di Alexik

[Mentre scrivo queste righe, mi arrivano le immagini dell’abnorme schieramento di polizia che ha disperso, col pretesto dell’emergenza coronavirus, il corteo spontaneo di saluto a Salvatore Ricciardi nel quartiere San Lorenzo (leggi e ascolta qui).
Evidentemente, Salvatore, l’accanimento poliziesco ti ha inseguito fino all’ultimo.
Quello di San Lorenzo è il secondo segnale di oggi contro i movimenti, che fa il paio con la direttiva emanata dal ministro Lamorgese ai prefetti per prevenire il “manifestarsi di focolai di espressione estremistica”.]

Era un giorno di fine febbraio del 1994 quando Sante venne letteralmente a “prenderci a casa” ad uno ad uno, a noi di Bologna. Ci disse, senza tanti preamboli:
Ci sono due compagni che rischiano di morire in galera, Prospero e Salvatore. Bisogna rimboccarsi le maniche e farli uscire da lì“.
Non ci furono discussioni.

Sapevamo che Prospero, già operato per una ferita di arma da fuoco alla testa durante la cattura nel ’79, e reduce da due infarti, aveva appena avuto un’ischemia cerebrale.
Salvatore invece era in attesa da sei anni che il Tribunale di Sorveglianza autorizzasse l’operazione al cuore per la sostituzione della valvola aortica.

A Roma era attiva da due anni la campagna per la liberazione di Gallinari e Ricciardi lanciata dalla Commissione Fuori dal Carcere, un collettivo formato da universitari provenienti dall’esperienza della Pantera.
A forza di appelli e manifestazioni e concerti sotto Regina Coeli erano riusciti a far trasferire i due compagni dal Centro Clinico, dove le condizioni di detenzione erano miserrime, a Rebibbia.
Ma la possibilità di uscire dal carcere e scontare la pena in condizioni che permettessero la cura delle gravi patologie di entrambi, si infrangeva ogni volta con il muro eretto dal Tribunale di Sorveglianza.
Per questo, per rompere questo muro c’era bisogno di mettere in campo tutte le nostre forze, in ogni territorio e sul piano nazionale.

Occorreva superare divisioni e differenze sulla base di una priorità che accomunava tutt*, perché i compagni rimasti nelle galere erano parte della nostra storia, gli ostaggi nelle mani dello Stato di una generazione che si era assunta, per varie vie, l’onere di tentare una rivoluzione.
Prospero e Salvatore pagavano il prezzo di aver difeso quella storia, il prezzo di aver rifiutato di accodarsi a chi, in cambio di una detenzione più comoda e una via di uscita più breve, aveva sottoscritto la formula di abiura della dissociazione, la sconfitta politica di un ciclo di lotte.
Per noi mettere al centro il discorso sulla liberazione significava inoltre rivolgere di nuovo lo sguardo sulle prigioni, su quello che erano diventate con la carcerizzazione di massa di tossicodipendenti e migranti, e con l’estensione del regime del 41bis. Le stesse identiche contraddizioni che, a più di 25 anni di distanza, ci troviamo ancora ad affrontare.

Dunque, nel 1994 ci rimboccammo le maniche. Tutt*, e in tutta Italia: i gruppi e i cani sciolti, le posse e i centri sociali, le radio, i collettivi studenteschi, i centri di documentazione, si diedero da fare con concerti, trasmissioni, convegni, cortei, e un manifesto nazionale sui muri della penisola di cui (mi duole) non trovo più copia.
Parallelamente veniva aperta una campagna garantista, che raccoglieva le adesioni anche dal lato istituzionale.
Per la scarcerazione di Prospero (il più grave dal punto di vista della salute) firmò tutto il consiglio comunale di Bologna, maggioranza e opposizione.
Vedere per credere:

Adesso una cosa del genere sarebbe considerata fantascienza.
Per capire il livello di erosione che ha sgretolato in questi vent’anni il garantismo istituzionale , basti pensare che forze politiche che si espressero allora per la liberazione di Prospero in vita, attaccarono ferocemente chi, nel 2013, accorse al suo funerale a Reggio Emilia per rendergli omaggio da morto (il riferimento è in particolare al PDS, poi PD).

