di Hadi Danial 

[Il 14 dicembre 2019 alle ore 18 si è tenuta alla libreria Griot a Roma la presentazione della traduzione della seconda raccolta di Ashraf Fayadh in italiano, Epicrisi (a cura di Sana Darghmouni). Erano presenti all’incontro la traduttrice Sana Darghmouni (Università di Bologna), il poeta e scrittore marocchino Hassan Najmi, il poeta ed editore siriano Hadi Danial, l’editrice Valeria di Felice (DiFelice Edizioni) con la moderazione del ricercatore e professore Simone Sibilio (università Ca’ Foscari, Venezia). Ashraf Fayadh è un poeta, regista, pittore e curatore di mostre di origine palestinese, nato e cresciuto nel regno Saudita. Ha partecipato alla Biennale di Venezia, rappresentando in tale occasione l’Arabia Saudita e la sua arte. Nell’estate del 2014, Fayadh è stato processato per accuse di apostasia relative alla sua raccolta di poesia “Le istruzioni sono all’interno”, che da allora è stata ritirata dalla circolazione, ma poi pubblicata in Libano nel 2008 dall’editore Dar al-Farabi.

Nel febbraio del 2019 è uscita la seconda raccolta di Ashraf Fayadh pubblicata in lingua originale dalla casa editrice tunisina Diyar. Nel settembre dello stesso anno la raccolta è stata tradotta in italiano da Sana Darghmouni e pubblicata dalla casa editrice Di Felice Edizioni.  Si tratta di 26 poesie scritte dal carcere, dove il poeta sta scontando una pena a 8 anni di reclusione e 800 frustate dopo la sua condanna per apostasia. Il volume tradotto in italiano comprende anche due prefazioni di Paolo Branca e Massimo Campanini. Attraverso questi testi il poeta presenta e descrive una serie di esperienze diverse che si alternano tra di loro all’interno della psiche umana e che toccano le sue sfere più sensibili e sacre, dimostrando una grande capacità espressiva. Il poeta ed editore siriano Hadi Danial ha partecipato all’incontro di Roma con questa relazione, la cui traduzione riportiamo di seguito.]

Hadi Danial – Roma 14/12/19 (trad. a cura di Sana Darghmouni) 

Buonasera! Per iniziare vorrei esprimere la mia profonda gratitudine all’amica, la prof.ssa Sana Darghmouni, perché mi ha permesso di essere su questo palco conoscitivo e militante circondato dalle vostre coscienze vive e dai vostri nobili cuori che battono per il destino di uno degli artisti creativi della bellezza umana la cui sorte da anni è quella di considerare con le ali di un’aquila le sbarre della propria prigionia, osservando con l’orgoglio del disperato come si accumula il silenzio e come esso possa diventare “una brutta abitudine praticata da tutti” di fronte alla sua crudele sofferenza. Un silenzio spietato che assedia il nostro amico comune, Ashraf Fayadh, non solo nel regno delle sabbie e dell’olio delle rocce nere dove è nato e cresciuto.

Questo folle silenzio ha contaminato tutta la nostra regione, soprattutto dopo aver invaso gli ambienti culturali e quelli dei media in cui la notizia della condanna a morte del poeta ha fatto esplodere grida di stupore e perplessità, e non tanto di disapprovazione e rivolta. E le grida che sono state subito spente dai venti del petrodollaro del Golfo che ha trasformato la maggior parte degli intellettuali arabi in tecnici della conoscenza, tranne alcune eccezioni che, purtroppo, non erano destinate a diventare una forza che fa pressione in comparazione con il vivo attivismo con cui persevera la prof.ssa Sana Darghmouni insieme alle sue colleghe e ai suoi colleghi, discendenti di Gramsci, con un entusiasmo che non si spegne. Anche le coscienze di coloro che sono stati scossi dalla notizia della condanna a morte nella nostra zona araba, sono tornate al loro antico letargo dopo aver appreso che la condanna era stata ridotta a otto anni di carcere e 800 frustate.

Tranne Sana e le sue compagne e compagni del popolo italiano amico, come se trascinassero la causa al posto di tutti noi dall’est fino all’ovest dei nostri paesi. E così la libertà di questo poeta rinchiuso ingiustamente è diventata una componente della causa personale di ognuno di loro. E sono stato fortunato quando l’amica Sana mi ha onorato e coinvolto parzialmente in questo grande lavoro nel momento in cui mi ha proposto di pubblicare la nuova raccolta di Ashraf tra le opere della casa editrice che ho fondato di recente a Tunisi. E questa è la seconda ragione della mia gratitudine nei suoi confronti.

