di Mauro Baldrati

Le serie – alcune serie – danno assuefazione. La scansione della macchina seriale è una ragnatela, attira lo spettatore e lo cattura, inserendolo in un mondo parallelo fantasmagorico in cui calarsi. Forse perché siamo abituati? Perché questa dinamica ormai fa parte del nostro immaginario?

Infatti la “narrazione” dei media, soprattutto il Network per eccellenza, onnipresente nelle case, la TV nazionale, è a sua volta una serie interminabile. Ora è il momento del Coronavirus, ma la stagione passata, quella della “crisi”, presentava modalità identiche. Partono con atmosfere minacciose, uso intensivo di termini violenti, “drammatico”, “grave”, con riprese di malati in terapia intensiva circondati da infermieri con scafandri fantascientifici; poi avviene un passaggio graduale verso il “tutto bene”: i contagi calano, le interviste sono ottimiste, i servizi sono amministrati bene, sembra che tutti facciano i tamponi (in realtà sono insufficienti, si fanno soprattutto in televisione). Con la “crisi” fu uguale. Dopo il dramma e la minaccia di default, che vide la discesa in campo di Monti, la crisi si ammorbidì, finché si iniziò a definirla “in discesa” e “alle spalle”. Tutto finito. Tutti ricchi. Fiction, ovviamente. Infatti ogni tanto erano costretti a riferire i numeri, implacabili, degli istituti di ricerca che affermavano l’esatto contrario. Nessun problema. I giornalisti embedded, gli attori della fiction, li riportavano con voce grave e espressioni deluse, ma era questione di mezza giornata. Poiché nel polveroso bailamme non c’è memoria, il mattino dopo ripartivano col “va tutto bene”.

Tutte le serie che presentiamo sembrano accomunate da un aspetto: è come se avessero recepito uno degli insegnamenti fondamentali di Vladimir Nabokov, espresso circa ottant’anni fa quando insegnava nei campus americani, e pubblicato nelle Lezioni di letteratura: “Il buon lettore sa benissimo che, quando si parla di romanzi, aspettarsi di trovarvi vita vera, persone vere e così via è una pretesa senza senso. In un romanzo la realtà di una persona, di un oggetto o di una circostanza attiene esclusivamente al mondo di quella particolare opera. L’autore originale inventa sempre un mondo originale e, se un personaggio o un comportamento si inserisce armoniosamente nella struttura di quel mondo, ci sarà dato di godere la forte emozione della verità artistica, per quanto inverosimile la persona o la cosa sembrerebbe se trasferita in quella che i recensori letterari, poveri scribacchini, chiamano vita reale. Per uno scrittore di genio non esiste la vita reale. Egli stesso deve crearla, e creare poi ciò che ne consegue.”

Questo enunciato ovviamente sarebbe da aggiornare, perché riflette la concezione di Nabokov del predominio dell’arte rispetto alla cosiddetta realtà, la quale non può essere oggetto di critica in quanto illusione. Una teoria che il professor Nabokov non ha applicato alla sua stessa opera, visto che in Humbert Humbert ha proiettato nientemeno che se stesso. Però afferma una delle verità incontestabili (e rivoluzionarie) in letteratura: la costruzione di una realtà nuova, minore e anarchica, che non si interessa dei riscontri con quella esistente maggiore.

Cinque favole, libere e creative, perché non si preoccupano di sedurre il lettore (ovvero lo spettatore), di blandirlo con codici che richiamino la prosopopea dominate. Un ottimo antidoto alla favola monotona e autoritaria raccontata dai media mainstream.

Buona lettura dunque (eh, volevamo dire buona visione!).

