di Franco Pezzini

(Dell’autore è uscito da poco in libreria “Edgar Allan Poe – La camera pentagonale”, vol. 1 di una trilogia Tutto Poe per i tipi Odoya, Bologna 2018, un esame commentato dell’itinerario d’autore dell’Americano Maledetto: il contributo che segue, utilizzato nell’ambito del corso Tutto Poe appena concluso a Torino, entrerà in un futuro vol. 2.

La traduzione del testo che qui si commenta, il dialogo “The Conversation of Eiros and Charmion” è in questo caso di Cecilia Bolles, da Edgar Allan Poe, “I viaggi immaginari”, Gargoyle 2013. Ma merita ricordare che praticamente assieme a “La camera pentagonale” è uscito un sontuosissimo “Obscura. Tutti i racconti di Edgar Allan Poe”, a cura di Giuseppe Lippi, Oscar Draghi Mondadori 2018.)

 

Sul numero del ‘Burton’s Gentleman’s Magazine’ di dicembre 1839 appare un testo di carattere un po’ diverso da quelli scritti finora da Poe. Pur essendo una sorta di racconto e assolutamente in prosa, “La conversazione di Eiros e Charmion” (“The Conversation of Eiros and Charmion”) è infatti presentato in forma di dialogo: una forma solo vagamente teatrale perché funzionale alla condizione peculiare e non descrivibile dei due interlocutori – due puri spiriti – e che ammicca a una tradizione di dialoghi filosofici, speculando sul rapporto tra vita e morte e tra natura e sovrannaturalità. “La conversazione” è nei fatti il primo di questi testi strani e affascinanti che Mabbott definisce “Poe’s Platonic Dialogues between spirits in Heaven”, e cui seguiranno “Il colloquio di Monos e Una” e “La potenza delle parole”.

Scritto probabilmente tra ottobre e novembre nel 1839 (ancora una volta non ne abbiamo manoscritto, cestinato in tipografia dopo la lettura della bozza) e presentato all’inizio nel numero di dicembre del ‘Burton’s’, “La conversazione” conosce soltanto minimi ritocchi nelle successive edizioni: quella dello stesso mese – stampa novembre 1839 – in Tales of the Grotesque and Arabesque del 1840; quella prevista ma non conservata dei Phantasy Pieces 1842, e la successiva del 1° aprile 1843 sul ‘Saturday Museum’ (titolata “The Destruction of the World. [A Conversation between two Departed Spirits]”) di cui dovremo riparlare; nonché quella considerata definitiva nei Tales 1845. Risulta anzi abbastanza popolare da venir tradotto in francese da Isabelle Meunier come “Le Colloque d’Eiros et Charmion” già nel corso della vita di Poe (‘La Démocratie pacifique’, Parigi, 3 luglio 1847). Lo spunto richiama ancora una volta ma in forma prosastica le suggestioni cosmiche e catastrofistiche del vecchio “Al Aaraaf” – 1829, il più lungo e criptico poema di Poe, della primissima produzione – con la differenza di una più forte vena fantascientifica, al punto che “La conversazione” viene oggi talora etichettato tout court come fantascienza apocalittica.

Tutto parte con una citazione in greco e poi tradotta dall’Andromaca di Euripide (v. 257), “Fuoco ti porterò”, che troviamo una prima volta nell’edizione 1843 (ma poteva essere già prevista in Phantasy Pieces). Torniamo così idealmente alla vertigine archetipica del grande incendio di Richmond dell’infanzia di Edgar, la cui latitudine è però in questo caso amplificata al massimo grado possibile, addirittura a evento cosmico.

Il dialogo prende avvio con la domanda stupita di uno dei due interlocutori: “Perché mi chiami Eiros?”, e l’altro risponde un po’ criptico che d’ora in avanti quello sarà sempre il suo nome. “Inoltre [incalza], devi dimenticare il mio nome terreno”: rivolgendosi a lui, dovrà chiamarlo Chiarmion. La nascita a una nuova dimensione, si direbbe, comporta la necessità di un cambio del nome, anche se non è troppo chiaro perché Poe scelga quelli di due fedeli servitori di Cleopatra menzionati da Plutarco come suicidi con lei (“Vita di Marco Antonio”, 85, nelle Vite parallele) e citati in opere derivate (Antonio e Cleopatra di Shakespeare, All for Love di John Dryden), cioè la parrucchiera Iras e l’inserviente Charmian/Charmion, già richiamati nel Poliziano (IV, 20-27). Di primo acchito viene il sospetto che si tratti del solito meccanismo – diciamo – acchiappapolli per cui l’autore affetta erudizione onde suscitare ammirate domande; ma in prosieguo individueremo uno spunto che potrebbe aver innescato la scelta. In ogni caso la connection alessandrina richiama gli sfondi estremi ed esotici che piacciono tanto a Poe; e in termini indiretti il tema di un incendio/fine del mondo associato alla scrittura, quello appunto della biblioteca di Alessandria (che pure non riguarda gli eventi della morte di Cleopatra).

