di Maria Paola Fiorensoli

Mario Boffo, Femmina strega, ed. Stampa Alternativa, 2017, pp. 180, € 14,00

E’ uscita il 29 giugno la seconda edizione del romanzo d’esordio di Mario Boffo, edito da Stampa Alternativa (2017), incentrato «sul principio femminile dell’universo e sua repressione; sul conflitto che ha contrapposto per secoli streghe e inquisitori, Chiesa e società civile. È la storia dello scontro mortale, tra un domenicano, forte del proprio quadro teoretico e filosofico, e una donna, consapevole dell’autorità del proprio istinto e delle proprie emozioni» (retrocopertina)

Un racconto a ponte tra verità sociale e inquisitoria, storicamente possibile e anzi probabile, ma frutto di fantasia, perciò posto nella collana “Fiabesca” (n. 77).

Opera colta e intrigante, di scorrevole lettura, d’impianto classico trinario, propone una Prefazione di Valerio Evangelisti intitolata Il Diavolo nel formicaio, e una Posfazione in cui l’A. si racconta nell’iter di ricerca, di scrittura e di motivazioni tanto da costituire, se avesse domande di terzi, un’esauriente intervista.

«In un’epoca in cui è diventato tristemente di uso comune il neologismo femminicidio, pare opportuno ricordare quel femminicidio di massa che fu la cosiddetta caccia alle streghe, tragedia spaventosa che ebbe luogo tra il XV e il XVIII secolo. Un fenomeno tanto più orrendo in quanto scatenato da chiese (quella cattolica romana, cui si accodarono le protestanti), che asserivano di ispirarsi all’insegnamento caritatevole di Gesù Cristo e dei Vangeli» scrive Evangelisti, fornendo una breve e qualificata bibliografia e sottolineando che nessuno è stato finora in grado di fornire una risposta univoca: «certamente pesò il giudizio sprezzante, sul sesso femminile in genere, ereditato dall’ebraismo e iniettato nel cristianesimo da Tertulliano, Agostino, Tommaso d’Aquino e una congerie di padri della Chiesa e di teologi di pari o inferiore prestigio. Contarono i timori per la crescita di un edificio ecclesiastico ancora fragile che aborriva il riaffacciarsi, dietro la moltiplicazione delle eresie, di un paganesimo mai completamente debellato. Giocò l’antica scissione, di origini largamente pre-cristiane, tra corpo, involucro di miseria e di peccato, e anima e spirito. Corpo di cui la donna era padrona e (per gli indagatori), succube. Tutti questi fattori, uniti a necessità sociali e di controllo contingenti, condussero i presunti seguaci di Cristo all’omicidio di massa.» (p. 1)

Nel ripercorrere l’opera inquisitoria e i suoi strumenti, «a volte espressamente modellati sulla fisiologia femminile», Evangelisti recrimina che Sigmund Freud non abbia terminato l’indagine «preannunciata in una lettera a Wilheim Reich» sul Malleus maleficarum o Martello delle streghe (1487) dei domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, testo in latino pubblicato a seguito di un’indagine, su mandato papale, sull’eresia, il paganesimo e la stregoneria nell’Alta valle del Reno e diventato uno dei principali trattati  per la formazione degli Inquisitori, I primi esempi di questa tragica letteratura intesa a condurre per mano Inquisitori esposti, per la loro stessa attività ‘salvifica’ a vendette ‘demoniache’ e terrori, uscirono dal carcere per streghe di Tolosa, aperto da Bianca di Castiglia dieci anni prima che il papa le concedesse l’istituzione di un Tribunale speciale (l’Inquisizione), teorizzato dal defunto Domenico di Guzman, fondatore dei Domenicani, e con prima sede a Tolosa, nell’ambito delle politiche religiose e dinastiche operate dalla corona di Francia nel Midì. Il Malleus, insieme al Fornicarium (1475) di Johannes Nider, uscito nel 1475 e il De lamiis et phitonicis mulieribus (1489) di Ulrich Molitor, sedimentò due secoli di torture e stragi.