Quando ho ricevuto la bozza di Epicrisi e ho cominciato a leggerla, avevo già deciso tra me e me di pubblicarla, spinto dal mio sentimento di solidarietà con un giovane palestinese che paga il prezzo di un’interpretazione ignorante e folle da parte delle istituzioni di una potenza araba, per via di un’espressione scritta dall’innocenza di un giovane poeta. Non avevo letto nulla di lui prima. Ma la lieta sorpresa è che mi sono trovato in presenza di una scrittura poetica che non ha precedenti per la sua capacità di spingere a pensare e immaginare allo stesso tempo. Con un tono tranquillo che strappa il fulmine dai vulcani dormienti nell’inconscio del lettore. Una scrittura libera che umanizza gli elementi essenziali della natura e dei suoi derivati e dialoga con i pianeti dell’universo e le sue galassie in approcci estetici affascinanti.

E da questi voli universali passa con una facilità non forzata ai dettagli quotidiani e intimi che sciolgono e si sciolgono in tenerezza e dolcezza. Queste atmosfere universali si risolvono in metafore dell’immagine e approcci sull’amore, la morte e la noia, la libertà e la patria, “che calza una scarpa della libertà consumata come il resto dei valori umani”[1], oltre che nella compattezza della struttura del testo e nel suo stile facile difficile. Tutto questo fa del testo di Ashraf Fayadh un testo degno di abbandonare la gabbia della lingua araba affinché i suoi uccelli possano posarsi sui rami degli alberi delle lingue del mondo. E qua esprimo la mia gratitudine all’amica Sana per il suo sforzo di far volare gli uccelli della penna di Ashraf nei boschi e nel cielo della lingua italiana.

Dopo la pubblicazione di Epicrisi dalla casa editrice Diyar a Tunisi, la notizia avrebbe dovuto attirare la curiosità delle élite politiche e letterarie, tunisine e arabe, soprattutto perché si tratta di un libro di un palestinese ancora imprigionato in un carcere della famiglia reale saudita. Ma purtroppo la metà delle cinquecento copie che abbiamo stampato sono ancora nei magazzini della casa editrice. La poesia non è più il diwan (“il libro di memorie”) degli arabi e il libro non è più il loro miglior compagno.

In quanto alla Palestina, si è trasformata in uno degli slogan che vomitiamo con la stessa velocità con cui la mastichiamo e inghiottiamo come altri slogan, quali libertà, democrazia e diritti dell’uomo, ma sono tutti usati nelle nostre guerre di parte. E in questo contesto alcuni hanno provato a strumentalizzare la causa di Ashraf Fayadh e sono stato invitato con generosità avvelenata (e non ho accettato gli inviti ovviamente) ad andare a Beirut e ad altre città per partecipare a programmi in alcuni canali come Aljazeera e Turchia Arabia per parlare di Ashraf, del suo libro e della sua causa. Ma non  per premura di questi per la libertà di espressione, quanto per utilizzare la causa di Ashraf nel conflitto di Doha e Ankara contro Riad. La realtà è che le autorità del Qatar avevano condannato a morte un poeta del Qatar e hanno ridotto la pena a 15 anni perché aveva composto una poesia in dialetto in cui elogiava la primavera araba e la sua partenza da Tunisi per cui non possiamo parlare eticamente da un palco del Qatar della causa di Ashraf e delle cause della libertà di espressione in generale. E il paradosso è che l’invito più generoso mi è stato rivolto dal canale americano Alhurra, il canale della potenza più grande, nota per essere la causa essenziale dietro l’impossibilità del popolo di Ashraf Fayadh di ottenere i suoi diritti legittimi nel decidere il suo destino e costituire la sua patria indipendente sul suo suolo nazionale. Allo stesso modo Washington gestisce le guerre usando lo slogan della “esportazione della democrazia” e della “libertà di pensiero e dei diritti dell’uomo” nella nostra regione, ma è la stessa potenza che sostiene il regime saudita nelle cui carceri si trova Ashraf perché è considerato un poeta apostata. E fabbrica il terrorismo religioso espiatorio, installandolo nelle nostre società e nei nostri paesi per poi usarlo come pretesto per interferire nelle nostre questioni interne, sempre con la scusa di combattere il terrorismo. La politica americana non nasconde il fatto che ciò che le interessa nella nostra zona non siano l’uomo o la sua vita sulla Terra, quanto piuttosto ciò che c’è sottoterra come il petrolio, il gas e i metalli. Perciò vuole che la consideriamo come “i gatti randagi”, di cui parla il nostro poeta in Epicrisi, considerano noi. I gatti randagi “ci credono divinità pronte a dispensare loro nutrimento” e Washington vuole che ci rifugiamo in lei per proteggerci dal “male dei gatti selvatici”, che rinnegano la misericordia dell’uomo[2] (e Israele è “troppo elevata” per essere il “gatto regionale selvatico” presso le divinità americane, ma potrebbe esserlo l’Iran ad esempio). Nonostante questo, l’arroganza americana scommette sulla possibilità di impiegare qualunque intellettuale arabo per promuovere il suo discorso deviante che pretende di “tutelare” la libertà di espressione nelle sue zone protette nel Golfo.