Comunque sia, ora Eiros è costretto, o piuttosto costretta (il modello Iras è femminile, come un altro di cui diremo) a constatare che non si tratta di un sogno. I sogni non esistono più, ribatte Charmion: ma stia tranquilla, vedrà ben altri misteri! È felice di veder brillare in lei la luce di vita e ragione, le tenebre si sono dileguate e lo stordimento è cosa passata, nulla è più da temere: anzi, l’indomani la condurrà lui stesso “tra le delizie meravigliose” di quella nuova esistenza. Eiros ammette che è proprio così, niente più stordimento, stanchezza o tenebra: a tacere è persino il tremendo suono già avvertito, come “voce di molte acque” (un richiamo escatologico ad Apocalisse 14, 2: “come il fragore dell’oceano”, traduce la versione interconfessionale in lingua corrente LDC-ABU)… Anzi, i suoi sensi “percepiscono in modo acuto la novità, ma ne sono così colpiti che si perdono”. Niente paura, la tranquillizza Charmion, è questione di pochi giorni e poi si abituerà: ci è passato anche lui dieci anni prima, ricorda bene. “Ora hai sofferto tutto il dolore che patirai in Aidenn” (che non è Ade, come qualcuno traduce, ma la parola araba Adn per Eden nel senso di Cielo/Paradiso: questa è la prima occorrenza in Poe, che lo riproporrà nel “Corvo” e in “La potenza delle parole”): ed Eiros non può che ascoltarlo stranita, schiacciata com’è – spiega – “dalla maestosità di tutte le cose”. Da un ignoto divenuto noto, da un futuro già oggetto di ipotesi ora assorbito in un “Presente augusto e certo”…

Charmion la tranquillizza, ne parleranno l’indomani: per ora non badi alla vertigine del presente, troverà sollievo nei semplici ricordi. Mentre ammette di ardere dal desiderio di conoscere

 

“[…] i particolari di quell’avvenimento prodigioso che ti ha proiettato [proiettata] quassù tra noi. Racconta. Parleremo di cose che ci sono familiari, nel vecchio caro linguaggio del mondo scomparso in modo così terribile”.

Eiros: “Il più terribile, davvero il più terribile! E questo non è un sogno”.

 

Informato e quasi rasserenato che la sua scomparsa dieci anni prima era stata molto pianta, Charmion ammette di conoscere ben poco su quanto è accaduto, il fatto nudo e null’altro: quando ha lasciato il mondo dei vivi si era ben lungi dal sospettare una simile possibilità. E tanto meno poteva sospettarla lui, ben poco edotto nella “filosofia speculativa”.

No, conferma Eiros, non si prevedeva nulla del genere… anche se di quei temi si era discusso a lungo in forma teorica tra gli astronomi. Certo, tutti d’accordo sul contesto annunciato dalle Scritture, che cioè un giorno il mondo sarebbe scomparso nel fuoco (2 Pt 3, 10 LDC-ABU: “[…] gli astri del cielo saranno distrutti dal calore e la terra, con tutto ciò che essa contiene, cesserà di esistere”); ma ogni speculazione che ciò dovesse mai imputarsi a qualche cometa era caduta per le rassicurazioni degli esperti, che sfatavano la minacciosa leggenda sulla natura ignea di tali corpi celesti. Corpi dalla densità moderata, spiegavano, che al passaggio tra i satelliti di Giove non avevano recato alterazioni avvertibili: “corpi gassosi inconcepibilmente rarefatti e assolutamente incapaci di provocare danni al nostro globo, fatto di materia densa, anche nel caso di un contatto”.