Boffo si pone nella scia di chi, per impellenze interiori e intellettuali (non scevre da sensi di colpa su cui solo alcuni gruppi di uomini s’interrogano alla ricerca di nuovi equilibri tra i sessi), desidera parlare di streghe, prendere le distanze dalla persecuzione sessista, esprimersi sul chi e cosa il femminile ha espresso e pagato nella formulazione della figura della strega posta in un ordine simbolico senza corrispettivi al maschile.

Il romanzo si nutre di ciò che l’Europa geo-politica quattrocentesca lasciò irrisolto: «il grande scontro, iniziato nel Duecento ed esploso alla fine del Quattrocento, fra streghe e teologi, fra streghe e umanisti; in realtà il primo grande scontro nell’Europa moderna fra cultura di élites e cultura delle classi subalterne; infatti la magia si presenta, già ai suoi primi studiosi, come un complesso coerente di pratiche e di culti; non solo, sembra rampollare, come un secondo ramo, abnorme, dalla stessa radice della religione» (Giuseppina ed Eugenio Battisti, La civiltà delle streghe, Lerici, 1964).

L’esaltazione e la generalizzazione della strega-pitonessa, erede diretta della sacerdotessa-pitonessa i cui rispettivi rituali e attributi mostrano elementi costanti e ricorrenti, riconducibili a pochi principi, hanno per corrispettivo, anche nel romanzo di Boffo, un mondo sostanzialmente agrario e pastorale, progressivamente emarginato e demonizzato il suo mondo, in cui la presunta strega agisce con poteri derivati dal Diavolo ma negli ambiti titolati alle antiche divinità (es. Diana).  Questione del chi sia strega e su cosa operi la strega.

Rimandiamo, per una breve bibliografia a La Signora del Gioco di Luisa Muraro (Feltrinelli, 1977); Streghe, L’ossessione del diavolo il repertorio dei malefizi, la repressione (Praxis 3, 1988) di Pinuccia di Cesaro, opera ricordata da Valerio Evangelisti; Non lasciare vivere la malefica, Le streghe nei trattati e nei processi dei secoli XIV-XVII (Firenze University Press, 2008), di Dinora Corsi.

La storia di Caterina Cilento, ambientata a Castel di Sancro, figlia e nipote di streghe, istruita in tutti i segreti stregoneschi da Zì’Carmela, non si svela per non togliere nulla a un racconto che ha il positivo andamento del romanzo storico d’avventura venato di giallo.

Ben tratteggiate le figure femminili portatrici di saperi alternativi, inserite in una rete sommersa ed efficace di sostegno e d’aiuto che con propri linguaggi comunica con l’invisibile, l’indeterminato e il demoniaco, tramandandoli di donna in donna. Grazie ad essa le protagoniste dominano gli eventi più pericolosi e tragici; sprezzano i persecutori anche ossessivi come l’inquisitore Norberto Canosa; agiscono in una tradizionale rappresentazione della potenza sovversiva della strega che s’oppone al potere costituito e i cui rimandi notturni e lunari appartengono ad antiche rappresentazioni astrali e a Natura da cui il femminile non è scisso.

La strega Caterina, la sua amante e discepola Teresa, Donna Eleonora, Alice – custode di frasi e saperi di salvezza – arriveranno, unite, al 5 dicembre dell’anno di grazia 1456:

«È il giorno del rogo di Caterina. C’è una strana atmosfera nell’aria, ma forse dipende dalle male influenze della strega. E quel caldo, stranissimo nella stagione, forse anticipa l’inferno che l’accoglierà. Per tutta la notte torme di cani hanno ululato intorno alla città, ma stranamente ora tacciono, e non se ne vede nemmeno uno in circolazione…. Potenza della stregoneria…» Come finirà?

