La guerra fantasma nel cuore dell’Europa, di Sara Reginella, Edizioni Exòrma, Collana Scritti Traversi, 2021, pagg 314 € 16,50

di Nico Maccentelli

Il conflitto nel Donbass, tra le forze ucraine e le repubbliche secessioniste, è da tempo oggetto di polemiche che arrivano a coinvolgere persino il campo dell’antagonismo anticapitalista. Ma di questa guerra in realtà si sa poco o nulla e le uniche informazioni, o meglio disinformazioni, provengono dai media ufficiali, che danno dell’Ucraina un’immagine di un paese democratico quando invece non lo è. E c’è tutta una narrazione che descrive la realtà e il contesto geopolitico che non perviene al grande pubblico e le uniche notizie attendibili provengono da associazioni di sostegno alle popolazioni del Donbass.

Ecco perché poter recensire Donbass, la guerra fantasma nel cuore dell’Europa di Sara Reginella è per me un piacere, perché contribuisce a squarciare un velo di ipocrisia che ricopre quella martoriata terra e il suo popolo. Quel velo che azzera la necessità primaria di affrancarsi da un regime che di democratico non ha nulla. Oltretutto mai titolo è stato così azzeccato: la guerra fantasma. 

Una guerra incastonata nell’Europa, con un’Unione Europa che si va progressivamente allargando a est, dopo il crollo del blocco sovietico e che cerca di dare un’immagine di progresso e di democrazia, nascondendo sotto il tappeto i revanscismi al nazi-fascismo prebellico e l’oppressione verso le comunità russe, appunto dall’Ucraina ai Baltici.

Ma in Ucraina la guerra c’è e la vulgata è quella di una narrazione che vede un governo “legittimo”, quello ucraino, privato di una regione da sempre ricca di industrie e attività manifatturiere e una Russia che dietro le quinte fomenta il fuoco del conflitto. Decisamente una realtà ribaltata che Reginella in un viaggio odisseico riporta con una documentazione del quotidiano alla sua vera essenza umana e politica. Ma soprattutto rimette al centro, al di di là dei vari giochi delle parti, ciò che in ogni vicenda storica è centrale per l’emancipazione e la giustizia sociale, ossia l’autodeterminazione dei popoli.

La guerra nel Donbass scrive Sara Reginella nel suo straordinario reportage, non è altro che un’aggressione bellica da parte dei nazisti al potere in Ucraina dal 2014. Nazisti seguaci di Stepan Bandera, il collaborazionista della Germania nazista, che con i soldi della CIA e di USA-UE, non hanno fatto altro che derussizzare il paese, mettere fuorilegge partiti come quello comunista, perseguire in modo criminale gli oppositori, avvalersi per tutto questo di bande paramilitari nazi come Pravy Sektor. 

Il referendum in Crimea, un plebiscito che l’ha fatta tornare alla casa madre russa e la secessione delle due Repubbliche di Donetsk e Lugansk, sono state una diretta conseguenza di questa deriva criminale e reazionaria, coperta dalle istituzioni europee e appoggiata dagli USA.

– Allora ci sta veramente la guerra in Ucraina? – mi domandarono quelli che avevano scambiato Donetsk per Damasco.

Reginella combina con maestria cenni politici d’attualità con le tante storie della gente comune di quella zona, descrivendo le condizioni che quotidianamente vive una popolazione che ha scelto la propria indipendenza e che per questo subisce un attacco feroce da parte di un esercito bene armato e addestrato dall’Occidente.

Il pregio di Donbass, la guerra fantasma nel cuore dell’Europa sta proprio nella descrizione quasi pasoliniana di personaggi fortemente legati alla propria terra e alle proprie tradizioni, dove l’antinazismo inter-generazionale è il tratto dominante, a partire dagli anziani che hanno combattuto nella Resistenza sovietica alle truppe di Hitler, fino ai giovani che vivono con rispetto e nella piena continuità ideale questo insieme valoriale tramandato dalle precedenti generazioni. Ben consapevoli che la lotta di liberazione dagli oppressori di Kiev passa proprio per questi valori di fondo.

La realtà descritta da Sara Reginella non lascia dubbi. Gli anziani del Donbass che hanno visto la Sacra Guerra contro le truppe germaniche, così come il ragazzo che accompagna come un Virgilio la protagonista e autrice nel territorio dove tutto è possibile e la vita vale meno di niente, e poi Svetlana Topalova, la stilista che nonostante la situazione realizza abiti come inno alla vita di un intero popolo, hanno tutti il comune denominatore dell’antifascismo. Sanno che se cedono, dall’altra parte con il totalitarismo gradito a Bruxelles e al resto di un mondo ipocrita, li aspetta esattamente ciò che hanno vissuto i popoli europei 80 anni fa.

Andarlo a spiegare ai nostri dem, ai piddini, è inutile. È inutile spiegarlo ai Pittella e alle Lia Quartapelle, che della causa nazista ucraina hanno fatto un’insegna di civiltà: segni dei tempi, di un’imbecillità al servizio delle peggiori cause. O forse è più corretto dire di malafede.