Per mettere a fuoco il clima di queste riflessioni dobbiamo considerare che negli anni precedenti il racconto – e più in generale nella prima metà dell’Ottocento – si era avuta una particolare ricchezza di avvistamenti di corpi meteorici e in particolare di comete, corpi celesti associati popolarmente a superstizioni paurose e letti come preannunci di fine del mondo. Si è proposto un influsso sul racconto del celebre passaggio della cometa Lexell, 1770, ma un’altra molto brillante è avvistata nel 1811; nel 1832 la cometa di Biela provoca un “panico cometario” dopo un errato calcolo di traiettoria che suggerisce la collisione con la Terra, e gli astronomi di Parigi – come appunto quelli di Poe – cercano di tranquillizzare il pubblico spiegando che la cometa non ha massa; nel 1833 crea sensazione lo sciame meteorico delle Leonidi causato dalla Cometa Tempel-Tuttle; la famosa cometa di Halley torna nel 1835; si dibatte a lungo sulla cometa di Encke (per quanto piccola, priva di coda e visibile a occhio nudo solo in particolari condizioni) tornata nel 1833, nel 1838 e attesa – grazie ai recenti calcoli sulla sua periodicità – di nuovo per il 1842…

L’eccitazione legata al passaggio della cometa di Encke del 1838 spinge anzi alla composizione di un racconto che poi evidentemente fornisce ispirazione a Poe: apparso in ‘The Token and Atlantic Souvenir’ per il 1839, “The Comet” di S. Austin Jr. presenta una cometa gigantesca che fa sollevare maree tali da travolgere l’umanità. La soluzione appare però a Poe scientificamente insostenibile e oltretutto in disaccordo con le profezie bibliche, che garantiscono non ci sarà un nuovo diluvio mentre richiamano l’idea di una distruzione col fuoco. Non è importante che Poe creda in queste profezie, ma esse rilevano per la provocazione che immette nel suo testo.

Sappiamo che il tema biblico della distruzione del mondo attraverso il fuoco – con tutta la sua simbolica di purificazione – ha trovato spazio nelle riflessioni dei più vari tipi di pensatori religiosi. Poe, scrivendo questa storia nel 1839, sta capitalizzando in particolare l’eccitazione collettiva maturata in quel decennio per le predizioni apocalittiche del predicatore battista americano William Miller di Low Hampton, Washington County, New York (1782-1849). Nel clima di effervescenza religiosa di quegli anni la parabola di Miller, un battista passato al deismo con affiliazione alla massoneria, ma poi lentamente tornato a posizioni cristiane e a una riflessione soprattutto escatologica, appare in qualche modo emblematica. Fin dal 1818 (consideriamo l’impatto emotivo della crisi planetaria dell’“anno senza estate” 1816) Miller aveva ritenuto di dedurre da alcuni versetti del libro biblico di Daniele – sulla base di interpretazioni peraltro non nuove – che il “Secondo Avvento di Gesù” con relativa fine del mondo dovesse avvenire nel 1843. Una prima emersione pubblica delle sue riflessioni può datarsi al 1831, con successo crescente negli anni successivi ed echi persino fuori dagli Stati Uniti: in seguito al mancato avverarsi (l’arco di tempo era stato identificato tra il 21 marzo 1843 e il 21 marzo 1844) Miller riterrà di aver commesso un errore interpretativo ricorreggendo la data al 18 aprile 1844, e a quel nuovo insuccesso il discepolo Samuel S. Snow la ritoccherà ancora a favore del giorno 22 ottobre 1844. La “Grande Delusione” seguita, e che vede un certo numero di discepoli abbandonare Miller, comporterà per lui e gli altri il tentativo di spiegare quel fallimento: e dal travaglio che seguirà sorgeranno nel tempo varie realtà religiose. Tra le quali la Chiesa cristiana avventista del settimo giorno oggi ben rappresentata anche in Italia, e che – come Unione delle sue Chiese – ha stipulato nel 1986 un’intesa con lo stato italiano (per cui, per dire, partecipa anche all’otto per mille). Questo è comunque il clima del paese in cui Poe scrive, e i suoi riferimenti al peso del referente apocalittico nelle Scritture vanno letti considerando tale tipo di tensione spirituale e dell’immaginario.

