di Gioacchino Toni

La cultura occidentale, permeata com’è dal senso di impotenza, di incapacità di immaginare un mondo diverso, insieme alla morte sembra aver rimosso anche ogni idea finalistica, preferendo vivacchiare in un eterno presente privo di storia e di prospettiva. È a tali rimozioni che è dedicato il recente libro di Régis Debray(*), Fenomenologia del terrore. Lo sguardo cieco dell’Occidente (Mimesis, 2019). In tale testo la riflessione dello studioso prende il via dalla necessità di confrontarsi con le gesta suicide degli attentatori jihadisti al fine di  comprendere le motivazioni che conducono degli individui, nel Ventunesimo secolo, a farsi esplodere con l’intenzione di uccidere il maggior numero possibile di civili, pensando che ciò sia richiesto dall’Onnipotente, oltre che risultare salvifico per loro stessi. Tale comprensione consentirebbe di fare i conti con la scomparsa della morte e di ogni idea finalistica da parte occidentale. «L’atto spesso suicida del terrorista ci costringe a pensare a quello che non vogliamo più e addirittura, per forza dell’abitudine, a quello a cui non riusciamo più a pensare: il posto che ha la morte nella nostra vita. O, più precisamente, il fatto che non ne ha più uno» (p. 9).

Con il termine “terrorismo” l’autore intende riferirsi alla «esecuzione pubblicitaria di una violenza estrema contro civili disarmati, al di fuori di qualsiasi guerra dichiarata, e destinata prima di tutto a fare scandalo» (pp. 9-10). Nel volume lo studioso si concentra esclusivamente sui casi di terrorismo jihadista che, nel periodo compreso tra il 1990 e il 2015, hanno messo a segno quasi cinquemila attentati-suicidi in quaranta diversi paesi.

Sino ad ora, sostiene Debray, in Occidente se si è dato molto spazio alla ricostruzione delle modalità organizzative degli attentati suicidi, molto meno sono state indagate le motivazioni ultime dei soldati di Allah. Volerle comprendere «non nega né sminuisce in nulla i fattori sociopolitici che sono in gioco: segregazione urbana, risacca neocoloniale, tragedia palestinese, abbandono scolastico, desiderio di avventura, fascinazione mediatica, tasso di disoccupazione, reclutamento su Internet, esclusione economica» (p. 11).

Il fatto che nei testamenti lasciati da diversi attentatori jihadisti si faccia esplicitamente riferimento alla gioia con cui si lascia questo mondo in vista della ricompensa offerta dall’aldilà, induce ad interrogarsi circa il legame tra le stragi di civili scelti a caso e la conquista del Paradiso. «L’attentato-suicidio del credente non è, dal suo punto di vista, un capriccio o una follia sanguinaria, ma il mezzo più razionale (ed è questa la cosa inquietante) per accedere immediatamente a un lupanare divino più appagante e più piacevole di quanto non furono il ricongiungimento degli Ebrei con i padri in Abramo, i Campi Elisi o le Isole Fortunate dei Greci o il Walhalla delle popolazioni germaniche» (p. 18). Occorre probabilmente confrontarsi con tali convinzioni per comprendere i motivi per cui gli occidentali faticano a intendere le motivazioni profonde che spingono diversi individui ad immolarsi.

«Quanto alla Città Celeste, è sparita dal nostro stock di credenze disponibili, soprattutto dopo il crac dei paradisi in terra. Ci sono rimasti solo i paradisi fiscali e il Club Med, una modesta consolazione. Risultato: mai l’azione pubblica è stata meno focalizzata sull’eventuale di quanto lo sia oggi; né le “lotte finali”, in terra come in cielo, sono state meno all’ordine del giorno […] Quando il telescopio di Galileo ha liquidato il concetto di empireo, dimostrando che lassù era esattamente come qui, e le scienze della terra scacciarono la mela e il serpente dai titoli di testa, i nostri defunti non avevano più un posto dove ritrovarsi. Perché ci sia un paradiso promesso, ci vuole un paradiso perduto. Per questo il cristianesimo si è trasformato socialmente in un ultraumanesimo, un’etica per comportarsi meglio e migliorare la vita in comune, e non in una preparazione alla vita eterna. Ne consegue anche il fatto che da queste parti, tra gli stessi non credenti, con il futuro che non illumina più il presente, il borghese brancola nel buio. Così siamo diventati persone che non si fanno fregare, adulti e matter of fact, convinti che queste superstizioni ancestrali non occupino più alcun posto fra noi» (pp. 27-29).

