di Pina Piccolo

Santo Gioffré, L’opera degli ulivi, Castelvecchi, Roma, 2018, pp .108, 13,50 euro.

Con una decisa virata che lo allontana dalle modalità classiche di racconto impiegate in precedenza nei suoi romanzi storici, l’ultimo romanzo di Santo Gioffrè, “L’opera degli ulivi” si presenta come una coraggiosa e riuscita operazione culturale, sia a livello di scrittura che di contro-narrazione/controcanto  alle più diffuse e consuete narrazioni del sud, di quelli che furono i movimenti di contestazione giovanile degli anni 70, del ruolo dello Stato nell’eversione di destra e nella complicità con le associazioni criminose. Un controcanto che posiziona  le dinamiche che perpetuano  la sopravvivenza e sviluppo della ndrangheta in un contesto economico e politico più vasto, su scala nazionale ed internazionale, anche se a volte i personaggi stessi agiscono credendo di  essere spinti da antiche, ataviche maledizioni… Attraverso un alternarsi di cronaca dei fatti, disamina dei rapporti sociali ed economici che rimanda ai romanzi di inchiesta di Sciascia, con squarci di indagine psicologica, e a tratti animatissime contrapposizioni caratterizzate dal grottesco, specialmente quando  i lettori sono invitati a entrare nel gliommero, nel groviglio per dirla con Gadda. Nel suo ritmo la scrittura di Santo Gioffrè in questi momenti  rispecchia certi andamenti dei fermenti dell’epoca, nei quali lo scrittore cala il  personaggio di Enzo Capoferro, studente di grandi ideali di giustizia e cambiamento, in uno scenario specifico che contiene tutti i semi  del momento storico che stiamo attraversando adesso. Quegli anni 70 in cui a livello mondiale si gettano le basi del neoliberismo, anni in cui in Italia si saldano i rapporti tra Stato e movimenti eversivi di destra, Stato e associazioni criminose proprio nel momento in cui queste ultime si stanno trasformando da associazioni criminali a raggio limitato, di natura rurale/pastorale  a business  su scala nazionale, accumulando capitali attraverso i sequestri, capitali che verranno poi investiti nel narcotraffico.

Per lanciarsi eventualmente nel business  internazionale, operando in congiunzione con lo stato attraverso gli appalti, riciclaggio, etc.  Oggi queste operazioni, che avvengono su scala nazionale e internazionale vengono definite ‘infiltrazioni mafiose’, ma questa narrazione dominante dei fatti è una  che poggia sull’idea di una netta cesura tra le modalità sociali ed economiche che dividono il nord dal sud, una narrazione che non prende in considerazione la storia comune di clientelismi e trasformismi che ha caratterizzato e caratterizza l’intera nazione e che costituiscono il terreno fertile su cui attecchiscono, fenomeno abbastanza diverso dall’infiltrazione.

Ritengo infatti  il romanzo  di grande attualità per chi si sforza  di leggere tra le righe e  le pieghe, chi cerca di capire la contro-narrazione della cronaca dei fatti e dei rapporti umani che conducono un giovane di  grandi ideali di giustizia e cambiamento sociale a scivolare  suo malgrado dentro una faida famigliare, in quanto strategia per la propria sopravvivenza. Difendersi e attaccare in quelle modalità potrebbero apparire un astorico destino atavico, e in diversi punti del romanzo i personaggi stessi ne sono convinti,  ne parlano come di una maledizione che colpisce alcune famiglie e non altre. In questo rispetto è interessante il personaggio di Giulia il cui contesto famigliare  non ha contiguità  con quello della ndrangheta per cui stenta a capire le azioni di Enzo  e quest’ultimo la invita a evitare di entrare in quel suo mondo in quanto la sua purezza rimane  l’ultima isola su cui proiettare il suo amore e la sua speranza di futuro, una volta che perfino il mondo dell’ideologia si rivela intaccabile da quello della ndrangheta.  Le scelte, in apparenza obbligate, sono invece il frutto di specifici assetti economici, sociali, istituzionali che Santo Gioffrè delinea con grande maestria  nel corso di poco più di 100 pagine e 14 brevi capitoli regalandoci anche personaggi di intensa tragicità  come la madre di Enzo che si ritrova a dover imporre alla sua famiglia quella vecchia strategia di sopravvivenza alla quale credeva di aver definitivamente scampato.

