di Sandro Moiso

Marco Revelli, La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite, Einaudi, Torino 2019, pp. 224, 14,00 euro

Nell’attuale buriana di riflessioni, più ideologiche che seriamente politiche, foriere più di confusione che di chiarezza, la riunificazione e la rielaborazione in un unico volume di tre saggi di Marco Revelli già precedentemente apparsi in libreria appare davvero come cosa utile e necessaria. Si tratta infatti di Populismo 2.0 (Einaudi 2017), Finale di partito (Einaudi 2016) e Poveri noi (Einaudi 2010) e fin dai titoli si comprende come siano tutti indirizzati a comprendere la rinascita del fenomeno populista e la crisi dei partiti politici così come si sono caratterizzati nel corso del ‘900 (in particolare di quelli di ‘”sinistra”) nel corso dell’ultimo decennio. Guarda caso quello determinato, socialmente e politicamente, dalla più grave crisi economica successiva a quella del 1929 e sicuramente non inferiore alla prima sia in termini qualitativi che quantitativi (miliardi di dollari e di euro perduti, disoccupazione, riduzione degli apparati produttivi e fallimenti bancari e aziendali).

Revelli, docente di Scienze della Politica presso l’Università del Piemonte orientale, costituisce una delle poche voci superstiti e menti ancora lucide dell’esperienza torinese di Lotta Continua e la parte migliore di quell’ormai lontana stagione politica si riflette nell’attenzione con cui l’attuale insorgenza di movimenti anomali e potenzialmente fascisti viene esaminata non a partire da principi assoluti e universali, ma dalle reali cause economiche e sociali che li hanno determinati. Così come, ad esempio, quel gruppo politico, scomparso a Rimini nel 1976, aveva cercato già di fare nei confronti del malessere del Meridione d’Italia a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, da quello indirettamente manifestato dal sottoproletariato napoletano fino ai fatti di Reggio Calabria e ai boia chi molla che ne avevano preso in mano le redini.

Oggi come allora, infatti, non si tratta soltanto di storcere il naso davanti alle espressioni politiche e ai comportamenti delle plebi in rivolta, nascondendosi sostanzialmente dietro ad uno sventolio di bandiere rosso-pallide e a dichiarazioni e parole d’ordine di carattere generale come quelle espresse da Nicola Zingaretti subito dopo la sua elezione a nuovo segretario del PD, secondo il quale le tre parole chiave per l’azione della sinistra, oltre a quella della realizzazione del TAV Torino-Lione, dovranno essere “scienza, società e giustizia”, lasciando invece cadere qualsiasi proposta riguardante l’istituzione di un salario minimo, ritenuta una trappola (forse per gli imprenditori) dal fratello, caratterizzato soltanto da un indice di gradimento decisamente inferiore, del commissario Montalbano.

Si tratta piuttosto, ed è proprio quello che Revelli fa nei suoi saggi, di comprendere come l’attuale rinascita del populismo derivi dall’affanno e dalle difficoltà economiche in cui è venuta a trovarsi una significativa parte dell’ex-classe media (comprensiva di larghi settori di classe operaia garantita) e dalle mancate risposte che i partiti della tradizione novecentesca non hanno saputo dare alle domande di sicurezza (soprattutto economica e lavorativa) e di prospettive che da tale settore sociale sono pervenute in maniera sempre più urgente e ultimativa.

Risposte che nemmeno una parte consistente della “sinistra” sedicente antagonista ha saputo dare, trovando forse più facile affiancare le parole d’ordine e i principi generali espressi da quella istituzionale. Facendo magari anche finta che un problema come quello dell’accoglienza dei migranti possa essere affrontato seriamente insieme a chi non solo ha collaborato alla realizzazione dei campi di concentramento in Libia, ma ha anche ampiamente utilizzato la manovalanza a bassissimo costo venutasi a determinare a seguito delle migrazioni ai fini dei profitti delle proprie aziende e cooperative. Magari nel settore della distribuzione della pubblicità in buca o altri settori a bassissimo o nullo investimento.