Ashraf Fayadh è ora senza inchiostro e senza colori, e noi con tutti i nostri inchiostri, colori e con le nostre gole, siamo incapaci di parlare e descrivere al posto suo, quindi non esiste un’alternativa alla necessità di rompere le sue catene e intensificare i nostri tentativi perseveranti per costringere il suo carceriere ad aprire la sua cella e fargliela lasciare definitivamente.

Infine, mi preme far presente che la questione di Ashraf Fayadh è una questione complessa, è una causa di libertà d’espressione quanto anche una questione di un popolo che soffre sotto il giogo della più lunga ingiustizia mai conosciuta dalla storia dell’umanità contemporanea, causata dalle avidità economiche e politiche del colonialismo occidentale, dal momento in cui ha spostato il progetto sionista dal Sud Africa e dall’America Latina in Palestina. E da allora è come se ogni palestinese nascesse prigioniero o martire nella Palestina occupata o nel mondo, è come se l’umanità dopo tante generazioni non potesse di fronte a ciò che reagire semplicemente con reverenza sottomessa nel tempio dei dolori. Se ci riuniamo oggi e domani per la vittoria del poeta prigioniero e del suo discorso libero, significa che il discorso poetico in Epicrisi è universale e la preoccupazione palestinese in questo discorso ha più di una chiave:

“Noialtri cerchiamo di imitare la terra nella sua capacità di resistenza,

ma alla terra manca un sistema nervoso!”[3]

E anche se il poeta fa parte di una generazione nata fuori dalla Palestina, egli non nasconde la sua brama e la brama del suo popolo per una patria, e invidia persino i batteri perché l’acqua inquinata fa degli intestini fini una patria ideale per loro:

“I batteri sono fortunati

Perché non hanno un vero problema a trovare una patria!”

Questo poeta insegue ancora la luce, perché “il buio fa paura anche se ad esso ci si abitua”.

Perciò non dobbiamo sconfortarci leggendo il suo grido con cui ha concluso Epicrisi:

“Mi rosica dentro la consapevolezza

E uccide ogni mia possibilità di sopravvivenza.

La consapevolezza mi uccide lentamente

Ed è davvero troppo tardi per trovare la cura.”[4]

Questo grido proveniente da una coscienza irrequieta, ci deve spronare di più non solo a lottare per la sua liberazione personale, bensì a liberare questo individuo-simbolo affinché si unisca a noi e ci conduca sulla strada della lotta più lunga verso la liberazione del suo popolo. Se personalmente sono deluso della condizione araba, impegnata nel suo sgretolamento e nelle sue guerre, il calore umano in questa sala avrà un’eco in altri luoghi e, senz’altro, nella lontana e fredda cella del poeta.

 

Proponiamo qui due estratti (cortesia di Di Felice Ed.):

Dentro il cielo

Il profumo della noia riempie la stanza,

il mio cuore, un libro marcio coperto da uno spesso strato di polvere,

il posacenere è troppo familiare

e i pensieri si attaccano alle pareti come mosche stanche.

Un ragno disoccupato si affaccia su alberi assonnati,

alcuni rumori all’esterno

e il freddo padroneggia sulla situazione.

 

Crepe di pelle

Il mio paese è passato di qua

calzando la scarpa della libertà…

poi se n’è andato, lasciando la scarpa alle sue spalle,

correva con un ritmo travagliato … come il ritmo del mio cuore,

il mio cuore che correva verso un’altra direzione … senza una giustificazione convincente.

La scarpa della libertà era consumata, vecchia e finta

come il resto dei valori umani in tutte le loro dimensioni.

Tutto mi ha abbandonato e se n’è andato … inclusa te.

La scarpa è un’invenzione sconcertante

dimostra la nostra ineleggibilità a vivere su questo pianeta,

dimostra la nostra appartenenza ad un altro luogo in cui non abbiamo bisogno di camminare molto,

o che il suo pavimento è arredato con ceramica economica … scivolosa!

Il problema non sta nello scivolare … tanto quanto nell’acqua,

nel calore … nel vetro rotto … nelle spine … nei rami secchi e nelle rocce appuntite.

La scarpa non è una soluzione perfetta

ma in qualche modo adempie allo scopo desiderato

esattamente come la ragione

e come la passione.

La mia passione si è estinta da quando te ne sei andata l’ultima volta,

non posso raggiungerti più

da quando sono stato detenuto in una cassa di cemento sostenuta da barre fredde di metallo

da quando mi hanno dimenticato tutti … a cominciare dalla mia libertà … e a finire dalla mia

scarpa affetta da una crisi di identità.

*traduzione di Sana Darghmouni

 

Link al libro e recensioni:

Feltrinelli on line – link

Ibs Libri – link

Da La macchina sognante-1

La macchina sognante-2

 

[1] Crepe di pelle.

[2] Le macchie difficili.

[3] Alla leggera.

[4] Ictus cerebrale.

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