di Daniele Gambit

Una nuova giornata sta iniziando nella Zona 41-B. I raggi di sole, proiettati dallo schermo della cupola sovrastante, illuminano i palazzi e i giardini, mentre Marcus, padre dei Rodriguez, si mette sotto le coperte dopo una nottata di lavoro.
«Anita sveglia, tra un’ora inizi tu…»
La moglie, a fianco a lui, ancora stanca dal turno del giorno prima.
«Ancora 5 minuti…»
Come molti altri della zona, Marcus lavora come commesso. A un fast food. Non che debba uscire di casa per recarsi al lavoro. La sua postazione Virtual Mode l’ha ottenuta facendo un po’ di spazio in studio, tra la scrivania e la finestra. A seconda degli orari, sempre variabili e spesso imprevedibili, si mette sul sedile, indossa il visore, i guanti, ed è subito in cucina tra i fornelli. O alla cassa a servire i clienti. Insomma, dove vi sia bisogno, nella sede in cui vi sia bisogno: Zona 30-F, 45-C, o 67-V3, che resta la sua preferita per la simpatia dei colleghi, e nella quale è stato l’ultima notte a servire qualche centinaio di panini.
Anita a differenza del marito ha orari fissi. Passandosi le mani tra i capelli si alza, cerca le pantofole sotto il letto e si dirige in cucina, dove un caffè la sta già aspettando grazie ai sensori di rilevamento del sonno, che hanno iniziato a prepararlo da quando il battito cardiaco di Anita è aumentato. Inizialmente Marcus e Anita condividevano la stessa postazione, poi il sovrapporsi dei turni e la buona disponibilità economica li spinsero a comprare una postazione per la moglie, sistemandola in mansarda. Anita è un’insegnante di lingue a una scuola di fascia media. Ogni mattina si predispone, casco e guanti, ed eccola davanti a una classe di trenta giovani studenti della zona 67-4F. O almeno, così le hanno detto.

L’edificio di Marcus e Anita è un colosso di 20 piani, ciascuno di 15 appartamenti. Non uno dei più grandi della Zona, ma in una posizione molto centrale e vicina ai servizi. Giù, davanti all’ingresso, alcuni anziani stanno già portando i nipoti a giocare al parco.
«Giornata nuvolosa oggi. Speriamo non siano in programma piogge per il weekend.»
Carl controlla: prende il suo palmare, apre la scheda di programmazione meteorologica.
«No Ernesto, possiamo stare tranquilli, da domani riprende bello. Per fortuna, non avrei sopportato di passare un altro weekend interamente connesso su Zona 18…»
Alcuni dei residenti, i più convinti dell’efficienza della struttura a zone, spesso avevano inviato richieste al Settore Centrale perché impostassero sempre bel tempo. Che ce ne facciamo di un cielo artificiale – si chiedevano – se poi continuiamo a far piovere?
Di risposta, dal Settore rispondevano che queste erano disposizioni imposte dal Dipartimento di Salute, perché un’alternanza di giornate uggiose con schiarite regolarizzava i cicli dell’umore. D’altronde un vantaggio non indifferente di avere un cielo programmato sopra la testa era la possibilità di un meteo accurato al 100% almeno per la settimana successiva, dopo la quale le previsioni erano leggermente inaccurate per l’influenza di fattori casuali appositamente inseriti per simulare il più possibile il cielo “di fuori”.

Il vecchio Joe diceva sempre che suo nonno gli aveva detto che suo nonno era uno degli ultimi ad aver visto il cielo “di fuori”. Prima dell’Evento, ovviamente. Ma i più pensavano che Joe raccontasse un po’ troppe favole, e che l’Evento fosse di gran lunga anteriore all’avo di cui raccontava le gesta. D’altronde nessuno può dirlo con esattezza. Perché nessuno, nella Zona, sa quanto tempo sia trascorso dall’Evento.
Più passano le generazioni, più sembra che ai giovani non importi indagare troppo sulla questione. Accettano il fatto di vivere nella Zona, o al massimo di trasferirsi in un’altra per studiare o lavorare, ma non cercano come alcuni loro vecchi la ragione della struttura in zone. Sanno che è per la sicurezza, e gli basta.
Il giovane Antony, il figlio più piccolo dei Rodriguez, ogni giorno, finite le lezioni – o, per meglio dire, una volta sconnesso dal visore per l’apprendimento – esce a giocare al parco sotto casa. La figlia di mezzo, Susy, è più propensa a restare sintonizzata anche nel tempo libero. Si sente con amiche di altre zone conosciute sul virtuale, poi si connette a AlterLife e passa le serate a feste e concerti. La sua destinazione preferita restano le feste in spiaggia, e si chiede se mai un giorno vedrà il mare. Per davvero. Il più grande dei Rodriguez, Martin, ha più di 30 anni, e ha lasciato la Zona 41-B per fare la fortuna altrove, come molti della sua età.