Autore di 8 romanzi storici  che operano un’attenta disamina del territorio di provenienza, la zona di Seminara in provincia di Reggio Calabria, scavando dall’epoca bizantina su su fino  ad arrivare all’800,  creando personaggi quali Artemisia Sanchez che si fanno interpreti di risvolti della storia a cui negli anni si è dato poco risalto, ci si potrebbe chiedere perché  a questo punto della sua carriera letteraria Santo Gioffrè si prenda la briga di invertire la rotta e di occuparsi di un periodo storico  molto più vicino alla propria contemporaneità, a quaranta anni di distanza dai fatti di cui è stato testimone? di narrare  una storia che va in senso contrario a ciò che l’autrice nigeriana Chimamanda  Ngozi Adichie  chiama “the single story”, cioè la narrazione univoca di fatti , personaggi, circostanze, pratica deleteria che ha grandemente contribuito a impoverire il mondo della cultura  e l’immaginario a livello planetario? Non esistono già potenti contronarrazioni verrebbe la tentazione di obiettare basandosi  sul fiorire di tesi sociologiche negli ultimi anni sulle culture mediterranee: il pensiero  meridiano, le opere di Franco Arminio e di Franco Cassano, la controstoria del risorgimento di Di fiore et al.  Tutte queste opere potrebbero dare l’impressione che questa narrazione univoca si sia indebolita se non addirittura estinta e che adesso l’idea dominante rispetto al sud sia  l’elogio della lentezza o una specie di rivalsa di un sud come depositario di sapienze antiche superiori alla modernità.

In realtà nell’immaginario dominante si stenta a dissociare fenomeni storici come la ndrangheta da un discorso  di retaggio atavico, una specie di maledizione che condiziona  gli usi e i costumi di quelle popolazioni portandole  a seguire i dettami del “familismo amorale” ipotizzato dal sociologo statunitense Edward Banfield negli anni 50. Ed è implicitamente contro questo il tipo di storia che  si dispiega la narrazione fatta da Santo Gioffré della complessità dei rapporti umani, lo scavo dentro  il punto di intersezione  di vari fenomeni storici,  come i rapporti tra  movimenti fascisti di destra che spadroneggiavano all’università di Messina negli anni  1977-78-79, l’eversione internazionale rappresentata dagli studenti affiliati al regime dei colonelli greci che per motivi storici si trovavano frequentare università a Messina, in combutta con la massoneria che a livello istituzionale governava  la città e l’ateneo, per non parlare poi degli studenti ndranghetisti e  ed ella ndrangheta stessa che  ha in quel periodo le mani sull’università e sui vari servizi, per esempio la mensa.   Quando Santo Gioffrè  nel book trailer afferma, “Ho voluto raccontare la storia  di uno di noi, di uno che ideologicamente era destinato ad altro”, parla di tutta una generazione di ragazzi e ragazze che erano stati i primi della propria famiglia ad avere accesso  all’università. Nel caso di Messina si trattava anche di studenti  provenienti da famiglie contadine calabresi, che non avendo all’epoca un’università in regione  erano costretti a fare i fuori sede a Messina, Roma, Bologna o Napoli. Non avendo queste famiglie i mezzi economici per mantenere più di un figlio  all’università, accadeva che solo uno di essi  fosse prescelto per studiare. Il libro  registra la precarietà del rapporto di queste generazioni di studenti universitari sia all’interno della propria famiglia una volta determinata la scelta e nel loro nuovo habitat  in cui vengono trapiantati. Nel libro ci sono brani  che con grande maestria fotografano le tensioni o i sensi di colpa di Enzo verso i fratelli Nicola e Paolo destinati invece a portare avanti  il rapporto della famiglia con l’agricoltura e in un secondo momento, in un ribaltamento simbolico, si assiste a una sorta di rituale messo in atto da Nicola per spogliare il fratello della sua identità di studente,  cosa che avviene quando, mentre si dirigono a compiere il primo delitto di faida insieme gli fa togliere l’eskimo e lo fa sostituire con un vecchio giaccone stile latitante.  Scrive Santo Gioffrè:

“Arrivati al grande palmento della loro famiglia, Nicola diede d Enzo il suo fucile semi automatico e aprì la porta … Grandi botti di rovere , ricordavano anni passati quando il padre produceva vino, prima che la politica del governo, scoraggiandone la coltivazione,  portasse agli espianti dei vigneti. Da una di queste botti, Nicola estrasse un fucile a canne parallele calibro 12, perfettamente conservato. Lo diede a Enzo insieme a otto cartucce  caricate a pallettoni. Lasciato immediatamente il posto s’incamminarono fino al loro rifugio-  Nicola s’accorse solo allora di non avere un passamontagna per il fratello. Camminando tra gli uliveti e frutteti, notò una casa in uso a un contadino. Diede un calcio alla porta ed entrò.  Sul muro  appesi a un chiodo individuò gli indumenti di lavoro […] Con un coltello tagliò una manica e legò con lo spago una delle due estremità, poi con le mani allargò l’altra estremità e la infilò in testa al fratello, pizzicò la maglia nel punto corrispondente agli occhi e alla bocca  e tirandola verso di sé praticò dei buchi”.

