzati della piccola impresa e dai disoccupati, categorie costrette a rifluire l’una nell’altra, si rischia la costruzione di un nuovo blocco sociale di scontenti, abituati alle elemosine e pronti al padrone pur di vivacchiare.

La saldatura fra la sterilizzazione delle conquiste antifasciste, col loro prezzo di sangue, e la resilienza, traspare per esempio nel discorso di Ursula von der Leyen, lo scorso luglio a Fossoli: mentre commemorava una strage ha ricordato duecento miliardi in arrivo dall’Europa, come se fossero il contrappeso della violenza di allora. Quel denaro sta diventando la moneta per comprare l’ubbidienza, l’indifferenza e la falsa coscienza.

L’appello romano dell’Anpi del 1944, rivolto a chi combatteva e a chi aveva appena deposto le armi, va ripensato. Oggi una linea fortificata – più sottile della Gotica di Kesselring ma più difficile da espugnare – corre attraverso le città, i posti di lavoro, le scuole, le famiglie e le persone. I centri urbani sono compartimentati, i lavori parcellizzati e frammentati, il tempo è polverizzato e colonizzato, l’etica è lobotomizzata, i rapporti sentimentali sono lacerati, l’eros è un campo minato agghindato da luna park. Persino l’io è in pezzi, perché fatica a dire noi. Come riproporre la comunione di intenti, come rinsaldare le schiere? L’associazione che si richiama alla Resistenza deve proporre un’alternativa, migliore della grigia resilienza, se non si vuole che questa soppianti tristemente la prima.

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