di Sandro Moiso

Arthur Rosenberg, Il fascismo come movimento di massa. La sua ascesa e la sua decomposizione (1934), con un Appendice di Graziano Giusti: Anatomia del populismo fascista, Circolo Internazionalista Francesco Misiano – Pagine Marxiste 2019, pp. 176, 10,00 euro

“Se si vuole distruggere il proprio nemico è certamente necessario conoscerlo” (ArthurRosenberg)

Arthur Rosenberg (Berlino 1889 – New York 1943) ha rappresentato una figura complessa della militanza marxista tra la prima e la seconda guerra mondiale. Periodo dilaniato e tragico in cui alla sconfitta del movimento operaio e di classe da parte del totalitarismo fascista si accompagnò il tradimento dell’ideale e delle pratiche comuniste e rivoluzionarie da parte dell’URSS e dei partiti aderenti alla Terza Internazionale, progressivamente stalinizzati. Sciagure sulle quali poté abbattersi la seconda carneficina mondiale, senza le resistenze classiste che avevano preceduto, accompagnato e seguito la prima. Con le conseguenze che tutti ben conoscono.

E’ pertanto in tale contesto che va inserito il percorso intellettuale e politico del socialista tedesco che fu, oltre che militante, anche importante storico della sua epoca. Infatti, mentre la sua passione politica e militanza attiva lo portò a militare prima nel Partito Socialista Indipendente tedesco (dal 1918) e successivamente, dal 1920, nel Partito Comunista Unificato (da cui si allontanò nel 1927 per le significative divergenze sulla direzione impressa dall’Internazionale stalinizzata ai partiti comunisti), la sua passione di storico, soprattutto per la Storia antica, lo accompagnò fin dalla gioventù1.

Le sue ricerche sulla storica antica, però, terminarono sostanzialmente nel 1921, a parte un saggio sulla Politica di Aristotele uscito nel 1933, proprio nel periodo in cui l’autore tedesco si dedicò maggiormente sia all’organizzazione della stampa comunista, soprattutto come esperto di politica estera per «Inprekorr» (Internationale Presse Korrespondenz) e «Die Internationale», che all’attività politica e parlamentare, essendo stato eletto come deputato al Reichstag nel 1924.

Nel 1928 avrebbe scritto Origini della Repubblica di Weimar (1871 – 1918) che avrebbe segnato l’inizio della sua attività di storico della contemporaneità, proseguita con una Storia del Bolscevismo (1932) che, nel 1933, lo costrinse poi ad emigrare, sia per evitare la persecuzione nazionalsocialista che quella, più sotterranea ma non meno pericolosa nella Germania dell’epoca, dello stalinismo che già lo aveva marchiato come “imperialista e monarchico” sulle pagine di «Rote Fahne», il 29 aprile 1927, dopo il suo abbandono del partito per le ragioni già esposte prima. Studi tutti, idelebilmente segnati dalla necessità di ricostruire, per meglio comprendere, le ragioni di una sconfitta (quella del movimento operaio organizzato) e, allo stesso tempo, quelle di un autentico trionfo della destra più estrema.
Sono infatti del 1934 sia la sua Storia della Repubblica di Weimar che Faschismus als Massenbewegung (Il fascismo come movimento di massa), qui preso in esame.

La presa di posizione di Rosenberg sulla questione è, fin dalle prime pagine, netta e chiara: non sono certo la piccola borghesia impaurita o i piccoli proprietari terrieri a produrre il pericolo fascista. Se mai ne sono i portatori una volta conquistati alle sue ragioni sia dall’abile propaganda dei partiti nazionalisti che dalle delusioni seguite al fallimento di una diversa ipotesi politica.
E’ invece il capitalismo a sottenderlo e a sostenerlo, usando il popolino e le frange deluse e/o impoverite ed abbrutite della classe operaia meno cosciente come massa di manovra acefala per sostenere le ragioni del nazionalismo e dell’imperialismo. Proprio per questo motivo non si potrà dire di aver sconfitto realmente il fascismo se non sconfiggendo prima di tutto il capitalismo stesso. Poiché costituisce di fatto la forma che il secondo assume nella sua fase imperialistica e più aggressiva.

Il fascismo non è altro che una forma moderna di controrivoluzione capitalistico-borghese sotto una maschera popolare. […] I capitalisti dominano lo Stato solo a condizione che i settori decisivi della popolazione si identifichino con il loro sistema, siano pronti a lavorare per loro, a votare per loro, a sparare su altri per loro conto, nella convinzione che i propri interessi richiedano la conservazione dell’ordine economico capitalistico2.

Non è affatto necessario che ad ogni momento l’intera classe dominante debba accettare le truppe d’assalto (fasciste) ed i loro metodi di lotta. Come regola generale, esisteranno delle differenze d’opinione.[…] Ma sarebbe un disastroso errore per la classe operaia lasciarsi ingannare da questi disaccordi. Nonostate tutte le differenze tattiche, le truppe d’assalto fasciste sono carne della carne dei capitalisti3.

