di Sandro Moiso

Jineolojî, a cura del Comitato europeo di Jineolojî, pubblicato in collaborazione con le Edizioni Tabor, prima edizione italiana ottobre 2018, pp. 110, 3,00 euro

E’ un opuscolo ricco di spunti e di riflessioni quello che, con un po’ di colpevole ritardo, viene qui recensito. Un libello, anche se il diminutivo dovuto alle ridotte dimensioni e al numero contenuto di pagine non intende assolutamente sminuirne l’importanza, che definisce una scienza alternativa delle donne, sviluppatasi a partire dalle riflessioni di Abdullah Öcalan e dalle esperienze di lotta e liberazione portate avanti dalle donne del Kurdistan.

Riflessioni, sia quelle del reber del popolo curdo che delle donne impegnate nella lotta di liberazione, che a partire dall’esclusione delle donne e del loro addomesticamento all’interno delle società patriarcali, fondate sulla proprietà privata e, successivamente, sul modo di produzione capitalistico, giungono a porre questioni che vanno al di là di quelle poste dalla condizione femminile nel corso dei secoli.

E’ sostanzialmente un’attenta critica delle scienze sociali, così come sono venute definendosi dall’età del Positivismo in avanti, quella che percorre la prima metà del libro. Un sistema di divisioni specialistiche in discipline che sempre più, con la scusa della rigida compartimentazione del sapere, hanno allontanato dal campo degli studi non soltanto le donne in quanto corpi reali, individuali e sociali, sottoposti a usanze e discipline determinate da specifici modi di produzione, ma i bisogni sociali concreti dall’ambito degli studi sociologici.

Studi determinati da un ben preciso sistema di potere e disciplinamento, basato sia sul pregiudizio di genere, destinato a mantenere nella sottomissione l’universo femminile, sia su quello di classe, destinato a mantenere determinati privilegi politico-economici in un ambito ristretto dello stesso universo maschile.

Studi e ricerche che hanno però basato la propria autorevolezza su un concetto di scienza che è servito, almeno dal xvi secolo in poi, ad escludere dal discorso della conoscenza generale, utile allo sviluppo e al benessere della specie, tutto ciò che avrebbe potuto inficiare il privilegio delle classi dominanti e maschile.
Una scienza ‘patriarcale’ che si è sviluppata fin dalle grandi religioni rivelate (ebraica, cristiana e mussulmana), con l’esclusione di figure di rilievo di carattere femminile all’interno del processo di formazione e conduzione del cosmo e delle sue leggi, che ha fortemente influenzato e favorito formazioni sociali basate sull’emarginazione del ruolo delle donne all’interno della società e una progressiva perdita di centralità della Natura in quanto eco-sistema con cui convivere e ridotta invece a risorsa da sottomettere e conquistare.

Più volte il testo rinvia al concetto di natura selvaggia che, come la donna, deve essere sottomessa e, se occorre (ma a quanto pare lo è sempre), violentata per permettere un corretto funzionamento del sistema patriarcale basato sullo sfruttamento di genere e di classe. Un’analisi che va ben oltre le banalità dell’odierno Me Too hollywoodiano che, nonostante lo scalpore destato, non riesce a liberarsi dai dettami della società dello spettacolo mercantile.

Un andare oltre che mette in discussione l’ordine scientifico su cui il sistema di appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta, la cui credibilità sembra essere andata definitivamente in pezzi con l’odierna pandemia e le infinite ricette scientifiche suggerite per contrastarla, si è basato nel corso degli ultimi quattro secoli. Sistema di dominio, di genere e di classe, che ha apparentemente sostituito il principio religioso autoritari delle religioni monoteistiche con un principio ancora più autoritario basato sullo scientismo che, come già sosteneva Galileo (in un’età ancora eroica della scienza), doveva defalcare tutti gli impedimenti dalle sue ipotesi e formulazioni.

Tutto ciò che poteva contraddire le ipotesi scientifiche ‘predominanti’ ha dovuto quindi essere progressivamente rimosso e cancellato, così come di pari passo tutti gli ordini sociali, passati o futuri, che potevano respingere la validità e l’assolutismo dell’ordine vigente, dovevano essere negati, distrutti e addomesticati.

Che si trattasse infatti delle religioni animistiche oppure basate sull’idea della Grande Dea Madre, con la loro spiegazione più complessa e attinente al reale rapporto tra specie e natura, che delle comunità basate sulla gestione comunitaria dei bisogni reali e sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, con il loro rifiuto della mercificazione del prodotto sociale e dei rapporti umani, non vi è stata mai altra possibilità per i detentori del potere statale ed economico che quella di negare, quasi sempre armi e leggi alla mano, quelle possibili alternative.

In questo senso, per secoli, si sono confrontate due realtà sociali possibili: una patriarcale, basata sulla proprietà privata e sulle leggi dello Stato, e una comunista, matriarcale e/o matrilineare, intrinsecamente legata ad una differente funzione della donna al suo interno e al riconoscimento della sua importante funzione sia nella vita sociale che nella riproduzione della vita stessa. Separare il primo riconoscimento dal secondo, riducendo come nella società classica o in quelle determinate dai monoteismi la donna a fattrice sottomessa, significa da sempre negare, non soltanto alle donne, l’alternativa di una società più democratica ma anche più equa economicamente anche per la parte maschile della società.

Repressione delle comunità autonome, politicamente economicamente e culturalmente, e repressione delle donne sono andate nei secoli di pari passo e con ciò si è proceduti anche sulla strada di una sbrigativa eliminazione di saperi e conoscenze che per lungo tempo avevano accompagnato e favorito la sopravvivenza e lo sviluppo della specie. Una condizione durata molto più a lungo di quella attualmente dominante e che, per paradosso, oggi sembra rendersi necessaria per superare l’impasse creata a livello planetari dal capitalismo e da un patriarcato oggi ancora difficilmente giustificabili.

Ogni grande cambiamento ha bisogno di produrre nuove forme di conoscenza, poiché non si può superare l’esistente senza negarne e superarne le ipotesi e la conoscenza che lo fondano e giustificano.
L’opera delle donne curde, di Öcalan, dei partiti che li/le rappresentano costituiscono ancora un piccolo, ma significativo contributo in questa direzione. Questo probabilmente, è stato possibile proprio grazie all’assenza di uno Stato nazionale curdo, che si sarebbe, altrimenti, preoccupato ex-post, come tutti gli altri stati, di giustificare e fondare la propria esistenza e la propria autorità non sui bisogni reali e la conoscenza collettiva, ma su leggi giuridiche e ‘scientifiche’ selezionate e rafforzate in nome del superiore principio di legittimità statuale.

Ancora una volta soltanto la lotta paga e insegna, come sempre è accaduto nella Storia, che è proprio nella lotta che le donne possono tornare a riconquistare e svolgere il loro inestimabile ruolo di conoscenza e organizzazione.
Il testo contribuisce così ad aprire tutte queste porte ed altre ancora, rivelando tutta la sua potenza ed utilità ben al di là dei problemi collegati alla liberazione e all’indipendenza delle donne e del popolo curdo, come tutte le lettrici e i lettori potranno facilmente scoprire scorrendone le pagine.

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