Merita anche ricordare che col nuovo evento cometario del 1843, la C/1843 D1 osservata per la prima volta nel febbraio di quell’anno – la cosiddetta Grande Cometa del 1843, o Grande Cometa di marzo, quando diviene più luminosa – Poe coglierà l’occasione di riproporre “La conversazione di Eiros e Charmion” con un titolo opportunamente catastrofistico (appunto “The Destruction of the World. [A Conversation between two Departed Spirits]”) sul ‘Saturday Museum’ di Philadelphia, anche se la data scelta del primo di aprile non sarà probabilmente casuale. Su un’altra pagina dello stesso numero figurerà un trafiletto privo di firma – ma che sussistono buoni motivi per credere di Poe – in cui si richiama l’attenzione sul testo. Vi si immagina, chiarisce il trafiletto, la conversazione tra due “spiriti di defunti, in un periodo successivo alla Grande Catastrofe che pochi dubitano avrà luogo in qualche epoca futura. / Le opinioni incorporate in questa conversazione sono in stretta conformità con le speculazioni filosofiche”. Certo (continua l’anonimo autore) il rischio di essere travolti dall’impatto con una cometa è molto ridotto, e la natura gassosa di simili corpi celesti ha permesso che si consideri anche quel caso come non pericoloso: ma il racconto suggerisce come invece ciò potrebbe avvenire, e appunto in accordo con le profezie bibliche.

 

Dal visitatore celeste ora presente, naturalmente non abbiamo nulla da temere. Ora si allontana dalla terra con una rapidità assolutamente inconcepibile e, in un periodo molto breve, sarà perso, e forse per sempre, agli occhi umani. Ma è arrivato non annunciato, e domani la sua controparte, o qualche meraviglia ancora più sorprendente, può fare la sua comparsa. Una ferma fiducia nella saggezza e nella bontà della Divinità non è in alcun modo in contraddizione con una doverosa percezione dei vari e multiformi pericoli da cui siamo così spaventosamente circondati.

 

Ma torniamo alle spiegazioni di Eiros. In effetti, sfatata l’idea di una loro natura ignea, le comete non causavano più inquietudini se non a pochi ignoranti: eppure… eppure “negli ultimi giorni, prodigi e superstizioni paurose si erano fatti stranamente frequenti tra gli uomini”, e l’annuncio di una nuova cometa “era stato accolto universalmente con un non so che di turbamento e sfiducia”. Gli astronomi avevano concordato che al perielio il corpo celeste sarebbe passato vicinissimo alla terra, e due o tre “tra i meno famosi” si erano azzardati a parlare di un contatto inevitabile.

“Non so descriverti l’effetto che questa notizia aveva avuto sulla gente”. Dopo un’iniziale incredulità per la pervicace abitudine di occuparsi di problemi mondani (l’evangelico “A quei tempi, prima del diluvio, la gente continuò a mangiare, a bere e a sposarsi fino al giorno nel quale Noè entrò nell’arca. Nessuno si rese conto di nulla, fino al momento in cui venne il diluvio e li portò via tutti”, Mt 24, 38-39 LDC-ABU), passati alcuni giorni anche i più ottusi avevano dovuto prendere atto dell’arrivo della cometa. E se dapprima sembrava lontana, “lenta” e priva di connotati insoliti – color rosso, coda appena percettibile, diametro in apparenza uguale a occhio nudo per otto giorni, con una parziale alterazione del colore via via – nel frattempo nel mondo tutti avevano preso a pensare, parlare e straparlare di comete. Dai più ignoranti che tentavano di dire la loro, fino agli esperti che discettavano sul problema in termini molto accademici, di speculazione astratta in nome della conoscenza e di una qualche verità pura da adorare… E visto che tra loro l’idea di un pericolo perdeva sempre più terreno, ciò finiva con l’influire su ragionamenti e fantasie della gente. A tranquillizzare era anzitutto il dato acquisito che la densità del nucleus della cometa fosse “di gran lunga inferiore a quella del nostro gas più rarefatto”, e che appunto al passare tra i satelliti di Giove non si fossero verificate ripercussioni. Quanto ai teologi, richiamando con chiarezza le profezie bibliche sul fuoco che distruggerà la terra, offrivano un altrettanto chiaro segnale di star tranquilli, visto che le comete – come tutti sapevano – non sono di natura ignea… Accantonate ormai le vecchie storie su pestilenze e guerre innescate dall’apparire di un simile corpo celeste, la “ragione, come in preda a una ribellione improvvisa, aveva a un tratto buttato giù dal trono la superstizione”, tranquillizzando anche i cervelli più piccoli.

