di Giovanni Iozzoli

Giro per l’appartamentino vuoto di mia suocera, ormai perennemente al buio, con le tapparelle abbassate come un sipario chiuso. L’odore muschiato e dolciastro dei suoi profumi di vecchia signora sembra aver impregnato i mobili, gli ambienti, le pareti, come se lei fosse ancora lì.

Se ne è andata poche settimane fa, con la sobrietà tipica della sua innocua specie – portandosi via le sue metastasi, le sue ansie, le sue piccole fissazioni da anziana. Ovunque i segni di una vita improntata all’ordine, all’ossequio e al pedissequo rispetto del sistema di regole che per decenni ha codificato e fissato il modello di “come dev’essere una signora”. Vedova e acciaccata, usciva poco da anni, riversava tutte le residue energie nella cura scrupolosa della casa: che si è conservata come un perfetto ecosistema chiuso, una specie di riproduzione o allestimento scenico, totalmente spontaneo, dell’ambiente piccolo borghese italiano.

Quando ero ragazzino odiavo la parola stessa “piccola borghesia” – temevo di scorgere in me i residui venefici o genetici di quella classe tremebonda, ne vedevo tracimare i confini, i costumi e i comportamenti, fino a contaminare con il suo conformismo tutta la società, verso l’alto e verso il basso. Leggevo Pasolini (senza capirne né il pathos né il chaos interiore) e mi sembrava di condividere il suo dolore, davanti alle trasformazioni della società italiana: “la cultura piccolo borghese, almeno nella mia nazione, è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze…”

Piccola borghesia. Non coglievo l’essenza rivoluzionaria di quella categoria, non riuscivo a leggere l’epopea sfolgorante di quel ceto imbastardito ed egemone – eppure ogni stadio di quella traiettoria era squadernato davanti agli occhi di tutti, come processo sociale di massa. Per diventare “piccolo-borghesi” – avanguardie ed esercito della più poderosa e accelerata trasformazione della storia d’occidente – i ragazzi e le ragazze usciti dal dopoguerra italiano hanno dovuto condurre un prodigioso sforzo di autoeducazione, di elevazione, di indottrinamento e perfezionamento. Uno sforzo epocale, ideologico e pratico, magari compiuto con il sorriso sulle labbra, sera dopo sera, seduti su un divano davanti al Carosello: imparare, acquisire, accumulare, conservare, curare, trasmettere – un training infinito che li fa uscire dal freddo pezzente degli anni 50 e li proietta magicamente nel mondo delle plastiche colorate, della cosmesi, delle utilitarie. Un’ascesi, una via quasi mistica di adesione incondizionata alla nuova era.

Apro i guardaroba, in cui regna un ordine maniacale di pulloverini, camicette, foulard: da ogni cassetto si effonde un odore misto di lavande e naftaline, a sfidare l’eternità – cassettoni e armadi come tombe dei faraoni. Quanta fatica è costato arrivare a simili vette di ordine – esteriore ed interiore? Persino il ripostiglio delle scope, esprime un suo codice, una sua precisa cifra simbolica – la rivedo mentre ricorda, agli ascoltatori e a se stessa: la pulizia è la prima cosa! Decenni a strofinare, lavare, lucidare. Aspirare. Anni furiosamente passati a dettare un ordine alle cose, ricostruire un senso nuovo, perché quello antico era ormai superato. La dialettica senza filosofia, delle persone semplici. E questa ricerca di “ordine nuovo” non è forse l’essenza di ogni rivoluzione?

Dietro le vetrinette si vedono le teiere ampollose e dorate, con i servizi di tazze e bicchieri che le contornano; bicchieri che sono coni rovesciati di cristallo, serviti a brindare con poche gocce di champagne in tanti capodanni tristi – buon 1972, felice 1989, una lunga sequenza di auguri domestici, auspici dimessi di salute e stabilità in un mondo ogni anno più instabile. La macchina da cucire Singer, che doveva troneggiare dentro l’ arsenale di ogni casalinga rispettabile. Madonne di varia foggia alle pareti – in una casa dalla religiosità flebile ma costante, come corredo di ogni famiglia morigerata. Pochi libri – una sontuosa Divina Commedia, acquistata a dispense settimanali rilegate; la Bibbia; qualche romanzo sconosciuto e finito lì chissà come; la collezione di Sorrisi e Canzoni; l’Enciclopedia della Donna – perla antropologica del 1969, viaggio tra le cucine regionali e l’importanza dell’igiene intima per la donna moderna.

Aveva conservato fino alla fine il suo aspetto esteriormente impeccabile – i capelli setosi erano diventati delicata stoppa bianca, ma voleva che fossero sempre in ordine, come ai tempi in cui andava ogni settimana dal parrucchiere, a ravvivare la messa in piega colorata. Neanche il prete al momento dell’estrema unzione, doveva coglierla esteticamente in fallo.

