di Fiorenzo Angoscini

Giorgio Panizzari, L’albero del peccato, Colibrì edizioni, Paderno Dugnano (Mi), marzo 2017, pp. 208, € 14,00

Quella condotta dall’autore in questa ricostruzione criminologica, economica, sociale e politica sul proletariato marginale ed extralegale, è una ricerca-contributo realizzata dall’interno, in presa diretta ed in prima persona.
Per questo è necessario soffermarci sulla biografia di Panizzari e sulla genesi del suo lavoro.

Ragazzo di strada, potenziale ergastolano
Giorgio Panizzari nasce e cresce in una delle ‘barriere’ operaie e popolari di Torino. Adolescente durante l’inizio degli anni ’60, quelli del boom economico, della seicento, della lavatrice, della televisione comprata a riscatto e che funzionava con l’introduzione delle cento lire, come i jukebox, e quando esauriva la carica di tempo (decine di minuti) le trasmissioni si interrompevano, lo schermo diventava nero e se volevi continuare a ‘goderti’ lo spettacolo, dovevi introdurre nell’apposita fessura altre monete. Il fasullo benessere economico aveva beneficiato anche le fasce a reddito medio-basso della popolazione italiana. Ma non tutta.

Rimanevano esclusi i soliti, gli ultimi in tutti i sensi, i senza lavoro, i nuovi disoccupati, gli emarginati politici e sociali. O anche quelli che non volevano sottomettersi al giogo di un lavoro alienante, ripetitivo e che ritenevano inutile. Nascevano e crescevano le bande irregolari di quartiere (batterie o ‘batere‘)composte prevalentemente da giovani non ancora lavoratori garantiti, non più ‘scolarizzabili’ per loro rifiuto, anarchici nel senso di contrari ad ogni forma di potere costituito, ribelli refrattari ad ogni legge. Piccola malavita che ‘delinque’ per sopravvivere, alcuni dei suoi componenti anche perchè non volevano, e non sopportavano, l’idea di svolgere un lavoro in cattività. Panizzari è uno di questi nuovi proletari emarginati: un teppista di strada.

Compie scippi, furti e rapine. A 15 anni varca per la prima volta le soglie di un istituto punitivo: il carcere minorile Ferrante Aporti. Poi, il reparto di “Osservazione” adiacente alla Casa di Rieducazione e, successivamente, viene ospitato nella Casa Benefica per Giovani Derelitti a Pianezza, nella cintura periferica torinese. Da questa ‘benefica’ istituzione decide di fuggire, così, quando lo riacciuffano, viene classificato come “socialmente pericoloso” ed assegnato,”per motivi di sicurezza”, ad una Casa di Rieducazione: il correzionale di Bosco Marengo (To), il peggiore del nord Italia.

Tra scarcerazioni, evasioni e nuovi arresti, arriva all’età di 17 anni (giugno1967), quando lo arrestano nuovamente, affibbiandogli l’articolo 10: irrecuperabilità sociale. Questo gli evita l’internamento in una Casa di Rieducazione e lo rispediscono al “Ferrante Aporti”. Ma la sua “irascibilità” viene curata con l’invio al Centro di Osservazione Manicomiale delle Carceri “Le Nuove”. Appena compiuti i 18 anni (ottobre 1967) viene arrestato con l’accusa di furto in un deposito di pellicce e rinchiuso proprio a “Le Nuove”.

Nel reclusorio torinese conosce e stringe amicizia con Giuseppe Avattaneo, comandante ‘Caino‘ “ex Partigiano temutissimo da guardie e detenuti…Finita la Resistenza, ‘Caino’ l’aveva continuata per i fatti suoi, andando a scovare alcuni collaborazionisti, gente che aveva torturato Partigiani nella famigerata caserma di via Asti, e li aveva poi ‘giustiziati’ con l’aiuto di qualche altro Partigiano”.1 Dai 15 ai 20 anni, resta libero per non più di due anni.