Nelle Repubbliche di Donetsk e Lugansk, vive un’umanità che subisce uno spaccato tragico dell’oppressione nazista che fu. Come una fenditura della storia che ci fa capire quanto vicina sia la dittatura reazionaria alle democrazie occidentali, che oggi equiparano, col voto del Parlamento Europeo, il nazismo al comunismo. Che oggi pongono le basi per un altro totalitarismo che espunge la lotta di classe e qualsiasi spinta a un sistema socialista da una narrazione ufficiale, da un mainstream culturale in cui liberalismo liberista (mi si perdoni la ridondanza) e nazionalismo identitario sono uno complementare all’altro, da Macron ad Orban. Il dominio del capitale contro le classi proletarie.

Per questo la loro Resistenza, il loro spirito unitario di popolo in lotta sono anche un messaggio per chi intenda resistere qua al nulla che avanza, ai bombardamenti mediatici che consegnano la cittadinanza con i suoi diritti alla dittatura dei consumi, alla mercificazione dei diritti, alla discriminazione accentuata dalle gestioni criminali della pandemia da covid.

Nella scrittura di Reginella non c’è mai commiserazione e pietismo, ma consapevolezza di questa dignità tenace di fondo. Per questo Donbass, la guerra fantasma nel cuore dell’Europa, è una vera e propria denuncia contro i crimini della guerra moderna, che oggi tra false flag terroristiche e droni, sanzioni e blocchi come quello contro Cuba, si combatte essenzialmente e in modo vigliacco e schifoso contri i civili. 

Infine vorrei fare un’ultima riflessione e soffermarmi su un passaggio che mi ha particolarmente colpito: il manifesto di Aleksej Mozgovoj, comandante della Brigata Prizrak, un’organizzazione militare di forte ispirazione socialista, marxista rivoluzionaria, che si è resa protagonista della strenua resistenza armata agli attacchi terroristici dell’esercito ucraino e delle sua bande neonaziste come il Battaglione Azov. Le parole di Mozgovoj sono più che eloquenti. Scrive Reginella:

“Dobryj mi mostra sul cellulare il video del manifesto per la costruzione di una Novorossija socialista in cui Mozgovoj, dal suo ufficio, pochi mesi prima dell’attentato, aveva dichiarato: – Siamo pronti a liberare il paese per costruire una nuova società in cui le persone abbiano diritto all’autodeterminazione. Il nostro obiettivo è cacciare gli oligarchi che hanno distrutto l’economia e il paese in nome dei propri interessi, dimenticando che in realtà ogni cosa appartiene al popolo. Occorre costruire una società con condizioni e possibilità uguali per tutti gli strati della popolazione. – Mozgovoj aveva dunque chiamato il popolo alle armi. – Ci rivolgiamo a tutte le persone che sanno cosa sia il fascismo, dai nonni ai padri, unitevi ai combattimenti! Ci rivolgiamo a tutti gli slavi, restiamo uniti e combattiamo per la nostra religione, per la nostra tradizione, per la nostra storia e per il nostro invincibile spirito! – È solo attraverso le immagini e i discorsi filmati che riesco a ricostruire la figura del comandante ucciso. – Il nostro obiettivo è garantire cure mediche e un’educazione gratuita per tutti, per ogni persona, non per i soli prescelti, non per una élite! Vogliamo garantire ai pensionati una vecchiaia dignitosa, perché per noi ogni persona è importante! 

Il progetto di Mozgovoj prevedeva anche la realizzazione di una serie di fattorie collettive di proprietà pubblica per garantire la soddisfazione dei bisogni alimentari. La prima, in funzione quando era ancora vivo, riforniva la mensa dei poveri della città di Alchevsk. 

Nel filmato il comandante indica al popolo la direzione: – Il principio che tutti i beni e le risorse minerarie appartengano al popolo è insindacabile per noi. Questo è il motivo per cui sarà eliminato lo schema criminale in base al quale è concesso a compagnie di energia private appartenenti agli oligarchi di far pagare prezzi irragionevoli. I prezzi per i servizi alla comunità saranno regolati e resteranno stabili. Tutte le case e i palazzi lussuosi costruiti con soldi rubati saranno restituiti allo Stato e diventeranno case per bambini, per disabili, e dovranno appartenere alle persone perché sono state costruite a spese dello Stato e le spese dello Stato sono soldi delle persone. È ora di ricordare che noi siamo il popolo e il popolo rappresenta il potere! Credetemi, tutto questo è possibile, basta che lo desideriamo e tutto questo accadrà!”

Mozgovoj, va ricordato, fu assassinato nel 2015 in un attentato. Ma le sue parole non possono non ricordare le speranze, le aspettative della nostra generazione partigiana che già guardava a un’Italia liberata. Una speranza che ci ha accomunato in Europa (e non solo) per quasi ottant’anni.

E questo è il senso vero delle nostre conquiste sociali, da Kiev a Lisbona, che stiamo perdendo passo dopo passo in un continente che ha vissuto le atrocità della peste nazista, che nella vittoria e nel riscatto aveva ritrovato un ideale di fratellanza e di giustizia sociale con le Resistenze popolari e che oggi sta di nuovo affrontando il tallone di ferro di vecchi e nuovi ordinari totalitarismi. Vecchi come la guerra e il fascismo, ordinari come il mondo piatto, monocorde e spietato del neoliberismo.

 

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