di Alexik

[A questo link il capitolo precedente]

Con un emendamento a sorpresa alla legge di bilancio, il Governo Gentiloni  ha provato tre giorni fa a rendere la Trans Adriatic Pipeline (TAP) “opera di interesse strategico nazionale”.
Non ho capito bene però se si riferisse all’ ‘interesse strategico nazionale’ dell’Azerbaigian o  della Turchia.
O forse agli interessi strategici della British Petroleum, della azera Socar, della russa Lukoil, della Turkish Petroleum Overseas Company…
Oppure a quelli dei grandi fondi di investimento, che vedono nella creazione di un mercato finanziario del gas una nuova occasione speculativa.
O probabilmente al loro insieme.
Per capire di chi siano questi  ‘interessi strategici’ proviamo a partire dalla ridente Repubblica caucasica da dove il gas dovrebbe iniziare il suo percorso.

L’Azerbaigian è un democrazia democraticamente posseduta dagli Aliyev da più di 50 anni.
Heydar Aliyev, padre della patria e dell’attuale presidente, raggiunse i vertici del potere dell’allora Repubblica Socialista Sovietica già negli anni ’60, con ruoli di rilievo nel Ministero degli Interni e nel Partito.
Aveva iniziato la sua carriera molto giovane tra le fila del NKVD, ai tempi in cui il Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del  (Commissariato del popolo per gli affari interni), l’organo preposto alle purghe staliniane, era ancora presieduto da Lavrentij Pavlovič Berija.
Si fece dunque le ossa in quell’ambiente per poi attraversare indenne la destalinizzazione salendo i gradini del NKVD  azero  fino alla presidenza nazionale. Nel ’69 divenne Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Azerbaigian, fino al  1982, quando Jurij Andropov  lo promosse al ruolo di Vice-Primo Ministro dell’Unione Sovietica.
Gli anni di Gorbaciov ne interruppero l’ascesa, ma Heydar riemerse dopo l’indipendenza dall’URSS, quando un colpo di stato lo rilanciò al potere.
Subito dopo l’Assemblea Nazionale Azera, prudentemente, lo confermò alla presidenza della giovane repubblica, e lì rimase fino al 2003, anno del suo passaggio a miglior vita.

Alla sua morte la presidenza del paese venne ereditata dal figlio Ilham che la detiene tuttora, coadiuvato dalla consorte Mehriban Aliyeva, nominata dal marito alla vicepresidenza.
Intendiamoci: qui non si vuole insinuare che  l’Azerbaigian sia una dittatura ereditaria.
Il paese ha il sistema elettorale più efficiente del mondo, tanto che una app governativa informa i cittadini sui risultati del voto già dal giorno prima delle elezioni.

1997. Heydar Aliyev in visita al Pentagono accanto al ministro della difesa USA William Cohen.

Sul piano economico la gestione degli Aliyev ha posto come primo obiettivo della repubblica indipendente la messa a profitto delle risorse energetiche del paese tramite l’apertura del settore ai capitali occidentali.
Nel 1994 la State Oil company of Azerbaijan Republic (SOCAR), la compagnia petrolifera pubblica presieduta all’epoca dal solito Ilham Aliyev, concluse un accordo con undici compagnie straniere (europee, nordamericane, giapponesi e turche) per la creazione della Azerbaijan International Operating Company1,  una struttura permanente finalizzata all’attivazione di joint venture ed alla concessione dei diritti di sfruttamento sui giacimenti di idrocarburi del paese.
Subito dopo la sua formazione l’AIOC si è aggiudicata il cd ‘contratto del secolo’, cioè lo sfruttamento dei pozzi offshore di Azeri-Chirag-Guneshli.
La maggioranza relativa nella compagnia è tuttora detenuta dalla British Petroleum, che ha quote consistenti anche nella proprietà degli oleodotti South Caucasus Pipeline e Baku-Tbilisi-Ceyhan, e nel consorzio per lo sfruttamento del gas di Shah Deniz, quello che dovrebbe scorrere attraverso la Trans Adriatic Pipeline.
Accanto alla BP (28,8%), il consorzio Shah Deniz comprende la russa Lukoil (10%), la Turkish Petroleum Overseas Company (19%), la SOCAR (16,7), la malese Petronas (15,5%,) e l’iraniana NIOC (10%). All’Azerbaigian restano le royalties, le assunzioni negli impianti, ed i profitti della SOCAR.