Poi certo, si discuteva degli effetti pur minori del contatto: gli esperti postulavano “lievi movimenti geologici, […] eventuali alterazioni climatiche e, di conseguenza, della vegetazione; […] possibili induzioni elettromagnetiche”, ma molti escludevano del tutto fenomeni percettibili. E intanto la cometa si avvicinava diventando più grande, più luminosa: e, nonostante tutte le rassicurazioni, la gente diventava più pallida e sospendeva le attività. A colpire in questo testo, più ancora della descrizione inquietante del progressivo avvento della cometa – i cui effetti catastrofici in fondo già conosciamo dall’inizio almeno in termini generali – è la panoramica distopica delle reazioni umane, delle dinamiche collettive e sociali suscitate. Già nel citato racconto “The Comet” Austin aveva descritto la scoperta di una cometa, le speculazioni degli astronomi, le reazioni eccitate della stampa e della gente, le discussioni filosofiche quando diventava chiaro che avrebbe colpito la terra: Poe riprende tutto questo da par suo, col suo cinismo da giornalista che conosce gli effetti delle voci sulle masse, i balletti degli esperti, la risacca del rapporto di tranquillizzazioni e allarmi. Nessun cenno a penitenze o conversioni come a fronte delle antiche paure di catastrofi dal cielo, solo il gioco della pubblica chiacchiera e le sghembe reazioni della gente.

Eppure, continua Eiros, a un certo punto il pensiero fisso collettivo sulla cometa aveva acquisito un peso nuovo. Qualcosa che andava oltre speranze, speculazioni e tranquillizzazioni, e poneva di fronte l’ineluttabilità del male, senza più spazio a fantasie e con tutta la forza dell’emozione che investe anche i più coraggiosi. Nel giro di pochi giorni la situazione era ancora peggiorata, il pensiero fisso era diventato insopportabile, sfondava ogni altro pensiero perdendo i connotati di evento “scientifico” e acquisendo invece una

 

[…] mostruosa novità di emozione. Non lo vedevamo come un fenomeno astronomico del cielo, ma come un incubo sul nostro cuore [but as an incubus upon our hearts: un richiamo all’incubus che siede sul cuore, si ricorderà, era contenuto in “Casa Usher”] e un’ombra sul nostro cervello. Aveva preso, con una rapidità inconcepibile, l’aspetto di un mantello gigantesco di fiamma rara, teso da un orizzonte all’altro [the character of a gigantic mantle of rare flame, extending from horizon to horizon: un manto che, con le sue caratteristiche di sipario, richiama ancora all’antico contesto dell’incendio del teatro di Richmond trasformandolo in fatto cosmico, e per contro potrebbe ricordare un altro passo di forte dimensione escatologica, “Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!”, 1 Cor 7, 29-31 CEI, che mantengo per il sottotesto similteatrale – la scena del mondo – meglio evidente che in altre traduzioni].

 

Eppure il giorno dopo tutti avevano respirato: si trovavano già sotto l’influsso della cometa ma tutti vivi, e anzi sentivano “le membra più sciolte, la mente più vivace”. Il cielo era abbastanza sgombro, si intravedevano perfettamente i corpi celesti. A cambiare profondamente era stata piuttosto la vegetazione, come del resto previsto e a rafforzare la fiducia negli esperti. Le piante sembravano essersi coperte – persino troppo rapidamente, verrebbe da osservare – di un “fogliame strano e lussureggiante”…

Ma ancora un giorno più tardi, a ricordare che “the evil was not altogether upon us” ma il nucleo della cometa stava arrivando, era emerso il primo segnale di minaccia, attraverso “una contrazione crudele del petto e dei polmoni e […] un’insopportabile secchezza della pelle”. Era chiaro che l’atmosfera era alterata, la gente non faceva che parlare di quello, e tutti – come effetto di una scarica elettrica – erano pieni di orrore. Il fatto è che l’aria, come tutti sanno, è un composto in precise proporzioni di ossigeno e azoto:

 

L’ossigeno, che era il principio della combustione e il veicolo del calore, era assolutamente necessario a sostenere la vita animale e in natura era l’agente più potente ed energetico. Al contrario, l’azoto era incapace di sostenere sia la vita animale sia il fuoco. Era chiaro che un aumento eccessivo di ossigeno si sarebbe risolto proprio in quell’aumento di vitalità che ultimamente avevamo sperimentato. Ora, era stato proprio il mandare alle estreme conseguenze quest’idea, che aveva generato terrore. Quale sarebbe stato il risultato di una totale estrazione dell’azoto? Una combustione immediata, invincibile, inarrestabile, che avrebbe divorato tutto. Il pieno compimento, in tutti i suoi minuti e terribili particolari, delle profezie bibliche che minacciavano l’apocalisse del fuoco e della distruzione.