Il Cafè è uno degli spazi più frequentati da chi gradisce di tanto in tanto incontrare fisicamente qualcuno alla Zona, anche se ovviamente è disposto di una sala interamente piena di visori per l’interazione ludica con giocatori da remoto. Calcio, biliardo, rugby, pallavolo. Si può giocare a tutto da una semplice postazione. Victor è seduto ad un tavolo da un paio d’ore, quando Marcus entra nel locale. A parte loro solo qualche cliente abituale e un giovanotto che affrontava a hockey sul ghiaccio un giocatore di Zona 73.
«Victor, da quanto tempo! Hai una faccia stanca, che hai combinato oggi?»
«Poco di nuovo. Oggi ho avuto una lunga chiacchierata con Frank, sai…»
Frank, il figlio maggiore di Victor, è stato trasferito da ormai un anno alla zona adiacente, dotata di una buona facoltà di Ingegneria. Da allora, come è prassi, non è più tornato a far visita alla 41-B, e i familiari lo contattano esclusivamente tramite Virtual Mode.
«Dice di essere passato al test di Ingegneria Aereospaziale, ora ha i crediti sufficienti per entrare in tirocinio…»
«Che bella notizia! Sarà felice Erika! È sempre stata premurosa riguardo l’istruzione dei vostri figli… ancora qualche anno e poi tocca anche alla nostra Susy partire…»
L’espressione di Victor non è entusiasta come quella del suo interlocutore.
«Davvero sei così contento? Di vedere partire tua figlia per… bah, chissà dove?»
Marcus cerca di distogliere lo sguardo.
«Lo sai che non mi piacciono certi discorsi, Vic…»
«Ah no? Non ti piacciono? Lo sai che è da quando è partito che non vedo in faccia mio figlio? Sempre e solo tramite quel fottuto visore, e vuoi sapere una cosa? La sua voce… la sua voce non è quella di Frank, capisci? E se non fosse davvero lui.. E se…»
Marcus si alza dalla sedia, mostra evidenti segni di irritazione, alza la voce.
«E “se” cosa? Ancora con questa storia?! Ne abbiamo già parlato fin troppo, e non continuare se non vuoi che tagli i ponti con te, Victor! Frank è alla zona qui a fianco, è dovuto partire come tanti per avere un lavoro migliore! La voce? Ma che storia è questa, sarà qualche imperfezione del sistema audio, o il fatto che alla sua età la voce può cambiare… ma che cosa vuoi ancora? Il Settore ci fornisce di qualunque necessità. Ci consegna cibo, attrezzi, vestiti. Possiamo ordinare praticamente qualunque cosa, e mai nulla di grave ci è successo. Perché dubitare ancora, se è dal giorno dell’Evento che siamo stati sempre al sicuro?»
Victor avrebbe dovuto ponderare meglio la domanda che stava per fare, perché già sapeva la reazione che Marcus avrebbe avuto.
«Come posso non dubitare di nulla come fate voi, se neanche sappiamo cosa sia stato l’Evento? Un’invasione? Un’epidemia? Una guerra? Come fate a non porvi domande…»
Marcus sbatte il bicchiere sul tavolo.
«Ora basta! Finiscila! Non voglio più fare questi discorsi con te! Già lo sapevo che eri uno di quelli, me lo dicono sai, che parli con Rob, Virna, e la loro banda! Ora smettila di parlare di queste cose… o devo ricordarti la fine che fece Mike?»
Victor ricade nel silenzio, deglutendo, gli occhi fissi sul pavimento.