Nell’aprile del ’69 è tra i protagonisti della prima grande protesta carceraria, quella di Torino-Le Nuove. Dopo la rivolta arrivano i trasferimenti in massa. Panizzari intervalla brevi soste in carceri ‘normali’, per poi essere inviato al Manicomio Criminale di Montelupo Fiorentino (Fi). Esce, ma nel 1970, a 21 anni, si costituisce volontariamente per chiarire che non era il responsabile della rapina e omicidio di un orefice. “E’ innocente, sostiene, e si difende vigorosamente. I giornali però lo hanno trasformato in un mostro. Il duello è impari. Da una parte la memoria di un agiato cuneese, dall’altra la presenza di un teppista, un balordo che comunque deve essere messo in grado di non nuocere. Per quattro anni Panizzari si batte, studia legge, imposta la sua difesa, raccoglie testimoni e testimonianze, accetta di essere sottoposto a test psicologici, sempre con la speranza che la società potrà così convincersi della sua verità. Ma per la società un criminale per di più intelligente è insopportabile, è una dimostrazione di colpevolezza”.2 La condanna è: ergastolo! “…dopo che mi ero volontariamente costituito per costrngermi a ‘confessare’ una rapina e un omicidio che non avevo commessi”.3

In appello e Cassazione la pena viene confermata. Panizzari inizia il suo peregrinare tra le varie carceri del ‘Bel paese’, da nord a sud e viceversa, isole comprese. In carcere incontra Adriano Sofri, Guido Viale, Pio Baldelli (‘vittime’ di manifestazioni di piazza e colpevoli di aver compiuti reati d’opinione), Agrippino Costa (‘liberiamo il compagno Costa, rubava quadri da vero artista‘ ), Fiorentino Conti (responsabile della commissione carceri di Lotta Continua). Ad Augusta (Sr) ‘politicizza’ il cappellano del carcere, Padre Giardina, “…un tipo simpaticissimo che accettava di fischiettare ‘Bandiera Rossa‘ in cambio di un salsicciotto e di un bicchiere di vino”.4

Si rapporta con i primi collettivi carcerari: interni (Le Pantere Rosa) ed esterni (I dannati della terra di LC e con i NAP). A Porto Azzurro ritrova il torinese Martino Zicchitella e conosce il ‘torinese’-immigrato Sante Notarnicola. Quando è in ‘cura’ (1974) presso il Manicomio Criminale di Aversa (Cs) lo raggiunge la triste notizia della morte di due suoi Compagni militanti dei Nuclei Armati Proletari, Luca Mantini e Giuseppe ‘Sergio’ Romeo, uccisi durante il tentativo di esproprio di una banca fiorentina pianificato dall’organizzazione.5

Partecipa a rivolte e tentate evasioni: la più ‘possibile’, comunque fallita, quella di Viterbo (maggio 1975, in pieno sequestro Di Gennaro, magistrato di Cassazione, della direzione generale degli istituti e pena del Ministero di Grazia e Giustizia) insieme ad altri due ‘nappisti’, Martino Zicchitella e Pietro Sofia. Quando, luglio 1977, viene ufficializzato il circuito delle carceri speciali, è già detenuto nell’isola dell’Asinara (Ss) dove era arrivato da Poggioreale (Napoli), in cui era stato appoggiato per il processo ai NAP, che gli frutterà la condanna a 16 anni e quattro mesi di reclusione in più.

Dopo il sequestro Moro (16 marzo 1978) è tra i militanti dei Nap, con i soli Pasquale Abatangelo e Domenico Delli Veneri, che aderiscono alle Brigate Rosse. A distanza di un anno anche quasi tutti gli altri militanti dei Nap entreranno nelle BR. Dopo la Settimana Rossa (19-26 agosto 1978 e 21-23 settembre 1978), il 2 ottobre 1979 iniziò la ‘Battaglia dell’Asinara’, “…una lotta che la stampa e i mezzi d’informazione ignorarono accuratamente ‘per ordini superiori’6 e quando i rapporti si deteriorarono sino, quasi, alla rottura, Giorgio Panizzari venne individuato e ‘nominato’ rappresentate dei detenuti per condurre la trattativa con le autorità. A questo proposito è significativa la versione di Pasquale Abatangelo;7…tentammo un riavvio della trattavia, ottenendo di parlare con il sostituto procuratore di Sassari, che era giunto precipitosamente sull’isola. Giovanni Mossa, così si chiamava il magistrato, fece la mossa di accettare il confronto, a condizione di incontrare un nostro delegato. Mandammo Giorgio Panizzari, che era abituato alle missioni impossibili”.