Una sinistra che accontentandosi di sottolineare l’evidente funzione di propaganda elettorale svolta sia da “quota 100” che dal reddito di cittadinanza, non si chiede mai, ma proprio mai, perché siano questi due provvedimenti a suscitare maggiormente le ire e le contrarietà della Commissione europea, dell’Ocse e di Confindustria. Evitando così di parlare di come questi provvedimenti possano raggiungere il loro obiettivo politico proprio in grazia del bassissimo livello dei salari e delle scarse garanzie sociali e lavorative che caratterizzano ormai la seconda economia manifatturiera d’Europa.1

Bassi salari e scarse garanzie a favore dei lavoratori che costituiscono la vera attrattiva per l’investimento estero in Italia, altro che infrastrutture e legalità, costantemente sventolate come necessità (si pensi al Tav) soltanto per permettere alla classe imprenditoriale più scalcagnata d’Europa di accedere in maniera quasi gratuita ai finanziamenti europei. Basti come esempio la fretta espressa da Confindustria e gran parte dell’arco parlamentare di giungere ad una prima decisione sui bandi di Telt, non tanto per realizzare davvero l’opera inutile e costosa, ma soltanto per iniziare ad accedere senza riduzioni di sorta agli 813 milioni di finanziamenti europei in scadenza.

Esempio che fa il paio con la richiesta di aumento della turnazione che la Fiat-FCA ha avanzato nei confronti degli operai dello stabilimento di Pomigliano, pur continuando a lasciare a casa, naturalmente a spese dello Stato, dell’INPS e degli operai stessi, quelli precedentemente messi in cassa integrazione. Stato, INPS, buste paga ridotte e finanziamenti europei usati davvero come bancomat per le imprese italiane, ancora una volta senza che alcun demagogo di sinistra abbia qualcosa da ridire o argomenti su cui ironizzare.

Ora il testo di Revelli si libra un po’ più in alto rispetto a tali scontate riflessioni e allo stesso tempo si addentra più in profondità nel malessere, spesso agitato da una rabbia sorda, che sta alla base di un cambiamento di segno politico, quello avvenuto con il diffondersi delle simpatie nei confronti dei partiti populisti e sovranisti, che non appartiene al solito ricambio elettorale, ma che sarà destinato a segnare una non breve stagione politica, sia in Italia che in Europa.

Proprio su questo aspetto, e non sui singoli personaggi o partiti, punta il dito e dirige l’attenzione del lettore il testo di Revelli. Sia quando affronta l’analisi sociologica e territoriale del voto pro o contro la Brexit, sia quando nella prima parte della terza sezione, quella tratta da Poveri Noi, ed intitolata significativamente La terza chiave. La guerra non vista, prende spunto proprio dalla crisi dei mutui subprime del 2008 per giungere alla situazione italiana attuale e al successo di Donald Trump o, almeno, alle ragioni del suo elettorato nelle ultime presidenziali americane.
Un elettorato che si è sentito definire con disprezzo deplorable, plebeo, dalla candidata democratica Hillary Clinton e che già si era sentito respinto tra i white trash dalla crisi economica e finanziaria.

“Noi tutti ci siamo misurati con la crisi, con quella che meccanicamente chiamavamo la crisi economica. Ma ho l’impressione che non si abbia bene l’idea della dimensione del terremoto sociale prodotto dalla recessione in Occidente dal 2007 al 2014-15, a cominciare dall’epicentro dal quale è partita, dagli Stati Uniti, con l’esplosione dei mutui subprime. Quella tempesta quasi perfetta ha prodotto uno spostamento sociale paragonabile a una guerra.”2

Prosegue poi Revelli:

“Si calcola che negli anni di picco della crisi, dal 2007 al 2012, quasi un adulto americano su venti abbia perso la casa a causa dell’incapacità di pagare i mutui. Ciò equivale a più di dieci milioni di persone. In prevalenza capifamiglia, o monogenitori con figli. Dieci milioni di famiglie vuol dire una trentina di milioni di persone che hanno perso il loro bene comune più prezioso a causa di una dissennata ( e nella sostanza criminale) politica sui mutui e le compravendite messa in campo da istituzioni finanziarie, banche e agenti immobiliari senza scrupoli. A questi numeri, già drammatici, vanno aggiunti poi tutti quelli che – non proprietari, ma affittuari – sono stati buttati fuori per morosità, perché il salario non era sufficiente a pagare l’affitto o perché la perdita del lavoro li aveva privati del reddito. […] Ancora nel 2016 si sono registrate negli Stati Uniti 2.300.000 intimazioni di sfratto. Una tragedia sociale che ha generato una mutazione demografica senza precedenti; dovuta a una migrazione di proporzioni bibliche […] Un esodo più massiccio di quello avvenuto durante il Dust Bowl: la catastrofica crisi agraria che colpì gli Stati Uniti e il Canada tra il 1931 e il 1939 a causa di violente tempeste di sabbia,3 e che provocò lo spostamento dalle Grandi Pianure di 2 milioni e mezzo di contadini.”4

Questo esodo massiccio, simile a quello causato da una guerra ufficialmente mai dichiarata, ha avuto aspetti militari e sociali le cui vittime non erano assolutamente preparate ad affrontare. Né a livello pratico né a livello di possibile immaginario.
Il primo aspetto ha visto infatti nascere intorno al “fenomeno degli sfratti un vero e proprio sistema con squadre di sceriffi il cui lavoro a tempo pieno è quello di eseguire gli ordini di sfratto e di pignoramento, con aziende di traslochi specializzati i cui equipaggi lavorano tutto il giorno, ogni giorno della settimana, con centinaia di società di data mining che vendono rapporti sugli inquilini.”5

Il secondo prende avvio dagli istanti immediatamente seguenti l’esecuzione dello sfratto quando tutti gli averi degli sfrattati “sono abbandonati sul marciapiede dai facchini o caricati su un camion e portati in un deposito a pagamento, fino alla ricerca di una nuova abitazione in un quartiere più lontano, più degradato, più insicuro.”6

L’esodo degli sfrattati genera quindi:

“Un movimento non lineare (a raggiera), frattale (a macchie di leopardo), centrifugo (dai centri alle periferie). Ma soprattutto selettivo, al punto da invertire la tendenza verso l’integrazione registrata nel corso dei precedenti decenni. Gli espropri delle case per mancato pagamento delle rate dei mutui hanno infatti riguardato soprattutto la classe media bianca e le frazioni di altre etnie desiderose di ascesa, spingendo le famiglie colpite verso quartieri più periferici e degradati, aggravandone il senso di abbandono e accentuandone la conflittualità orizzontale con gli altri poveri”7

Una proletarizzazione violenta e rapidissima che, come è facile immaginare, ha portato sfiducia e timore anche tra coloro che pur appartenendo allo stesso strato sociale non sono ancora stati toccati dal problema ma che lo hanno visto delinearsi improvvisamente come possibilità sul limitare del proprio orizzonte. Un mutamento profondo della faccia triste dell’America che si va a sommare all’evaporazione della centralità del settore manifatturiero nei paesi a capitalismo maturo.

“Non si tratta solo dei disoccupati. Si tratta anche di uomini e donne che, pur avendo un lavoro – pur essendo tra i «fortunati» -, tuttavia sono e restano in condizioni di povertà. Sono poveri che lavorano.”8 Così negli Stati Uniti “gli americani censiti come poverissimi, in quanto titolari di un reddito di oltre la metà inferiore alla soglia di povertà federale, sono 21 milioni, mentre quelli semplicemente poveri perché fanno fatica a far fronte ai bisogni più elementari raggiungono adirittura i 105 milioni, circa un terzo della popolazione.”9

Si tratta di coloro che spendono più del 70% (la categoria di poveri oggi in maggiore espansione) del loro salario per pagare una affitto che, prima o poi, non riusciranno più a pagare; di mamme sole, soprattutto nere, con bambini che hanno maggiori difficoltà a trovare un lavoro compatibile con i loro impegno di madri; in altri casi di operai bianchi dequalificati, ex-manovalanza delle aree siderurgiche e minerarie della rust belt e che sono quelli che peggio sopportano il proprio impoverimento perché abituati a considerarsi come la spina dorsale del paese.
Settori sociali ai quali i miti dei diritti universali, dal femminismo alla Me Too al generico antirazzismo, non possono dare risposta e che, troppo spesso, servono soltanto ad aumentare il loro senso di distanza ed isolamento, con tutta la rabbia, la frustrazione e le paure che tutto ciò comporta.