L’autore, definito da Victor Serge «un intellettuale di gran classe», traccia una storia del fascismo dalle sue origini italiane agli sviluppi del nazismo tedesco, indicandone similitudini e differenze, ma senza mai omettere che è stata la stessa “democrazia liberale” ad averlo portato in seno, almeno fin dalla prima guerra mondiale.
Non è una sparata ideologica. Rosenberg, che aveva sempre dichiarato di «non aver appartenuto a nessun partito politico» fino al giorno della Rivoluzione tedesca del novembre 1918, nel corso del primo conflitto mondiale aveva fatto parte (fin dal 1915) dell’ufficio stampa di guerra del generale tedesco Erich Friedrich Wilhelm Ludendorff, nazionalista accanito, che divenne il principale collaboratore del generale Paul von Hindenburg e la vera personalità dominante dello stato maggiore tedesco4.

Proprio in tale contesto, fortemente segnato dagli junker5, il giovane Rosenberg aveva potuto osservare l’ideazione di quel Partito della Patria che avrebbe dovuto prendere il potere se la Germania fosse uscita vincitrice dal conflitto imperialista. Idea di partito autoritario, che non avrebbe avuto al suo interno rappresentanti del popolo, ma principalmente dell’aristocrazia terriera e industriale, teso all’instaurazione di un nuovo ordine germanico, all’interno e all’estero. Nato, comunque dagli ambienti liberali o ex-tali nel contesto della guerra e dell’iniziale espansione militare tedesca in Europa.

Era questa la dimostrazione dell’unità di intenti tra proposte autoritarie ed espansionistiche, di fatto fasciste, e interessi capitalistici e susseguenti manovre per la creazione di un movimento di massa che allargasse le basi del consenso al di fuori della ristretta cerchia dell’aristocrazia borghese dell’industria, della finanza e della terra.

Nel testo, scritto da Rosenberg quando era già all’estero, prima in Svizzera, poi a Liverpool e infine negli Stati Uniti dove continuò la sua opera di studioso e docente, non vi è riferimento all’esperienza diretta dell’autore in tali ambienti. Anche perché era stata proprio tale esperienza a permettere il fatto che egli fosse sostanzialmente accusato di essere stato in passato un agente dell’imperialismo e della monarchia. Ma la forza, la razionalità e la capacità di ricostruzione dei passi che conducono inevitabilmente il capitalismo a optare, se non fondare, la variante fascista del suo sistema di dominio e sfruttamento sono ancora di insegnamento per l’oggi. Soprattutto là dove l’antifascismo odierno non sa più separare e individuare i differenti interessi concreti che animano le richieste degli oppressi da quelle dell’ordine borghese e dei suoi vacui sostenitori.

L’odio innato della classe media contro gli operai, come leitmotiv di fondo del fascismo, è uno degli stereotipi di una sedicente sociologia. Esistono molti casi in cui gli strati intermedi si schierano politicamente con i lavoratori, e molti altri in cui si contrappongono ad essi come una forza ostile. Ma in tutti i casi il fattore decisivo è la situazione politica del momento, e non certo la tattica dei partiti politici interessati. Il dogma generale non chiarisce assolutamente nulla.
In periodi di profonda crisi sociale gli strati intermedi si schierano con il proletariato, se il partito socialista mostra risolutamente la via della salvezza e della costruzione di una nuova società. Se invece il movimento socialista oscilla e manca di sicurezza, e indietreggia di fronte ai compiti della rivoluzione e della ricostruzione sociale, è destinato a perdere il sostegno delle classi medie6.

(In Italia) I due anni1919 e 1920 (Biennio Rosso) passarono senza che i socialisti prendessero il potere o facessero qualcosa che avesse un qualsiasi significato. La rivoluzione, però, non è qualcosa che si possa mettere in ghiacciaia. Quando il proletariato lascia passare inutilmente il periodo più favorevole, diventa di fatto vittima del suo nemico7.

Grazie quindi a tutti coloro che, pur con le dovute considerazioni critiche sull’opera complessiva di Rosenberg, hanno voluto riportarlo alla luce e metterlo a disposizione dei lettori e dei militanti anti-capitalisti e antifascisti.


  1. Per un’attenta ricostruzione della vita e delle ricerche sulla Storia antica di Rosenberg, si consulti Luciano Canfora, Il comunista senza partito, seguito da Democrazia e lotta di classe nell’antichità dello stesso Rosenberg, Sellerio editore, Palermo 1984  

  2. A. Rosenberg, Il fascismo come movimento di massa, pp. 14-15  

  3. A. Rosenberg, op.cit., pp. 29-30  

  4. Ludendorff (nato nel 1865), sostenitore delle correnti pangermaniste, fu fautore e promotore, fino alla sconfitta finale della Germania, delle ambizioni imperialiste estremistiche e sostenne la necessità della guerra ad oltranza. Dopo la sconfitta teorizzò il concetto di guerra totale e sostenne inizialmente Adolf Hitler e il nascente nazismo, prima di ritirarsi dalla vita pubblica per abbracciare un misticismo antisemita e pagano, connesso all’epica germanica fino alla sua morte nel 1937  

  5. I rappresentanti dell’aristocrazia terriera tedesca che avrebbero poi, nel 1944, organizzato il complotto fallito contro Hitler  

  6. op.cit p. 51  

  7. cit. p. 45