Nel bagnetto di servizio sono rimaste un paio di pantofole vecchie e sformate (non da mia suocera!); sono infatti un residuo del passaggio, brevissimo, della sua ultima badante in quella casa – Katrina, un carrarmato moldavo di fabbricazione sovietica, scrupolosissima, onestissima, indefessa lavoratrice. Già anzianotta, la Katrina aveva un solo punto debole: una paura superstiziosa della morte; con i vecchietti vivi era amorevole ed efficiente, ma l’idea di addormentarsi con un anziano moribondo sotto lo stesso tetto, la terrorizzava; per quello che la notte non dormiva, angosciata, vegliando mia suocera con il telefono in mano, pronta a dare l’allarme al mondo. Forse dalle sue parti porta male, dormire insieme ai morti, bho. Le badanti che si vedono in giro sembrano sempre più anziane, forse le leve giovani non sopportano più questa vita ingrata e sono renitenti all’arruolamento. Un’altra signora che era passata in quella casa qualche mese prima, ultra sessantenne, mentre esercitava la sua non facile mansione di assistente domiciliare tutto fare, subiva riservatamente dei pesanti cicli di radioterapia – l’abbiamo saputo dopo. Aiutano economicamente mariti anziani o alcolisti con pensioni da 80 euro al mese (del suo, Katrina diceva con semplicità e un sorrisino triste che “era andato fuori di testa”…), e figli sparsi in ogni angolo dell’immenso est Europa, da Bucarest alle regioni minerarie e selvagge della Siberia.

Le mensole custodiscono ninnoli misteriosi, bomboniere e residui cerimoniali di cui solo la padrona di casa conosceva storia e origine. Poche le foto esposte, di figli e nipoti, dentro belle cornici argentee. Ma i cassetti sono pieni di morti in bianco nero – nonni, zii, cugini, un rosario di defunti, tutti collegati da qualche frammento di DNA, morti chissà come e chissà quando, tenuti lì dentro a mò di ossario, in una specie di coazione al ricordo, nell’assurda idea che smarrire quelle foto avrebbe significato uccidere definitivamente quei parenti antichi.

Mia suocera, con i suoi capelli ordinati e i vestiti modesti e impeccabili, era figlia di campagnoli sfollati in città, in tempo di guerra, dalla provincia modenese in fiamme. Suo nonno, già anziano, era stato torturato e ammazzato dalle Brigate Nere perché sospettato di nascondere partigiani (era vero). Suo padre e sua madre erano operai delle Fonderie Riunite. Le pallottole fischiarono anche sopra la loro testa, il 9 gennaio del 1950, in occasione di una delle tante stragi operaie che furono il biglietto di presentazione della nuova repubblica. La guerra infame, le famiglie spezzate, macerie annerite e carbone, vecchi prosciutti, più preziosi dell’oro, nascosti in cantina; e poi scioperi su scioperi, il freddo delle polmoniti fulminanti e il caldo colerico delle afe estive; il puzzo di stalla, la morchia d’officina nera come pece sulle mani e sui vestiti, invalidi, storpi, poliomelitici, vedove che si prostituiscono e orfani volenterosi ospitati a frotte nella Città dei Ragazzi. Quanta fatica è costata a mia suocera realizzare il salto quantico che l’ha proiettata da tutto questo, verso un futuro fatto di réclame, bon ton, libretti postali e sapiente consumismo? A quale durissimo apprendistato ha dovuto sottoporsi, la sua generazione, per reggere l’impatto devastante dei tempi nuovi, dei nuovi modelli (soprattutto di femminilità) che erano suadenti ma anche spietatamente esigenti? Cosa successe nella testa di lei – e di milioni di altre ragazzine – quando decisero di diventare tante Marisa Allasio, povere ma belle, o tante signore imperlate ai fornelli, come la donnina che ammiccava, cucchiaio alla bocca, dalle scatole del doppio brodo Star? Si capisce che neanche Spielberg potrebbe raccontare degnamente un simile salto nel futuro, una simile odissea tra i flutti della storia, solcati e dominati allo stesso modo da milioni di uomini e donne, pirati indomiti, combattenti dell’elevazione sociale e del perfezionismo piccolo borghese, che si sarebbero immolati, pur di non tradire il loro ideale estremo: uscire dalla miseria rurale del 900 e proiettarsi verso un “altrove” luminoso e fittizio, da gustare nei loro minuscoli salottini di città, spolverando e sorvegliando, armi alla mano, l’ordine estremo delle cose e delle vite.

Mia suocera. Girando per la sua casa vuota, verrebbe voglia di fare il saluto militare, o qualcosa del genere per onorarne la memoria; quelli della sua generazione sono stati fanti anonimi e obbedienti di una guerra incruenta (o solo diversamente cruenta) chiamata modernizzazione. Se Pasolini fosse vivo e attivo, vagherebbe dentro quella casa per delle ore, annusandone i mobili, lisciandone le pareti, cercando di cogliere il segreto, il lato occulto e nascosto di quelle vite, di quella classe in estinzione. Intanto, rivoli di memoria scorrono via, perduti per sempre, man mano che la casa viene smobilitata e liberata – come un museo in fase di trasloco, dalle teche semivuote.

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