Non in ultimo, un commento sulla postfazione dell’Autore, come s’è detto un’auto intervista di diciassette pagine esaustiva su ogni aspetto e motivazione dell’opera, a cominciare dal perché abbia scritto «una storia che, pur nell’estremizzazione delle esigenze letterarie, potesse raffigurare la donna nel suo perenne destino di elemento fondante dell’umanità che deve purtuttavia giustificarsi nella propria natura più vera rispetto a ciò di cui la società maschile ha voluto farne.»

Molti i rimandi colti ad Autori, la prima fonte e guida rimane l’amato Jules Michelet.

Nel descrivere i suoi studi preparatori e le prese di posizione in merito ai argomenti inerenti al romanzo (dalla caccia alle streghe alle notazioni astrali, Boffo ricorda che la scelta dell’anno 1456 non è stata casuale, ma «assume la consistenza di un elemento cardine fra realtà storica e finzione narrativa, assurgendo quasi, nella mia immaginazione, a un livello di necessità trascendente e quasi magica, giacché gli elementi di verosimiglianza che vi si sono raccolti sembrerebbero essere stati scelti da una “mano invisibile”: non “in quegli anni” si sarebbe svolto il più famoso processo alle streghe a Benevento, ma proprio nel 1456; non un generico sisma giunse a sconvolgere la vita della gente reale e dei miei personaggi, ma “il” terremoto più violento e funesto della storia di quelle regioni; non fu vista, dalla gente reale e dalle mie streghe, una qualsiasi cometa nel giugno del 1456, ma “la” cometa per antonomasia, quella che più ha suggestionato i popoli con la sua fama di apportatrice di disgrazie..

Specifica che il suggestivo linguaggio stregonico, la formula più volta ripetuta «Senoi, Sansenoi, Samangelof…non sono nomi di fantasia inventati dall’autore. Sono i nomi degli angeli che, nell’antica tradizione ebraica, soccorsero Lilith, prima moglie di Adamo e mitico prototipo di orgoglio, dignità e indipendenza femminile, quando quest’ultimo la cacciò via da sé per non avergli obbedito

Boffo è uno scrittore e rivendica libertà compositiva: «Lo scrittore, però, non è uno storico e, pur nella plausibilità del generale contesto in cui colloca le proprie opere, può permettersi di inventare il passato come meglio gli aggradi. Può anche utilizzare credenze, suggestioni, fantasie, visioni e punti di vista dei personaggi, come erano considerati da loro e dai loro contemporanei, al fine di farne metafora o allegoria delle cose che intenda descrivere o di aspetti della condizione umana cui intenda alludere

Nello spiegare l’inspiegabile, che è il convivere con un personaggio fino a dovergli consegnare vita propria, su carta, l’Autore così descrive Caterina Cilento: «diffida delle creazioni e delle realizzazioni del potere costituito e interpreta, anch’essa attraverso una propria simbologia, gli aspetti fondamentali della femminilità e delle sue conseguenze biologiche e simboliche: la maternità, il ciclo mestruale, una sensibilità più vicina alle cose della terra, ai cicli lunari, alle energie della natura. Aspetti di cui il maschio a sua volta diffida, di cui ha forse paura, e che comunque non sono sempre compatibili con la struttura della società costituita e del potere. Caterina partecipa quindi, senza esserne all’inizio consapevole, alla costruzione di un mondo diverso composto prevalentemente da donne e ispirato al principio femminile dell’universo. Un mondo in ovvio conflitto con quello maschile delle istituzioni, non perché intendesse combatterlo, ma perché, mettendone implicitamente in discussione la ragion d’essere, o almeno la sua esclusività, con la semplice proposta di un ordine alternativo, ne incrinava il fondamento assoluto.»

 

[La recensione di Carmilla alla prima edizione di Femmina strega (2004) si trova qui.)

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