Ancora, sempre da ‘Correvo pensando ad Anna‘, parlando delle diverse caratteristiche e personalità dei detenuti politici e/o politicizzati, scrive “Non spiccavano intellettualmente come Giorgio Panizzari, che a Palmi sapeva tenere a bada brigatisti saccenti e pieni di boria”.
Panizzari, come riconosciuto dal suo Compagno, prima nei Nap, poi nelle Brigate Rosse, il teppista, emarginato e marginale, sapeva coniugare la ‘pratica con la grammatica’, era in grado di svolgere il ‘lavoro intellettuale e quello manuale’.

Proprio nel carcere calabrese, il ‘balordo’ proveniente dalla barriera torinese, incrocia intellettuali e professorini con cui molti volevano regolare i conti: “Ma si riuscì a non ‘fare nessun conto’, nemmeno nei confronti dell’ineffabile Toni Negri, che di ‘storiacce’ alle spalle-e di conti da regolare-ne aveva parecchie e con molti già a quel tempo”,8 ma non è tenero nemmeno con l’antagonista del professore padovano, Alberto Franceschini (che prediceva a Negri la stessa fine di Horst Mahler, ex militante della Raf che era finito a collaborare con il ministero degli Interni…o che si sarebbe suicidato, incapace di affrontare il duro peso della galera) a quel tempo ‘suo’ Compagno: “A posteriori, verrebbe da dire che l’Oracolo Franceschini parlava anche di sé…” .9

Nel corso del 1981 le Brigate Rosse si scindono in Partito Guerriglia e Partito Comunista Combattente dopo uma battaglia furibonda, feroce, accanita e incanaglita all’interno dello ‘speciale’ di Palmi. Panizzari non aderì a nessuno dei due tronconi. “La mia personale posizione era da tempo quella che fu poi assunta dalla frazione ‘Partito Guerriglia’, ma non ritenevo assolutamente che la reale forza socio-politica e quella politico-militare del gruppo che andò poi sotto quella sigla potesse mai minimamente realizzare le tesi e i programmi politici che aveva fatto propri…Per paradosso furono proprio i compagni della frazione PCC, pur consapevoli delle mie posizioni assai diverse dalle loro, che mi chiesero di rimanere con loro anche da posizioni di minoranza , e che soprattutto non mi fecero mancare-come neppure io a loro-un rapporto di immutata stima e rispetto, anche in presenza della più aspra divergenza politica”.10

Ormai, Panizzari, è un cane sciolto, un senza partito. Come ultimo atto di militanza politica sintetizza le sue posizioni in ‘sei tesi’ (L’albero del peccato in nuce?) che divulga dentro e fuori dal carcere. Poi ritorna nell’alveo del solo personale, inizia una lotta contro il sistema martirizzando il proprio corpo. Nel 1983, mentre era ospitato nel penale di Potenza, si taglia la parte inferiore della lingua che gli provoca l’insensibilità permanente di una sua parte. Tornato a Palmi, per protestare contro le limitazioni della vita sociale cui era sottoposto (come tutti gli altri detenuti), nel novembre del 1984 si cuce la bocca e i genitali.

Proprio per la drammaticità e crudezza di tale iniziativa utilizziamo la sua testimonianza diretta: “Mi procurai un ago per suture chirurgiche e del filo biologico, e una sera mi cucii la bocca con quattro punti poco sopra le labbra; quindi mi cucii la pelle del cazzo alla sommità con altri tre punti. Poi ripresi la mia vita di sempre…mi ero cucito bocca e uccello per sperimentare e verificare una cosa della quale ero convinto: che sarebbe stata la stessa cosa!, che non avrei apprezzato alcuna differenza tra corpo cucito e corpo non cucito…Che la bocca l’avevo cucita in quanto fonte e organo principale della comunicazione linguistica, logico-razionale, e il cazzo quale fonte principe (ma non certo la sola) di una comunicazione del corpo, dei suoi sentire, dei suoi desideri…Questo sostenevo. E certo non solo (e non principalmente) per via della condizione carceraria di Palmi”.11

