di Nico Maccentelli

Inghiltera, fine ‘800 in un borgo industriale tessile del Lancanshire divampa la febbre per un nuovo sport come nel resto del paese: il foot-ball. E la passione cresce in modo trasversale, dai nobili e ricchi che detengono il suo monopolio come attività del tutto amatoriale attraverso la neonata federazione, alla working class che muove le prime pedate con palloni fatti alla boia d’un giuda.

Questo è la cornice di fondo di English Game un miniserial a sei puntate prodotto da Tony Charles, Oliver Cotton e da un’autentica stella del cinema britannico: Julian Fellowes, attore, sceneggiatore e regista, vincitore nel 2002 dell’Oscar per la miglior sceneggiatura con la pellicola Gosford Park. La distribuzione è sulla piattaforma di Netflix.

Ma definire English Game come un pezzo importante della nascita del calcio, che come si sa ha la sua culla in Gran Bretagna, è ben poco: è rimanere alla superficie del tema sollevato dagli autori. Siamo in piena lotta di classe, tra la gilda dei tessili che abbassa i salari e gli operai che vivono questa diminuzione come la differenza tra sfamare le proprie famiglie o no. Il tutto condito con una patina di buonismo socialdemocratico che potrebbe infatti definire questa serie come un’esaltazione del più tipico laburismo tradunionista britannico. Roba da far sorridere a trentadue denti Jeremy Corbyn.

Ma nel riscatto proletario, tra battaglie sul salario e per il posto di lavoro, la morale è sempre quella: fai il tuo dovere di lavoratore, non ribellarti e la promozione sociale l’avrai col duro impegno e le tue qualità nel tirare calci a un pallone. Del resto qui si tratta del sogno realizzato dai vari Pelè e Maradona e da tutti i pibe de oro nati e cresciuti in favelas e docks degradati, che poi con l’autoaffermazione di campioni hanno percorso i grandi stadi del mondo dal Wembley al Bernabeu.

In English Game, ai margini dei suoi primi rudimentali campi da calcio che assomigliano più a quelli del cricket, ci sta una pletora di ingiustizie e pregiudizi religiosi che bene descrivono l’Inghilterra dell’epoca e la scarsa propensione di una classe dominante a concedere diritti sociali e individuali facendo leva sulla morale imposta al popolo “straccione”, come patina ipocrita per nascondere il più sordido interesse di casta, con i suoi profitti e soprusi. Lo ammetto: vedere questa miniserie con gli occhi di chi ha letto La situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels, dà un gran bel gusto. Oltre tutto sembra di veder spuntare Friedrich da una linea di telai e di tornare catapultati in quel mirabile film Il giovane Karl Marx del 2017.

Ma di English Game gratti la crosta e neanche tanto sotto ci trovi il “tutto è bene quello che finisce bene” e trovi il darwinismo sociale liberista accettato da entrambe le parti. E con quattro calci al pallone e a qualche gamba tutto si risolve in un’emancipazione individuale che molto lentamente, solo come un bradisisma della storia contribuisce a quella più generale. La soluzione per la working class, per chi vuole intendere, non è questa ma un’azione collettiva e solidale antagonista e di rivolta che la miniserie stigmatizza in perfetta linea con quella pacificazione sociale che ha da sempre caratterizzato la volontà politica delle socialdemocrazie e del laburismo, per le quali l’unica azione collettiva è nella concertazione con i detentori del potere e della forza. Quindi, ben evidente, anche qui abbiamo la mistificazione ideologica dominante che ci accompagna da oltre 150 anni. In realtà è bene sempre tenerlo presente in ogni operazione culturale a cui si approccia: la soluzione di rottura sociale è quella che il più delle volte ha portato a reali cambiamenti nelle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e lavoratrici. E’ l’unico modo per non incazzarsi e prendere l’opera come spettacolo puro anti-brechtiano, depurato cioè da ogni intendimento di agit prop sulla coscienza dello spettatore, da ogni tentativo di lettura di una data realtà sociale che vada al di là di una mera funzione estetizzante.

Gli attori. Il cast è eccellente dallo scozzese Kevin Guthrie nei panni del protagonista principale Fergus Suter, che mette in scena in modo mirabile il forte conflitto interiore del personaggio, un fuori classe dell’epoca, tra la salvezza della famiglia attraverso soldi e cambi di casacca e la fede coerente per la squadra, nonché una passione molto discreta e rispettosa per un’incantevole Martha Almond, al secolo Niamh Walsh. Altro attore portante è Edward Holcroft, che interpreta il giovane liberale illuminato: Arthur Fitzgerald Kinnaird, undicesimo Lord Kinnaird KT, un calciatore di spicco dell’high class che poi successivamente è divenuto per 33 anni presidente della FA, la prestigiosa organizzazione del calcio britannico.

Il film ha riprese e montaggio impeccabili, con un sapiente incalzare delle sequenze calcistiche come della rivolta, ma anche dei passaggi alternati tra loro dei sintagmi filmici, rendendo godibile e fluido lo spettacolo.

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