Sono in pochi nella zona quelli che affrontano con leggerezza la questione, anche se in intimità. Vero anche il fatto che nella zona l’intimità e la privacy erano fatti alquanto relativi, vista la presenza di un sistema di monitoraggio distribuito collegato direttamente con il Settore. Mike. Di Mike nessuno ormai parla, anche se alla sua storia tutti pensavano almeno una volta al giorno. Mike iniziò a dubitare attorno ai vent’anni, quando suo fratello lasciò la zona per recarsi sul fronte. Erano tempi in cui l’esercito reclutava almeno una decina di giovani per zona, per combattere contro i Forestieri. Alcuni pensavano che fossero loro la causa dell’Evento, ma nulla era dato sapere. Soltanto che si doveva stare attenti, perché in alcune zone i Forestieri erano riusciti ad entrare manomettendo i servizi di sicurezza dei cancelli, compromettendo l’isolamento delle zone. Alti, di carnagione scura, dicevano. Ma per distinguere un Forestiero in modo inequivocabile vi era solo un modo: sulla nuca erano sprovvisti di codice magnetico identificativo. Nessuno alla zona 41-B ha mai visto un Forestiero dal vivo, né una loro incursione. I notiziari a volte parlavano di attacchi compiuti verso altre zone, ma le informazioni erano sempre incomplete o poco chiare.

Il fratello di Mike partì a settembre, pochi mesi prima della notizia di un attacco dei Forestieri ad una base militare. Ignorare lo stato e la posizione di suo fratello fu per Mike insostenibile. Iniziò a cercare informazioni, trovare contatti in Rete, persone che dicevano di saperne di più, sull’Evento, sui Forestieri, sulle zone. Un giorno arrivò una comunicazione per lui direttamente dal Settore Centrale, lo metteva in allerta su alcune sue recenti visite su portali non autorizzati. Nei giorni successivi Mike si chiuse in casa, alcuni dicono che bloccò anche l’invio dei file di registrazione della sua abitazione, per non essere monitorato. Da lì a poco, una mattina il cancello della zona si aprì. Non per far entrare viveri o prodotti come al solito, ma un comando dell’esercito, che sfondò la sua porta di casa, prese Mike, e lo portò via dalla zona. Da quel giorno di lui nessuno seppe più nulla, e molti pochi si fecero domande su tutto quanto.

Marcus d’altronde ha ragione. All’interno della zona 41-B c’è praticamente tutto. La palestra, le scuole, i locali per la sera, anche se molti preferivano le versioni virtuali, così da poter frequentare anche locali di altre zone, o visitare posti lontani. La generazione di Marcus è una delle ultime di quelli che non sono mai usciti dalla propria zona. Nati, cresciuti e il più delle volte deceduti in quel chilometro quadrato racchiuso da alte mura metalliche di cinquanta metri e sovrastato da uno schermo come firmamento. Per stare al sicuro.

La sera in cui avvenne il fatto, Marcus è al Cafè, con alcuni suoi amici di vecchia data. Stanno seguendo la partita in diretta dalla zona 18-K, quando Dan e Manuel arrivano di corsa al locale. Con fare affannato, si avvicinano al tavolo, sussurrando all’orecchio.
«Marcus, Tom, dovete venire a vedere… quello che è arrivato…»
Quella sera Dan e Manuel, insieme ad altri due, erano di turno al portale di ingresso. Non che fosse successo qualcosa di strano nell’ultimo periodo, vi erano stati giorni in cui la guardia si manteneva costante a dieci persone, ma anche in tempi tranquilli un minimo di controllo era sempre garantito.
Quando Marcus arriva, accompagnato dagli altri, trova un gruppo di una decina di persone già raggruppate attorno a un mucchio di scatoloni e casse arrivate dall’esterno. Così arrivava il materiale. Una di queste casse, particolarmente lunga per contenere pali, era stata aperta, tutti osservano con stupore il suo contenuto.
«Abbiamo sentito qualcosa muoversi, per questo abbiamo provveduto ad aprire.»
Marcus si avvicina facendosi spazio tra i presenti, punta la luce della torcia. Nel suo sguardo un misto di meraviglia e terrore.
Un uomo sulla quarantina, mulatto, giace davanti a sé, rannicchiato per riuscire a stare nascosto e sigillato all’interno della scatola. Il respiro fioco e i movimenti lasciano intendere che sia in una sorta di stato confusionale, forse svenuto per il caldo, o per la mancanza di alimentazione da lungo tempo. Sulla nuca, esposta dalla sua posizione rannicchiata, non si vede alcun segno di identificazione.
«Un Forestiero! È un forestiero!», mormorano intorno.
«Pensiamo che si sia introdotto nella cassa per nascondersi, per fuggire. Di certo è riuscito a superare i controlli. Quando abbiamo aperto la cassa credevamo fosse ormai morto, poi ha ripreso a muoversi, ma non conosciamo il suo stato di salute.»
«Tom, che facciamo?»
«Dobbiamo contattare subito le autorità!»
«Stai scherzando, capite cosa abbiamo tra le mani? E se sapesse qualcosa? E se fosse stato, o addirittura provenisse… da fuori?»
«Non voglio sentire questi discorsi, né mettermi nei guai. Qualcuno chiami la centrale.»
Inizia un’animata conversazione, che non mostra segno di durare poco. È Marcus, irritato, a riprendersi l’attenzione.
«Basta! Fermi! Smettiamola di litigare, così non concludiamo nulla! Tom, io e te portiamo l’ospite su da noi: l’appartamento dei Fernandez è libero da quando Carola se n’è andata, lì saremo al sicuro da occhi indiscreti e valuteremo che fare.»
Complice l’autorevolezza che Marcus esercita nella zona, nessuno ribatte.
«Avanti! Chiudiamo la cassa e portiamola su. Manuel, dacci una mano.»