FAUDA

La n.1, anche qualitativamente. Israeliana, la sua estetica, il suo stile fanno sperare che finalmente ci siamo liberati da tutti quei fotomodelli vestiti Armani che popolano le serie hollywoodiane. I protagonisti infatti sono sudati, scaruffati, poco atletici, piegati dal caldo e dalla fatica. Nessun trionfalismo, né superomismo degli agenti segreti del nucleo speciale antiterrorismo. É di parte israeliana, nessun dubbio, ma resta una spy story coi controfiocchi, dura e coinvolgente. Nella prima stagione c’è la caccia a un famoso terrorista di Hamas, nella seconda si passa all’Isis. É appena uscita la terza. Nessun compiacimento sionista, i “buoni” sono a loro modo sporchi, eroi semi negativi che non esitano a usare il ricatto e la violenza illegale per ottenere i loro scopi. Tutto è permesso in guerra. E così i terroristi sono certamente dei fanatici assassini, ma mai delle macchiette votate alla barbarie. Proprio come Tacito in Vita di Agricola, quando riporta il discorso del capo barbaro prima della battaglia, e lo usa come pretesto per denunciare tutta la corruzione e l’imperialismo romano, così i nemici di Israele ne denunciano la politica guerrafondaia e aggressiva, con motivazioni credibili, portando lo spettatore cosciente anche dalla loro parte.

TOP BOY SUMMERHOUISE – TOP BOY

Britannica, le prime due stagioni sono Summerhouse, la terza prosegue come Top Boy (ovvero sembrano due serie distinte ma si tratta della stessa opera). Le prime due sono senza doppiaggio, ma conviene seguire in originale anche la terza, perché il duro argot di strada, crivellato di Yo! e Fuck! strascicato e offensivo, fa parte della bellezza di questa vicenda all black (a parte i boss della malavita, che sono bianchi bastardi inglesi). La storia è dedicata a una banda dei bassifondi di Londra (nel quartiere immaginario di Summerhouse, che evoca i palazzoni di Gomorra). E’ un contesto mutato dove la vita e la speranza non hanno senso. Sono estinte, dimenticate. O forse mai esistite. Solo durezza, e mancanza di pietà. Anche i “buoni” non esistono in questa sorta di noir ellroyano al cubo. La sola figura vagamente compassionevole è Dushane, il capobanda, che gestisce lo spaccio minorile, bambini che vivono in famiglie degradate (il più sbandato di tutti ha i genitori tossici). L’unica realtà possibile è il crimine, e la guerra per il dominio del territorio. Una guerra dove la vittoria e la sconfitta sono relative. Perché, come dice il braccio destro di Dushane, Sully, nella terza stagione Top Boy: “Solo perché non abbiamo perso non significa che abbiamo vinto.” Charles Dickens si è risvegliato, e ha scoperto i nuovi slum, la nuova miseria. La colonna sonora le conferisce ulteriore intensità, con la sezione rap gestita da Andrew Meechan, e una ambient qua e là cupa e ossessiva, composta da un sempre grande Brian Eno.

VAMPIRI

Altre immagini e personaggi all’insegna dell’anti-patina in questa serie francese. Niente ragazzini middle class, ma creature che “sono qui, in mezzo a noi. Vivono nascoste in clandestinità”. Niente fascinosi canini che sfiorano sensuali gole bianche di ragazze attraenti, prima di affondarli con un brivido erotico nell’arteria. I vampiri di Parigi combattono con problemi molto pratici, i soldi, e soprattutto i documenti, che devono falsificare spesso, poiché invecchiano anagraficamente ma i corpi rimangono giovani. Si nutrono di sangue, come tutti i vampiri, di ogni tipo, animale, o sacche da trasfusione che comprano al mercato nero. Non sempre riescono a rifornirsi, per cui attraversano periodi di fame spaventosa. Se uccidono, tagliano la gola alla vittima e si gettano scomposti, brutti e osceni, sul corpo agonizzante per bere. La vicenda narra le avventure di una famiglia fuoriuscita dalla “comunità”, ovvero una sorta di mini stato della specie che ha il controllo su ogni appartenente, soprattutto per garantirne l’anonimato, indispensabile per sopravvivere. Una madre, vampira, fa di tutto per tenere i due figli fuori dal giro, anche somministrando loro certi farmaci creati dal marito (morto?), che ne ha studiato la genetica. La loro specie deriva da un’antica epidemia, che ha modificato le cellule, fermandone l’invecchiamento e rendendole ipersensibili alla luce solare. I farmaci permettono loro di essere semi-umani, possono nutrirsi di alimenti normali ed esporsi al sole, ma… può non esistere un ma?