A conferma e aggiornamento dei dati fin qui riportati basti ricordare come proprio in queste ultime settimane la Fed abbia riscontrato, con “stupore”, che almeno 7 milioni di americani, in gran parte under 30, hanno smesso di pagare anche le rate contratte per l’acquisto dell’auto, nuova o usata che questa sia.(qui)

Ma se è sempre giusto parlare della crisi politica, sociale ed economica a partire dal centro dell’economia Occidentale perché come avrebbe detto Marx “il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato il suo avvenire”, occorre adesso, in chiusura, confrontare i dati fin qui esposti con quelli italiani.
E anche in questo caso il libro di Revelli si rivela utile e ricco di informazioni. Anche in grazia del fatto che l’autore si è occupato del problema della povertà come presidente della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale (Cies).

Nel 2006 era già possibile rilevare che

“a fronte di un tasso di povertà relativa di per sé preoccupante (7.537.000 persone, il 12,9% dell’intera popolazione), la percentuale di famiglie povere con capofamiglia occupato (breadwinner) era in modo anomalo elevato (quasi un quarto dell’insieme). La situazione non era migliore se a lavorare erano due membri […] Nei due anni successivi s’incominciò a utilizzare anche l’indicatore di «povertà assoluta» da cui risultò che nel 2008 le persone in tale condizione erano 2.893.000 (pari al 4,9% della popolazione) […] dati che non sono ancora nulla, rispetto a quanto registra l’Istat per il periodo più recente: nel 2017 le persone in condizione di povertà assoluta sono arrivate alla cifra record di 5.058.000. l’8,4% della popolazione, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima e giungono a sfiorare il 12% tra le famiglie operaie (dove il tasso di povertà relativa è addirittura del 19,5%) […] Anche in Italia questo processo non è stato solo una forma di erosione del reddito, è stato anche un processo di lacerazione dell’autostima, di cancellazione dell’identità collettiva e dell’identità individuale, è stato un processo di rottura dei sistemi di relazione e dei legami sociali. La folla che ha lasciato dietro di sé questa crisi è una folla solitaria: un’enorme massa di individui che si sentono abbandonati. […] E potremmo aggiungere, traditi. Ingannati. Defraudati. Da tutti.” 10

Un’autentica folla di profughi interni, in Italia come negli Stati Uniti, composta dalle vittime di una guerra civile dichiarata dalla finanza e dall’imprenditoria contro i lavoratori e i poveri. Una guerra civile il cui scopo era, e rimane, quello di accumulare sempre più ricchezza ad un polo soltanto della società, sempre più ristretto. Un problema di ricerca di identità, collettiva e personale, di pratiche di lotta e rivendicazione, di opposizione ai governi dell’esistente e di organizzazione sul territorio cui non basterà, e non basta già più, rispondere con frasi fatte o, peggio ancora di scherno e superiorità, pena il contribuire a trasformare questa massa di diseredati autentici nell’autentica massa di manovra di un sovranismo sempre più autoritario, fascista, razzista e guerrafondaio.


  1. Soltanto per fare un esempio: in Francia, subito dopo le prime manifestazioni dei gilets jaunes il governo ha portato il salario minimo a più di 1200 euro netti, mentre qui da noi gli aventi diritto al reddito di cittadinanza potranno rifiutare ogni impiego con una paga proposta inferiore agli 858 euro mensili.  

  2. M. Revelli, La politica senza politica, Einaudi 2019, p. 177  

  3. Un autentico disastro ambientale causato dall’impoverimento del terreno agricolo a seguito del suo ipersfruttamento, soprattutto in Oklahoma – NdR  

  4. M. Revelli, op.cit., pp. 177-179  

  5. Ibidem, p.178  

  6. Ibid., p. 178 

  7. Ibid., p. 179  

  8. ibid., p. 180  

  9. ibid., . 181  

  10. ibid., pp. 182-183  

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