Ricordando una scena speculare precedente in cui  Enzo Capoferro ancora in pieno possesso della sua identità di studente rivoluzionario estrae da un nascondiglio una P38 davanti agli occhi esterrefatti di Giulia, confrontandola alla scena nel palmento, il lettore può decifrare  la portata della discesa di Enzo agli inferi. Infatti lo stesso personaggio di Enzo Capoferro riflette amaramente sul fatto che  prima non aveva mai pensato di adoperare un’arma se non  per una convinzione ideologica che lo portasse a utilizzarla  in un atto di giustizia sociale.

L’andamento titubante di questi nuovi insediati  rispetto  alla loro nuova dimensione fatta di  spesso di insicurezze dalla precarietà, dall’essere sempre sul filo di una ricaduta verso il passato è registrato sia dall’indecisione (basti pensare ai ripensamenti di Giulia rispetto all’esprimere vicinanza a  Enzo colpito dall’omicidio del padre e poi quella di Enzo rispetto all’opportunità che Giulia l’accompagni al riconoscimento del padre all’obitorio), sia dall’intensità della  ricerca di un gruppo nel quale rispecchiarsi. La profondità dei legami di amicizia che si formano viene ,ad esempio, espressa dalla tristezza avvertita dall’intero gruppo quando vede Enzo scivolare nuovamente in un contesto da cui sembravano destinati a distaccarsi.  Il corteo dei vecchi compagni si ferma in silenzio davanti alla casa dello studente  per accennare un saluto a Enzo che non è più con loro  fisicamente e mentalmente, ma di cui avvertono la mancanza sia  come persona che come leader.   La mobilità  e l’irrequietezza sembrano rispecchiarsi a livello strutturale nei continui spostamenti dei giovani tra Sicilia e Calabria , gli attraversamenti dello stretto in traghetti della linea Caronte (ironico accenno al nefasto destino che l’aspetta?), i viaggi  Sicilia e Roma, tra l’università e il ‘covo’ che ospita i ‘latitanti’ politici . Della loro vita non vengono registrati i momenti statici ma quelli di mobilità.

È da questa esigenza di sicurezza  e in questo contesto che nasce anche la storia d’amore tra Enzo Capoferro e Giulia. L’incipit del libro è contraddistinto da un tono elegiaco, in cui l’accenno alla prima notte d’amore dei due  è da un lato velata da presagi nefasti “Quell’alba sembrava non avesse trovato nessuna pace nel cielo. Sembrava messa al rovescio, così pallida da pensarla vicino all’estinzione” E Giulia Ed Enzo nella loro prima introduzione nel libro cercano di allontanarsi da questa estinzione “Il riscatto nelle valli delle Serre era l’utopia per soffocare le ombre  della tristezza.  Giulia non voleva morire con il raschio dei calli di suo padre nelle braccia. Era la piccola di cinque sorelle: maritate già minorenni.  Messina era così perfetta, senza nessun intervallo né un vacillamento nel mare. Era la signora di una stirpe imperiale, un accecamento di luce. E le stava andando incontro.”   Quasi a contraddire in maniera eclatante il potenziale utopico di riscatto di cui Giulia investe la città di Messina, già nella pagina successiva il narratore introduce un grottesco cambio di scena contraddistinto dal parossismo dell’azione, che inizia col comizio  improvvisato di Enzo per denunciare la presenza di blatte nella mensa  universitaria “Guardatele le blatte ! Sembra che abbiano le branchie piantate in ogni spazio; questa mensa ha il primato mondiale della sporcizia. Compagni, non possiamo tardare la protesta! Alziamo la nostra lotta! Occupiamo l’Opera Universitaria! Cacciamo chi ha fatto del controllo della mensa un affare”. Il tutto seguito dal parapiglia creato della reazione degli studenti ndranghetisti  che disperdono i manifestanti con delle mazze chiodate e inconsapevolmente danno l’avvio alla love story buttando Giulia tra le braccia di Enzo che la salva dalle mazzate.

Oltre alla frenesia degli spostamenti il libro sembra caratterizzato dalla frenesia del fare e in questo contesto potrebbe essere interessante pensare a un’interpretazione del titolo  “L’opera degli ulivi”, parliamo dell’opera nel senso di melodramma o opera nel senso dell’operare, dell’agire?  I grandi boschi di ulivi della Calabria,  questa sorta di antica monocultura ereditata dalla civiltà greca, in che modo condizionano l’agire degli umani la cui vita ne dipende per necessità economiche e per attaccamento alla bellezza del luogo?  Che richiamo esercitano perfino nelle generazioni che stanno cercando di distaccarsene? Quali sono i saperi che essi racchiudono e le tragedie di cui sono testimoni?

 

 

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