Debray propone anche un curioso parallelismo: sottolineando come la “radicalizzazione dell’Islam” avvenga proprio nell’era digitale che permette, oltre a un agevole collegamento in rete tra fanatici, il contatto diretto con le fonti scritturali private da qualsiasi filtro interpretativo, lo studioso vi individua analogie con la diffusione della Bibbia attraverso la stampa a caratteri mobili nell’Europa del XVI che finì col promuovere quel letteralismo testuale che ha un ruolo non irrilevante nei fondamentalismi.

Nel volume ci si sofferma su come diversi giovani, privi di un’educazione religiosa preliminare, passino dalla microcriminalità e dalla prigione ad una conversione repentina incentrata su una visione apocalittica dell’Islam nella convinzione che sia possibile un’accelerazione della fine del mondo attraverso il ricorso alla violenza. Non ci sarebbe in loro, sostiene Debray, alcuna volontà di costituire una società islamista, essendo la fine dei tempi percepita come imminente: «un giovane delle banlieue, senza un lavoro o una famiglia, sarà più facilmente un bigotto che un borghese alla moda con un lavoro. L’escatologia è l’ultima risorsa degli umiliati, la rivincita egualitaria dei miserabili, lo spiraglio nel buio, tanto più che nell’Aldilà le gerarchie sociali svaniscono» (p. 37).

Nel cristianesimo la Chiesa ha saputo mantere viva la Promessa salvifica rimandando il suo compimento a un momento futuro. «La formazione dei chierici della Chiesa e dei capi di partito non può che riassumersi in una pedagogia dell’attesa. […] Nella sua versione “scientifica”, il comunismo si è appellato alla “fase di transizione”, brandendo il programma minimo come forche caudine obbligatorie, accusando gli esaltati di erigere la loro impazienza ad argomento teorico e di far abortire, eterno peccato della sinistra, una Vittoria promessa a lungo termine, perché tutto arriva al momento giusto per chi sa aspettare. È là dove non esiste clero – pensiamo per esempio ai sunniti e ai neo-protestanti – né una gerarchia autorevole a raffreddare il surriscaldamento dei nuovi convertiti che la spinta maniaco-apocalittica è al culmine. La linea diretta con l’Altissimo fa rinascere l’ebollizione iniziale, che diventa iniziatica in un contesto di avversità, carestia o oppressione. Il Millenarismo è un populismo metafisico. Manda a quel paese i beneficiari della Dottrina, in particolare la popolazione rurale sradicata, e non è un caso che la ricerca del Millennio (la rivincita finale dei perdenti) abbia accompagnato la prima espansione urbana dell’Occidente, così come ora accompagna il mostruoso ampliamento delle metropoli in Africa e in Medio Oriente. Rimane ferma la convinzione, altro punto condiviso da religiosi e politici, per cui il martire che offre il suo corpo in olocausto manderà avanti le lancette dell’orologio e farà progredire la Storia. È questo il leitmotiv dell’offerta carnale, del sangue-semenza, del sacrificio non solo redentore ma anche acceleratore della salvezza collettiva. L’elettroshock che risveglierà l’eroismo dormiente delle moltitudini è la fede che ha animato i grandi capi delle speranze del XX secolo. Al termine della sua vita, Victor Hugo ammise: “Riconosco la Rivoluzione come un immenso sacrificio necessario per il futuro”. Il martirio del marxista esemplare avrebbe dovuto accelerare l’insurrezione delle masse, e far entrare in gioco i grandi battaglioni del proletariato. La fabbrica cristiana degli schemi mentali ha lasciato i suoi strascichi, tra cui forse – anzi, soprattutto – nel corpo e nell’anima delle avanguardie di ieri che hanno commesso un unico errore: credersi miscredenti» (pp. 40-42).

«Senza il culto dei morti, che presupponeva un aldilà, né il culto degli antenati alla cinese che invece può farne benissimo a meno, visto che si limita a far circolare il soffio cosmico in questo mondo, cosa ci resta per ingannare il nulla che incombe su di noi? I passeggeri della nave cristiana, per uccidere la morte, potevano contare su verità di fede […] e da che mondo è mondo la distruzione spirituale della distruzione corporea è al centro di tutte le nostre architetture simboliche […] La nostra, in Occidente, non si chiama metempsicosi, reincarnazione, trasmigrazione, sciamanesimo, mantenimento del ciclo cosmico tramite sacrificio umano, ascesa al cielo di Indra popolato di danzatrici e musicisti, ecc., ma Resurrezione. È il fiore all’occhiello delle nostre religioni della Salvezza. Da cosa bisogna salvarsi? Dal peccato originale, che portò la morte nel cuore dell’Eden dove vivevano Adamo ed Eva, immortali creature di Dio, fatte a sua immagine» (pp. 53-54).