Nel 1993, dopo 23 anni di carcere continuativo, ottiene la semilibertà e il lavoro in una cooperativa informatica. Nuovamente arrestato con l’accusa di aver compiuto tre rapine in banca nell’area romana, viene assolto in Corte d’Appello, ma la semilibertà revocata non gli viene ‘restituita’, per protesta inizia uno sciopero della fame. Nel 1998 il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, gli concede la grazia parziale, richiesta per lui da altri.

Nel dicembre 2000 è nuovamente arrestato per una rapina alla filiale di Todi (Pg) del Monte dei Paschi di Siena. Attualmente è in semilibertà e torna a ‘pernottare’ nel carcere di Bollate (Mi).
Oltre a “L’albero del peccato” ha scritto “La danza degli aghi” (1986) “…il carcere è fatto per questo , per sorvegliare e punire quello che non è addomesticabile secondo le regole del tempo in cui ci è dato vivere” (Rosella Simone);12 la sua autobiografia, “Libero per interposto ergastolo” (1990), “Il sesso degli angeli. Nel labirinto della sessualità carceraria” (1991): “Dieci storie vere, tra mimetismo, sublimazione e dramma, di ordinaria follia carceraria, con al centro la grave, scabrosa, tormentosa deprivazione sessuo-affettiva dei detenuti. Omosessualità latente, masturbazione, autorepressione, alienazione: lo schizofrenico limbo dei “corpi del reato”, condannati anche e soprattutto a un’impossibile eterosessualità e a un’omosessualità comunque inibita e “vietata”. In appendice, un sondaggio tra i detenuti, e la drammatica vicenda di un carcerato transessuale“. (Centro di Documentazione Studi e Ricerca sulla Cultura Laica Piero Calamandrei).13

La pianta e i ‘frutti’ proibiti
Una prima versione, ridotta e parziale rispetto all’edizione attuale, di “L’albero del peccato” è stata pubblicata nel settembre 1983 a cura del Collettivo Rebelles di Parigi e stampato presso ‘L’ateliers graphiques’ di Bruxelles. La firma dell’autore era: Collettivo Prigionieri Comunisti delle Brigate Rosse. Sostanzialmente la quasi totalità dei militanti BR detenuti nel carcere di Palmi (Rc). Un ‘foglietto volante’, inserito all’interno del libro (sicuramente successivo alla stampa dello stesso, quasi come rettifica, preventiva o tardiva?) spiegava le ragioni, la natura ed indicava i tempi di realizzazione dello scritto. “Questo scritto esce a stampa a tre anni di distanza della sua stesura (che risale al dicembre ’80/gennaio ’81) e per iniziativa del Collettivo Rebelles a causa delle difficoltà frapposte dallo stato italiano alla sua pubblicazione”.

Precisava anche che: “Dal tempo della sua stesura ‘molta acqua è passata sotto i ponti’ sia per il movimento rivoluzionario sia per la controrivoluzione. Il centro dello scontro nel movimento rivoluzionario italiano attualmente si è spostato su temi diversi per molti aspetti da quelli trattati nel libro: la sua pubblicazione in questi mesi potrebbe addirittura essere sentita, a torto, come una presa di posizione del ‘Collettivo Rebelles’ a favore delle correnti ‘soggettiviste’ che si ostinano ancora a porre il proletariato prigioniero come soggetto centrale del movimento rivoluzionario o addirittura a costruire una immagine della società metropolitana a somiglianza di un grande penitenziario…Niente di più estraneo a noi di ciò”.