Oggi, con superiore ferocia, una schiera di blindati e idranti ha posto in stato d’assedio una parte di San Lorenzo per disperdere e identificare chi ha voluto portare a Salvatore l’ultimo saluto.

Comunque, l’impegno di allora diede dei frutti, di cui tutt* portiamo nel profondo del cuore, un pezzettino di orgoglio.  Nel 1995 i compagni cominciarono gradualmente ad uscire, Prospero con la sospensione della pena per motivi di salute, e poi ai domiciliari.
Salvatore con l’articolo 21 (che permette il lavoro esterno), e in seguito per l’operazione al cuore. Ma nel novembre ’98 il Tribunale di Sorveglianza di Roma gli respinse la proroga della sospensione della pena, decidendo il suo rientro in carcere in spregio alle perizie dei medici da quello stesso tribunale nominati.
A Rebibbia gli cambiarono la terapia, perché il farmaco che gli era necessario non era presente nella farmacia del carcere, provocandogli un’emorragia interna che lo pose di nuovo rischio della vita.
Lo cito come esempio eloquente di come funzioni la sanità penitenziaria (oggi come allora), un terreno sul quale Salvatore ha fatto sempre sentire alta la sua voce, sia dentro il carcere, che fuori.
Questa, ad esempio, è una denuncia di quando lui e Prospero erano a Regina Coeli1:


Salvatore uscì finalmente in via definitiva grazie alla mobilitazione dei compagni romani, ed al lavoro esterno come redattore di Radio Onda Rossa.
Impossibile riassumere la sua intensa vita in poche righe, dagli scontri di Porta San Paolo del 6 luglio 1960, l’entrata nei Cub, il passaggio alle Brigate Rosse, l’arresto nel 1980 e l’esperienza carceraria. E poi il ritorno in libertà, come voce di ROR, scrittore di libri necessari e infaticabile militante contro il carcere.
Fino all’ultimo, nelle mobilitazioni a sostegno delle lotte carcerarie in tempi di coronavirus, e per la liberazione di tutt*.

Ci sarà modo di rimettere insieme i frammenti di tutt* quelli che in questo momento lo stanno ricordando, a partire dalla lunga diretta dedicatagli ieri da Radio Onda Rossa (qui).
Condivido i miei, di frammenti, scelti fra i materiali tratti di quella battaglia di libertà dei primi anni ’90 (qui, qui, e qui), insieme ai saluti e alle dediche di alcuni che hanno percorso con lui un lungo, o breve, tratto di strada.
A Salvatore Ricciardi Carmilla ha dedicato la recensione del suo Cos’è il carcere. Vademecum di resistenza, DeriveApprodi 2015, e di una biografia di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi, Bordeaux, Roma, maggio 2018.

Il saluto di Sante Notarnicola:
Salvatore, giorni fa mi ha telefonato Paolo. Mi ha informato della tua caduta e delle tue condizioni, le tue tribulazioni. Hai sofferto molto, lo so, lo immagino. Quelle ferite sono insopportabili, come la galera con i suoi isolamenti, la sua ferocia, la sua inutilità. E mi colpisce ancora il modo in cui sei caduto – non c’erano compagni più giovani per fissare lo striscione? Conosco il meccanismo: è la scuola che ci ha formati, anticipare chiunque e comunque, a costo di rompersi e così è stato per te…
Il virus mi impedisce molte cose, avrei voluto accompagnarti e intanto parlarti e ricordarti la finestrella della tua cella nel carcere di Cuneo dove si vedeva tutto intero il Monviso innevato.
Anche per questo accettavo l’invito per la cena quando era possibile la socialità. E con essa i ricordi della militanza, la tua e dei tuoi compagni.
Mi sento assai povero, mi manca Prospero, mi manca Angelo Basone, Picchiura, Vic e tanti altri: un elenco triste. Restano i tuoi scritti che divulgheremo. Sai da tempo mi è caduto addosso il silenzio, non sono più il grafomane di quel tempo e anche le poesie sono rare.
Osservo, ascolto, taccio. Sicuro: è l’età.
Buon viaggio compagno. Grazie di tutto.
Appena libero dal virus voglio raggiungere il Monviso per un saluto speciale per te e per me stesso”.