 

Qui in realtà Poe lavora su uno spunto presente nel Christian Philosopher di Thomas Dick (1823) che aveva evocato proprio tale quadro teorico per spiegare la necessità dell’azoto nell’aria; Dick articolava un discorso astratto, ma Poe fornisce l’idea che a separare l’azoto dall’atmosfera sia una cometa.

Insomma quella natura rarefatta, impalpabile e gassosa del corpo celeste che prima era visto come motivo per tranquillizzarsi ora è causa della più nera disperazione e mostra il compiersi del Fato: e “Che bisogno c’è, Charmion, di descriverti la scatenata frenesia del genere umano?”. Intanto è passato un altro giorno, trascinando via gli ultimi spazi di speranza: la gente boccheggia, col sangue che tumultua e preme nelle vene che sembrano strizzate, o leva in preda al delirio le braccia al cielo tremando e urlando. Il nucleo della distruttrice è ormai sopra di loro, e persino nell’Aidenn/Paradiso, Eiros rabbrividisce a parlarne: “I shudder while I speak”, espressione parallela al virgiliano “horresco referens” usato nel racconto “L’uomo finito”.

 

Sarò breve, breve come la rovina che ci ha travolto. Per un attimo c’era stata una sola luce strana, spettrale, che si era riversata ed era penetrata in tutte le cose. Poi – ma prima inchiniamoci, Charmion, di fronte all’infinita maestosità dell’Onnipotente! [before the excessive majesty of the great God!] – poi, un suono si era alzato, come un grido altissimo, che aveva pervaso tutto, come se uscisse dalla bocca stessa di LUI e l’intera massa incombente di etere, nella quale esistevamo, esplose. D’un tratto, ardeva in una specie di fiamma, per il cui abbagliante splendore e l’infuocato calore nemmeno gli Angeli nell’alto Cielo della pura conoscenza conuoscono un nome. Così tutto è finito [while the whole incumbent mass of ether in which we existed, burst at once into a species of intense flame, for whose surpassing brilliancy and all-fervid heat even the angels in the high Heaven of pure knowledge have no name. Thus ended all.].

 

C’è insomma tutto il sarcasmo del Nostro nell’immagine della cometa vaporosa giudicata innocua dagli esperti – astronomi e predicatori – sulla base di una spiegazione della realtà incongrua quanto la logica del manzoniano Don Ferrante a proposito della peste, e che poi annienta l’umanità svuotando l’atmosfera dall’azoto (un’ipotesi che Poe prende abbastanza sul serio da correggerla, anni dopo, nel testo breve “A Prediction”, 1848).

Sarcasmo che sembra anzi crescere se noi consideriamo le letture a disposizione di Poe. Che può conoscere le tesi scientifiche sulle comete da testi noti come The Geography of the Heavens di Elijah Hinsdale Burritt (1832, poi utilizzato anche da Lovecraft) e A Treatise on Astronomy di John Herschel (1835); ma anche forse, e fin dagli anni dell’adolescenza, attraverso le pagine di An Easy Introduction to Astronomy for Young Gentlemen and Ladies di James Ferguson (1819) che il patrigno John Allan potrebbe avergli regalato assieme – di quest’ultimo sappiamo per certo – a un telescopio. Ora, tale testo per ragazzi vede a un certo punto uno scambio di battute sulle comete tra un fratello e una sorella dai nomi classici, Neander ed Eudosia: impossibile non pensare a Charmion ed Eiros, che anche da ciò potrebbe dunque confermarsi come una figura femminile di sorella. In ipotesi più giovane di Charmion visto che gli sopravvive, ma il rapporto potrebbe evocare addirittura quello tra Edgar e la moglie Virginia chiamata “sorellina”. Neander ed Eudosia discutono sulla possibilità che una cometa possa distruggere il mondo col fuoco, ma poi la respingono proprio a causa della natura tenue di simili corpi celesti: e sarebbe assolutamente nello stile di Poe una rilettura critica a distanza di anni di quelle pagine tranquillizzanti per ragazzi. Settant’anni dopo l’uscita del suo pezzo, del resto, un evento apocalittico si verificherà la mattina del 30 giugno 1908 in Siberia, presso il fiume Tunguska: e l’impatto o forse l’esplosione (il dibattito scientifico continua) di un grande meteoroide, o piuttosto proprio di una cometa, mostra che il vecchio Edgar non aveva poi tutti i torti a metterci in guardia.

Tra tre giorni, anniversario di Tunguska, l’invito è di rileggere le sue pagine.

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