L’appartamento è vuoto, a parte un vecchio armadio a tre ante lasciato dai vecchi residenti, in attesa di riassegnazione. Nel frattempo Marcus ha le chiavi, lasciategli dai Fernandez in caso di necessità. A salire insieme a lui solo Tom e Manuel, due di cui Marcus sa quali sono le opinioni su certe questioni.
«E ora? Che ne facciamo?»
«Marcus, tu che proponi?»
Il Forestiero inizia a mugolare. Chiede qualcosa, forse acqua. Marcus percorre la stanza avanti e indietro, in preda al panico.
«Non capisco che dice, forse neanche parla la nostra lingua.», interviene Tom «Io dico di aspettare… magari domani possiamo…»
«No! Non capite? Cosa potrebbe succedere se qualcuno della zona venisse a sapere di un Forestiero vivo? Quanti vorrebbero venire a parlarci? E poi? Pensate che sarebbero disposti a fare Victor e i suoi amici pazzi! Vogliamo davvero mettere tutto a repentaglio?»
Marcus non è mai stato così irrequieto. Mentre cerca di trovare una buona ragione per nascondere il ritrovamento al resto della zona, dentro di lui tornano vive antiche paure che credeva aver rimosso per sempre. La partenza del figlio maggiore per il fronte, i dubbi, la crisi.
Manuel se ne resta zitto, pensieroso. Poi, senza nascondere un certo imbarazzo, avanza la sua proposta:
«Sentite, sappiamo bene che siamo voluti salire da soli per un motivo. Abbiamo tutti e tre buone ragioni per… beh, per non dover rimettere proprio tutto in discussione ora… Io, personalmente, ho una moglie, un lavoro come consulente virtuale e una figlia di pochi mesi. Se fosse stato anni fa forse, ma ora…»
Lo straniero inizia a prendere più coscienza, continuando a parlare, seppur in modo incomprensibile.
«Kamba… kamba mates…»
Nel formulare frasi incomprensibili l’uomo solleva la mano per indicare un punto sul suo addome, rendendo visibile una ferita da taglio. I tre si guardano negli occhi.
«E va bene. Procediamo.»
Marcus attende un istante, immobile, prima di uscire dalla stanza. Dopo pochi minuti torna con una siringa e una fialetta di siero, un miscuglio a base di penthothal e cloruro. Prepara l’iniezione e si avvicina al corpo.
«Per la pace di noi tutti.»
Afferra il braccio e conficca l’ago, che in un istante rilascia il siero.
Dopo pochi secondi, l’ospite indesiderato smette di affannarsi.
Tom, alle sue spalle, non mostra cedimenti.
«Abbiamo fatto la scelta giusta.»

Il giorno dopo, alle prime ore della mattina, inizia a circolare per tutta la zona la voce del ritrovamento di un Forestiero, deceduto pochi minuti dopo per malessere dovuto al viaggio.
Due ore dopo il cancello si apre, e un reparto militare entra a prelevare il corpo, ringraziando i cittadini presenti per la collaborazione.
«Confermate l’ora del decesso per le undici e quaranta della serata di ieri?»
«Confermiamo.»
Dopo aver caricato il Forestiero, il camion riparte, chiudendo il cancello alle proprie spalle, mentre nella Zona 41-B ricomincia una nuova giornata illuminata da un sole giallo su uno schermo senza nuvole.

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