L’apertura dell’economia azera all’investimento estero è stata accompagnata da passaggi di ordine politico/militare, quali la partnership con la Nato e l’invio di contingenti in Kosovo, in Afghanistan  ed in Iraq2.
Passaggi che hanno agevolato l’accesso dell’Azerbaigian ai ‘salotti buoni’ della politica e dell’economia internazionale (manca solo il WTO), accreditando il paese come partner affidabile per la progettazione delle grandi opere infrastrutturali finalizzate, almeno nelle intenzioni (soprattutto quelle degli Stati Uniti), ad escludere la Russia e l’Iran dai corridoi energetici diretti in Europa.
Intenzioni non del tutto andate a buon fine, visto che Baku ha riservato qualche fettina della torta ai propri vicini, per mantenere un certo equilibrio.

2017. Carlo Calenda a Baku con Ilham Aliyev.

Comunque è comprensibile che, data la sua disponibilità nella gestione condivisa delle risorse e la sua importanza geostrategica, le potenze occidentali siano propense a perdonarle qualche difettuccio.
Come la bizzarra abitudine di rapire gli oppositori riparati all’estero, infilandogli un cappuccio nero in testa e pestandoli vistosamente, o quella di radere al suolo con le ruspe le sedi delle associazioni per la difesa dei diritti umani, oppure la tendenza ad arrestare i giornalisti impegnati nelle inchieste sulla corruzione dell’establishment.

Su quest’ultima questione i Panama Papers – i documenti riguardanti 214.000 società offshore finiti nelle mani del Consorzio Internazionale dei Giornalisti d’Inchiesta – aprono visuali interessanti.
Raccontano per esempio come nel 2006 Ilham Aliyev abbia consegnato le concessioni di sfruttamento delle miniere d’oro del paese a due società offshore intestate alle sue figlie.
Raccontano come il ministro delle finanze azero Fazil Mammadov abbia creato a Panama, con l’intermediazione dello studio Mossack Fonseca, due società sotto il controllo di Mehriban Aliyeva, first lady e attuale vicepresidentessa.

Le flametowers a Baku.

Raccontano come ad una di queste società, la FM Management, sia stato conferito il 51% delle azioni della AtaHolding, la più importante holding azera, i cui interessi variano dal settore bancario alle telecomuncazioni, passando per le miniere d’oro fino al petrolio e al gas (valore stimato nel 2014 intorno ai 490 miliardi di dollari).
Insomma, i proventi delle principali attività del paese vengono dirottati a Panama City o alle Isole Vergini.
Quello che resta viene indirizzato verso architetture gigantesche e stravaganti, i cui cantieri hanno sventrato intere zone del centro di Baku con poco riguardo per le sessantamila persone chi vi abitavano.
Nella testimonianza del 2012 di un attivista:“La demolizione delle abitazioni avviene senza alcuna decisione della corte, non è possibile avere accesso al progetto urbanistico e non esiste alcuna procedura di appello per chi si oppone all’ordine delle autorità”.
Al posto delle case nascono grandi alberghi, boutique esclusive, negozi di design e concessionari della Ferrari.