Al Paradiso, sostiene l’autore, l’Occidente ha finito col sostituire il Progresso in un continuo passaggio da un’illusione a un’altra e ciò che cambia, ogni volta, «per darci l’impressione di essere noi a cambiare, non di stagione ma di destino, è l’accento posto sul tempo più vitaminizzato e vivificante dell’eterna coniugazione – passato, presente o futuro. I premoderni guardavano indietro a un’età dell’oro inventata ma perduta. I moderni guardavano davanti a loro, verso l’alba di un sole sofferente. Noi, postmoderni, inseguiamo su tapis roulant, con gli occhi bendati, lo scoop del giorno. Oriente, Occidente; ieri, oggi. C’è troppo passato nelle epoche della fuga all’indietro; troppo futuro in quelle della fuga in avanti. E adesso che in Occidente tutto è adesso, è il presente a mordersi la coda. Un eccesso di passato remoto scoraggia dall’iniziare perché non possiamo far altro che ripetere, e allora a che pro? E così anche un eccesso di presente – cosa iniziare di preciso?, dal momento che non sappiamo dove andare» (pp. 56-57).

Difficile dire, sostiene lo studioso, se sia meglio vivere lasciandosi «divorare da miti fondanti oppure da clic di approvazione» (p. 61); aver saputo separare le leggi umane dai precetti divini è un bene, ma il prezzo che si paga, afferma Debray, è la perdita di quel Regno al termine delle pene della vita «che non era di questo mondo ma che domani sarebbe stato il mondo stesso» (p. 62). In Occidente, continua l’autore, la morte dovrebbe decidersi a cambiare nome. «Non è più un trapasso, ma una trappola. Niente più suspense. Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate: l’inferno, non sono gli altri, è l’assenza di una meta […] Se il futuro, con qualche sotterfugio, ha avuto le sue illusioni, il “tutto e subito” riesce comunque a ingannare la fame. Genera tra gli esclusi un sentimento crescente d’impazienza. […] Porta all’esasperazione i giovani dei paesi poveri perché non hanno più ragioni per sopportare il loro abbandono, visto che non vedono una luce in fondo al tunnel. Tra i ricchi del Nord, l’individualismo del piacere può trasformarsi in cinismo (in mancanza di una spada di Damocle che pende sopra le teste). Quanto all’uomo comune, voi e io, abbiamo scambiato un’insicurezza con un’altra. Alla preoccupazione di mancare il bersaglio, Rivoluzione o Redenzione, subentra quella di non avere più bersagli. Né scopi di guerra, né tabelle di marcia, né cartelli. E le nostre società assumono la consistenza di cocci di vetro. Se l’unità di un popolo non poggia solo su un’eredità di ricordi ma anche e soprattutto su una prospettiva comune, giorno per giorno la vita degenera in un’avventura incerta. Nel nostro ben sopportabile purgatorio, resta una spina nel fianco: la morte. […] L’ultimo “passaggio”, strada senza uscita, viene giustamente ribattezzato “fine della vita”. Socialmente si fa di tutto per riparare il danno e ritrovare al più presto il sorriso: cravatta nera ventiquattr’ore, foto del morto vietata, cadavere tolto dalla vista dei bambini, veglia funebre scomparsa, carro funebre banalizzato, corteo funebre scomparso, cimitero in periferia. Il tutto culmina o sprofonda in una rapida autocombustione chiamata cremazione, dietro una parete divisoria, e non a cielo aperto su un rogo che dura ore, come si fa ancora in India. Possiamo vedere in questa invisibilità un addomesticamento, o un trasferimento clandestino, non solo inevitabile […] ma quasi riuscito» (pp. 64-69).

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(*)  Régis Debray è un personaggio controverso conosciuto sia per aver preso parte al lotta rivoluzionaria in Bolivia al fianco di Che Guevara che per l’accusa di essere stato uno dei suoi traditori, tesi sostenuta, ad esempio, dal film-documentario Sacrificio. Chi ha tradito Che Guevara? (2001) di Erik Gandini, Tarik Saleh, Mårten Nilsson, Lukas Eisenhauer e Johan Söderberg. Al suo ritorno in Francia, oltre a ricoprire vari incarichi governativi, Debray ha realizzato una serie di saggi che sembrano essere stati progettati per suscitare clamore, a volte forse più per mantenere la scena che non per creare un utile dibattito. Tra le opere tradotte in italiano si ricordano: Rivoluzione nella rivoluzione? (1968); La guerriglia del Che (1974); La gringa (1978); Dio, un itinerario (2002); Lo Stato seduttore (2003); Fare a meno dei vecchi (2005); Processo al surrealismo (2007); Cosa ci vela il velo? (2007); Il nuovo potere. Macron, il neo-protestantesimo e la mediologia (2018)

 

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