di Nei Novello

Simone Weil, Le origini dell’hitlerismo, a cura di R. Revello, Meltemi, Milano 2017, 10,00 euro.

Quelques réflexions sur les origines de l’hitlérisme di Simone Weil è un breve e tripartito studio del 1939 pensato per la rivista «Nouveaux Cahiers». Delle tre ante originarie, la seconda, «Hitler et la politique extérieure de la Rome antique», è pubblicata nel gennaio 1940. La nota del curatore Roberto Revello rivela al lettore che la prima parte, «Permanence et changements des caractères nationaux», ideata da Weil in funzione di introduzione, e la terza, «Hitler et le régime intérieur de l’Empire romain», censurato, da subito perdono aderenza con il corpo di «Hitler et la politique extérieure de la Rome antique».

Entrambe le parti diventano per così dire extravaganti, queste prima e terza del trittico, smembrate dal composito disegno di «Quelques réflexions». Esse sono infine pubblicate in Francia soltanto nel 1960, all’interno dell’edizione di Écrits historiques et politiques, e nuovamente presenti nelle Œuvres complètes del 1989, edizione di riferimento da cui è tratto, nell’edizione italiana, Le origini dell’hitlerismo.
A catturare l’attenzione del lettore di Weil non è però la cronistoria né il luogo di pubblicazione, è la data di concezione a costituirsi invece alla maniera di un centro ustorio perché tale data confessa che la pensatrice scrive dall‘hitlerismo, non scrive post factum, scrive cioè dall’alveo della storia europea. Eppure a essere elusa perché eletta a grande sottinteso dell’intero discorso sull’hitlerismo è proprio la figura storica di Hitler. Essa non è discussa, è anzi ridiscussa entro un quadro di agnizioni storiche, di exempla di cui il dittatore nazista diviene per così dire la figura fantasmatica, l’orizzonte immaginario. Il Führer figura allora la stella polare di un disegno intellettuale teso a costruire un sistema rizomatico di topoi esemplarmente identificativi di forme hitleriane prima di Hitler. È rivelata così la dialettica interna al testo. Da un lato vi è l’engagement messo in scena dalla voce filosofica di Simone Weil, dall’altro si staglia il volto demoniaco del potere, o meglio la fenomenologia o la sua incidenza biopolitica. Nel dialogo tra la Francia e la Germania, intese come emblemi di due idealmente (ma non acriticamente da parte di Weil) opposte visioni del mondo, a interessare la filosofa francese sono esclusivamente i «caratteri nazionali». Essi infatti rinviano all’opera di «nazioni pericolose per la civiltà, la pace e la libertà dei popoli», cioè proprio il mondo divenuto pour cause la visione di una politica di «dominio universale». E qui Weil non cade nella contraddizione di favorire un salvacondotto alla Francia. La modernità – ricorda la pensatrice – ha espresso tre esempi storici di potenziale «dominio universale»: il primo spagnolo (Carlo V e Filippo II), il secondo e il terzo francesi, Luigi XIV e Napoleone. Essi appaiono anzitutto visioni del mondo rimaste entro il perimetro della visione (non avulse ovviamente dalla «crudeltà» necessaria per realizzare la visione, è ovvio), qualcosa di differente in confronto ai modelli storici dell’antichità, a esempio, di Alessandro il Grande o dell’Impero Romano. Se la Francia di Luigi XIV, al cui regime Weil non fatica ad attribuire l’«appellativo moderno di totalitario», e Napoleone istituiscono il topos moderno del dominio universale, il Novecento ha trovato solo nella «Germania la sua forma suprema». Di qui consegue un’associazione logica, o meglio la costruzione di una visione del mondo ovvero la dimostrazione di una tesi per mezzo di agnizione storica: «La Germania che oggi temiamo tanto si può dire che fu costruita tappa per tappa dalla Francia».
Ma la macro-agnizione di Weil, quasi a ricercare ideali concordanze – che Arnold A. Toynbee avrebbe identificato come civilization on trial – ripercorse seguendo una via di sangue e crudeltà, conduce però all’associazione tra la «Germania hitleriana» e «Roma», più chiaramente porta a Hitler e Cesare e all’analogia delle due figure. Tra «permanenza e cambiamento» dei cosiddetti caratteri nazionali, nell’asimmetria nominale Cesare vs Hitler, Weil espone un caso di continuità sostanziale sia nella funzione sia nell’ideologia riscontrati al livello del personaggio storico. Al contrario, nel confronto tra i Germani di Tacito e i tedeschi della Germania hitleriana, la pensatrice ritrova un caso di discontinuità nazionale, cioè a dire che se la categoria di hitlerismo (come quella di cesarismo, per dirla con Gramsci) permane invariata, a cambiare, tra classicità e modernità, è invece proprio il carattere nazionale.
Il nome di Cesare viene dunque a identificare una metonimia. Dietro il conquistatore – come spiega Weil in Hitler e la politica estera dell’antica Roma – è celato il grande nome di Roma. E i Romani, nella storia classica, definiscono l’archetipo dell’hitlerismo, o meglio l’hitlerismo diviene l’orizzonte moderno della storia antica, soprattutto quando essa figura l’espressione politica di una categoria psicologica: la «perfidia» come premessa della «crudeltà». Guardare alla storia di Roma e al primo Africano, Cornelio Publio Scipione, per Weil costituisce un exemplum storico archetipico. Riconoscere poi nella conquista di Cartagine (e di Macedonia e Grecia) un modello originario, fa della ricerca storiografica la nascita di un’ipotesi culturale, cioè la legge ideologica della violenza nella strategia di Roma conquistatrice. Ma la violenza pratica, esito di una concezione militare improntata alla perfidia e alla crudeltà, determina la nascita di una categoria politica. Essa pertanto si configura alla stregua di una generale lingua del potere, e per questa via investe globalmente, in sostanza fondandola, l’idea stessa di romanità. Tracciare un cerchio intorno a un re nemico intimandogli di non varcarlo prima di aver accettato le richieste di Roma equivale allora a similari strategie adottate dal Terzo Reich.
Oltre alla politica estera, Weil considera il parallelismo tra Roma e la Germania hitleriana – nel terzo saggio, Hitler e il sistema interno dell’Impero romano – anche nell’ambito della politica per così dire intra mœnia. Il tema che più di altri definisce l’argomento riguarda la schiavitù, la realtà o lo stato di schiavitù, o ancora meglio l’attitudine programmatica di generare schiavitù, di produrre una società assoggettata per meglio egemonizzarla. Nella volontà di dimostrare che tale topos identifica nel «modo più impressionante le moderne dittature totalitarie», Weil infine ricorre alla categoria di «Stato». Ma la pensatrice intende qui parlare di una statalità destatalizzata dall’interno per identificare in questo un luogo prioritario nel definire un paradosso, la destatalizzazione generata dalla coatta idolatria dell’imperatore da parte dei sudditi, come accade, ad esempio, nella dinastia giulio-claudia. D’altra parte, se è vero che «Hitler non schiaccia la Boemia più di quanto Roma non schiacciò le sue province», da un punto di vista della politica interna la politica estera appare per così dire un modello da replicare proprio all’interno mutando la forma repressiva ma mantenendone invariata la sostanza subculturale della violenza.

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