Ci spiega Re:Common: “In teoria i proventi di petrolio e gas dovrebbero essere veicolati in un fondo (il SOFAZ) atto a facilitare la transizione economica del Paese una volta terminate le riserve di combustibili fossili. Il tutto a “garanzia delle generazioni  future”. All’atto pratico le cose non stanno così. Per esempio, se si leggono i dati del 2010, a fronte di 7,2 miliardi di dollari di entrate ci sono da registrare ben 6,6 miliardi in uscite. Soldi in buona parte investiti in progetti edilizi dai costi gonfiati. Opere che, come dimostrano indagini giornalistiche, sono in buona parte legate all’elite che governa il Paese, compresa, ovviamente, la famiglia Aliyev.”3

Insomma, la cleptocrazia degli Aliyev riuscirebbe a far sembrare un dilettante anche il più navigato democristiano.
Forse è per questo che la leadership politica azera riscuote la più totale ammirazione di un esponente dell’UDC come Luca Volontè.
Sentimento ricambiato, a quanto pare, dal momento che un lobbista azero, un certo Suleymanov, gli ha donato due milioni e 390mila euro tramite versamenti di società anonime collocate in Belize, Seychelles e British Virgin Island.

Luca Volontè.

In realtà i milioni dovevano essere 10, ma la magistratura milanese ha inquisito Volontè per riciclaggio, provocando una brusca interruzione dei trasferimenti.
Volontè era il presidente del gruppo del Partito Popolare Europeo al Consiglio d’Europa nel gennaio 2013, proprio nel periodo in cui si doveva mettere ai voti una risoluzione di condanna dell’Azerbaigian per 85 detenzioni politiche, presentata dal deputato tedesco Strasser.
Una condanna che avrebbe rischiato di interferire pesantemente sulle negoziazioni in corso per la costruzione della Trans Adriatic Pipeline.
La risoluzione venne respinta con il fondamentale aiuto di Volontè,  che si adoperò per farla bocciare dal gruppo che rappresentava.
Votarono contro anche il Presidente dell’Assemblea del Consiglio d’Europa Pedro Agramunt ed altri 124 deputati.
Evidentemente i lobbisti azeri sanno usare argomenti persuasivi.
A detta di Gerald Knaus, Presidente dell’European Stability Initiative: “Alcuni  funzionari  del  Consiglio  d’Europa  mi  hanno  raccontato  di  delegazioni  estere  di deputati che arrivano in hotel in Azerbaigian e le prostitute entrano nelle stanze dove ci  sono  anche  le  telecamere.  A  questo  punto  li  hai  in  pugno.”4
I vecchi metodi del NKVD funzionano sempre a meraviglia.  (Continua)


  1. L’AIOC è tuttora partecipata, oltre che dall’azera Socar, dalla British Petroleum, dalle americane Chevron, Devon Energy, Exxon Mobil e Amerada Hess, dalle giapponesi Inpex  e Itochu, dalla norvegese Statoil  e dalla Turkish Petroleum Overseas Company. 

  2. Nel 1999 l’Azerbaigian inviò un contingente di soldati nell’ambito della missione Kosovo Force (Kfor) Vennero ritirati  nel marzo 2008 per contestare il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, considerata come un precedente pericoloso per le evoluzioni politiche in Nagorno-Karabakh.  Baku contribuisce con 90 uomini all’International Security Assistant Force (Isaf) in Afghanistan. Dal 2004 al 2008 ha partecipato all’operazione Iraqi Freedom (Oif) in Iraq, con un massimo di 250 soldati. Ma soprattutto l’Azerbaigian si è rivelato determinante sotto il profilo logistico, avendo concesso insieme alla Georgia il diritto di transito e di sorvolo e l’uso delle strutture di rifornimento per le forze aeree occidentali impegnate nelle missioni Isaf e Oif. In: Gabriele Natalizia, Daniel Pommier Vincelli, Azerbaigian. Una lunga storia, Passigli Editore, 2012, pp. 126/127. 

  3. Elena Gerebizza, Luca Manes, Alla canna del gas. Le relazioni pericolose tra Europa e Russia per lo sfruttamento dei giacimenti azeri, RE:Common, 2015, p. 6. 

  4. Paolo Mondani, Cataldo Ciccolella, Caviar Democracy, Report, 21/01/16. 

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