Il saluto dei Prison Break Project: “Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Salvatore solo pochi anni fa, quando gli abbiamo chiesto di darci un parere su Costruire Evasioni, un libro sulla repressione dei movimenti sociali che stavamo ultimando.
In quell’occasione ci ha sbalordito la sua attenzione e la sua generosità. Nemmeno ci conosceva, ma dopo appena un paio di giorni da quando gli avevamo inviato il manoscritto ce lo ha restituito pieno di osservazioni acute e delle critiche sacrosante e meditate di chi si occupa del tema da una vita (e non solo per averne scritto in libri e blog, ma per averne affrontato il peso sulla propria pelle).
Il tutto per di più era accompagnato da una delicatezza ed un’umiltà che francamente è sempre più difficile ritrovare nel mondo superficiale e narcisistico che contribuiamo a costruire, anche fra compagn*“.

Qui una lettura su Radio Spore, web radio di XM24, tratta da: Salvatore Ricciardi, Esclusi dal consorzio sociale.

I cartelli, i manifesti, gli striscioni (qui), della “Giornata di solidarietà con le persone detenute” organizzata a Bologna il 9 aprile, che la Rete bolognese di iniziativa anticarceraria gli dedica con un abbraccio.

Penso sia molto importante far trasparire, in qualsiasi cosa scriveremo/scriverete come il carcere duro non abbia piegato Salvatore, ma anzi, lo abbia solo reso più convinto delle sue idee, idee che ha portato avanti fino all’ultimo istante. Posso immaginare la gioia di coloro che ai tempi contribuirono alla sua liberazione! La trovo una fieramente beffarda e , forse piccola, ma meravigliosa vittoria nei confronti di un’istituzione che nasce per punire, spaventare e spezzare anche gli spiriti più forti. Una piccola battaglia vinta.
Ieri notte pensavo a Salvatore, alla vita dura, ma piena (nonostante tutti gli anni che lo stato ha provato a strappargli) che ha fatto. Pensavo a cosa deve aver visto e vissuto dentro a quelle mura infami.  E mi sono venuti in mente i racconti sulla vita di un altro compagno, che fu il fondatore di quel Dodi’s Pub che poi divenne il primo (e per me indimenticabile, perchè mi accolse e crebbe umanamente e politicamente ) Circolo Iqbal Masih. Si chiamava Dodi, qualcunx di voi sono sicuro che lo ricorderà. Dodi fu proprio in carcere che conobbe persone che, come Salvatore, stavano scontando pene a causa delle loro idee, delle lotte che portavano avanti. Quegli incontri cambiarono profondamente la sua vita. Allo stesso modo, sono sicuro che i racconti e l’esempio, la passione di Salvatore, abbiano cambiato la vita di moltx. E niente, mi è venuta voglia di ascoltare questa vecchia canzone. Ho pensato di condividerla con voi, perchè sono sicuro che perlomeno il finale lo condividiamo e sentiamo nostro tuttx noi e rappresenta quel pensiero che ci sta unendo : ” saremo tutti meno liberi, finchè resterà in piedi una prigione ! “.

Un compagno di Bologna


  1. Tratto da: Germano Monti, Pena di morte all’italiana. Il caso di Prospero Gallinari e Salvatore Ricciardi, febbraio 1994. 

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