Fanucci Time Crime, Roma 2016, pag. 199 € 14,90

di Mauro Baldrati

Nella quarta di copertina di questa edizione troviamo uno strillo dal sito Contorni di noir: “Derek Raymond è la quintessenza del noir”. La definizione è quanto mai centrata. Questo non è solo un romanzo noir. E Derek Raimond, un maestro dimenticato del noir inglese, non è solo un autore di genere. E il suo eroe, il sergente senza nome della sez. “Casi irrisolti” della stazione di polizia di Poland Street, non è solo il narratore della storia. E’ tutto fuso, tutto contaminato e collegato. A pag. 132 il sergente dice: “Per me il fronte è la strada, e sono costretto a vederla tutti i giorni. La vedo, la mangio, ci dormo e la sogno. Io sono la strada”. Basterebbe sostituire la parola “strada” con “noir” per avere la mitopoiesi di Raymond.

“Io sono il noir”.
Proprio come Kafka scrisse: “Io sono letteratura”.

Infatti il noir, in questo romanzo che forse è il più sperimentale, il più duro, e per alcuni il più insostenibile della serie Factory, il nero – il male – permea ogni pagina, ogni voce, ogni luogo. E’ nelle cellule dell’assassino, Tony Spavento, che incontriamo subito, fin dalla prima pagina. Raramente uno scrittore è riuscito a calarsi con una simile chiaroveggenza nell’anima scalena di un pazzo criminale. E’ sgradevole, per certi aspetti insopportabile una tale simbiosi alla quale l’autore ci obbliga. Sorge il sospetto che una simile perfezione dei dettagli e dei pensieri di un essere “non civilizzato” sia possibile solo se l’autore utilizza le proprie emozioni, lavorandole fino a farne una bomba a frammentazione della follia. Insomma, il nero che è in lui – il mostro che è in lui? Forse un precedente può essere Raskol’nikov, o il Thomas Bishop del capolavoro di Shane Stevens Io ti troverò. E poco altro. Ma Raymond va oltre, con la sua scrittura scavata, chirurgica. Ci fa sentire che Tony Spavento non solo è realistico, ma possibile. Può esistere, forse esiste davvero. E per questo è particolarmente inquietante.

Il nero è anche nell’ambiente, e nei personaggi. E’ nei superiori del sergente, che lui umilia continuamente, sbeffeggiandoli e insultandoli con parole taglienti come rasoi. E loro incassano, perché hanno bisogno di lui, l’unico che può risolvere i casi disperati, i casi degli ultimi, quelli di cui i media non parlano: quel dannato, insopportabile sergente che non ha rispetto per le regole, che se ne frega della carriera.

Il romanzo si apre con l’assassino che massacra due donne, Dora Suarez e una vecchia che si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Arriva a bere il loro sangue, a masticarne le carni, si masturba sui cadaveri.

Così i capi della polizia decidono di richiamare in servizio il famigerato sergente, dopo che era stato buttato fuori dalla Factory (il nome in gergo della sezione di polizia, che dà il titolo alla serie). Lui torna, e come non potrebbe? Non sa fare altro. Torna ma non ringrazia, anzi, gliela fa pagare: “Toglietevi dalle palle maledetti bastardi, alzate quel culo scaldasedie, non statemi tra i piedi con quel cervello da topo e il vostro carrierismo”. Non è una citazione ma lo stile e la lingua sono questi.

Il sergente si mette alla ricerca dell’assassino, come spinto da una missione, o un’ossessione. Non dorme, mangia quando capita. Vuole vendicare Dora Suarez, vuole ridarle dignità. E vuole togliere dalla circolazione quel demone. Percorre una Londra oscura, dannata, fino a un orripilante bordello dove ogni umanità è morta e dove sgorga la fonte del male. Il male lo perseguito, lo schiaccia: “A volte mi sento così oppresso dal male che potrei impazzire come mia moglie Edie” (pag. 171). Lo combatte con l’ostinazione di un cavaliere senza macchia, un Parsifal metropolitano. Prova una pietà immane per Dora, legge i suoi diari, le parla, arriva a dichiararsene innamorato. Si innamora di una ragazza fatta a pezzi, con un passato disumano. Diventa un poeta nero, dove la vita e la morte si dibattono nel loro mistero: “Esaminando la vita e le morti altrui mi sto preparando, più o meno consapevolmente, ad avvicinarmi alla mia” (pag. 169). Il sergente è davvero un eroe, implacabile coi nemici, i corrotti, gli sfruttatori, tenero e compassionevole coi deboli. Dentro resta puro, e va avanti come un lanciere in un torneo medievale.

E non è vero che non abbiamo bisogno di eroi. Quando tutto va in disfacimento, e il pianeta stesso si trova in pericolo, e dilagano l’apatia, la rassegnazione e i sentimenti bassi, restano loro a tenere le “casematte”. A combattere.
Anche per noi.

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