UNORTHODOX

Finalmente una miniserie, che termina in 4 puntate. Infatti un aspetto particolarmente impegnativo del genere seriale è la dilatazione delle storie e dei personaggi. Tanto che, quando esce una nuova stagione, siamo costretti a tornare indietro per ripassare gli eventi. Tedesca, è ambientata in una comunità ebraica chassidica di Brooklyn. Tratta dalle memorie di una donna fuoriuscita dalla comunità, Deborah Feldman, è iperrealista sulle regole, rigidissime, che dominano le vite e le menti dei membri. Le donne non possono leggere la Torah, né cantare, né studiare musica. Il loro unico destino è sposarsi, con un matrimonio combinato, e produrre figli in continuazione, per risarcire il Popolo Eletto dai milioni di morti per l’Olocausto. Una ragazza, interpretata da una straordinaria attrice israeliana, Shira Haas, un viso espressivo nel corpo di una bambina di 10-12 anni, dopo il matrimonio decide di fuggire, e vola a Berlino in cerca di libertà e di una nuova vita. Non conosce nessuno, vaga alla cieca, finché si aggrega a un gruppo di musicisti classici che la introducono nel mondo creativo della città. A questo punto diventa una specie di thriller, col marito Yanki e il cugino che si mettono sulle sue tracce per riportarla a casa. La ricostruzione degli ambienti, dei riti, dei costumi è meticolosa e certamente inquietante (l’evento del matrimonio è epico e strabiliante), ma non vi è alcun giudizio. É una parte di mondo, con le sue regole e la sua follia. E lo racconta senza documentarismi, né moralismi.

IL CALIFFATO

Un altro segmento di mondo dove regnano la pazzia e la sopraffazione, questa volta con l’aggravante della violenza. Svedese, siamo a Raqqa, in Siria, dove vige lo stato islamico Daesh. Anche qui una donna, sola e coraggiosa, cerca di trovare una via d’uscita alla sua situazione. Sposata con un “combattente”, come le altre “sorelle” può muoversi solo per fare la spesa (ci ricorda qualcosa?), intabarrata nel burka, coi guanti, perché non un solo centimetro di pelle deve essere visibile. Riesce a procurasi un cellulare, rischiando grosso (la fustigazione, solo gli uomini possono possedere un telefono) e a mettersi in contatto con una poliziotta a Stoccolma. C’è in ballo un attentato dell’ISIS, e tra le due donne inizia una comunicazione clandestina molto pericolosa (se scoperta qui rischierebbe la decapitazione). La poliziotta però pretende dati, informazioni, in cambio di un aiuto per fuggire dall’inferno in cui si trova. Parte una spy story ansiogena, sempre sul filo del rasoio, in bilico tra la sopravvivenza e il disastro. E come nella precedente Unorthodox il racconto viaggia tra i due ambienti, Raqqa e Stoccolma. Sembra di essere in una puntata di Eymerich, quando ciò che accade in uno si riverbera nell’altro, producendo conseguenze. É un thriller teso, anti patinato come le precedenti, senza quelle pause forzate (per esempio dialoghi intimisti inutili), che nelle serie servono per guadagnare un po’ di tempo ma che appesantiscono il flusso narrativo. Un’utile palestra mentale di resistenza alla staticità del TSO al quale ci hanno costretto.

Tutte le serie sono visibili su Netflix. Qualcuno potrebbe osservare: ma che è? Siete pagati da Netflix? Assolutamente no. Ma se i due canali RAI dedicati alla fiction, per i quali paghiamo un canone obbligatorio, sono barili di cui è stato raschiato anche il metallo, e i film se non hanno almeno dieci anni non vengono presi in considerazione, che colpa abbiamo noi?

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