Da questa quasi presa di distanza dal contenuto del libro, si intuisce come la realizzazione, pubblicazione e diffusione sia stata ‘contrastata’, ed abbia incontrato, probabilmente, forte opposizione politica in campo ‘rivoluzionario’. Come sopra ricordato, nel corso del 1981, le Brigate Rosse si scindono in due tronconi: Partito Guerriglia, i cui principali esponenti e propugnatori sono Renato Curcio e Alberto Franceschini (a questa ‘corrente’, come ricorda Pasquale Abatangelo in “Correvo pensando ad Anna”, aderisce la quasi totalità dei militanti prigionieri); e Partito Comunista Combattente che ha come autorevoli referenti, tra gli altri, Prospero Gallinari, Francesco Piccioni, Bruno Seghetti. Successivamente, alcuni ‘guerriglieri’, Pasquale Abatangelo tra loro, abbandonano la compagine ed aderiscono al PCC.

Tornando alle ‘giustificazioni’ accompagnatorie del Rebelles all’ “Albero”, si concludono così: “Riteniamo utile la sua pubblicazione come strumento per sostenere l’alleanza della classe operaia e dei suoi organismi rivoluzionari con le masse proletarie ‘emarginate’ delle metropoli imperialiste e con i popoli oppressi e sfruttati del Terzo Mondo”.
La struttura della pubblicazione è suddivisa in sei capitoli (tesi) ben definiti e argomentati: I) Le origini e le caratteristiche strutturali del proletariato extralegale; II) Le forme d’organizzazione, di lotta e di coscienza dell’extralegalità; III) Carcere e politica penitenziaria; IV) Carcere e movimento politico del proletariato prigioniero; V) Quattro tesi politiche; VI) Elementi di programma.

Di questo contributo teorico parla anche Pasquale Abatangelo:14Da Palmi era uscito un volume, intitolato ‘L’albero del peccato’, che riuniva i materiali di un lungo lavoro iniziato all’ Asinara (probabilmente si riferisce al cosiddetto “Documentone” e a quello che si considera la sua continuazione ed ampliamento: “L’Ape e il Comunista “ n.d.a.)15nel quale la trasformazione storica dei volti della criminalità veniva proposta come chiave interpretativa del destino del proletariato metropolitano”.

A questi elaborati si affiancano anche altri lavori d’area, intesa come Partito Guerriglia. Oltre al vero e proprio manifesto di fondazione16 il pezzo forte di appoggio è firmato da coloro che vengono considerati i due più autorevoli militanti prigionieri: Renato Curcio ed Alberto Franceschini. Il suo titolo è “Gocce di sole nella città degli spettri” che, dopo una premessa redazionale, una prefazione di Pio Baldelli, ha una pagina titolata ‘Prima di tutto‘ che riporta la citazione di Marx: “…dal tempo di Adamo l’albero del peccato è nello stesso tempo l’albero della conoscenza…17

Pasquale Abatangelo lo definisce “Una ulteriore spinta verso la ‘complessificazione’ del paradigma marxista in direzione di una più attenta considerazione degli elementi sovrastrutturali della lotta di classe18. Uniche voci fuori dal coro, rispetto alla corrente maggioritaria, Andrea Coi, Prospero Gallinari, Francesco Piccioni, Bruno Seghetti delle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente che con Politica e Rivoluzione19 rivolgono “…un’aspra critica, ispirata a un marxismo solido e ‘tradizionale’, delle tesi esposte da Curcio e Franceschini…” (P. Abatangelo, cit.).

L’edizione da poco pubblicata del testo di Panizzari, su iniziativa del Centro Studi Territoriali “Ddisa” di Lentini (Sr) e a cura del Centro d’Iniziativa ‘Luca Rossi’ di Milano che, nella premessa editoriale, ricorda come “una prima versione del libro, corrisponde grossomodo ai capitoli III e IV del presente volume”.
L’autore, nella premessa (redatta nel 2015, due anni prima della stampa effettiva) evidenzia queste caratteristiche relativamente alle sue riflessioni e ricerche, l’ elaborazione “si chiude nel 1989 ma la sua gestazione era durata una decina di anni tra enormi difficoltà…Il testo che segue ha quindi in primo luogo un valore di testimonianza…”. E anche se si ferma alla fine degli anni ottanta mantiene le proprie caratteristiche di interesse e peculiarità, originalità ed attualità. Quindi non un limite, anche se solo temporale, ma l’indicazione di un periodo che abbraccia il ‘peggiore’ decennio che ci sia toccato di attraversare.

Tratteggia, con cognizione di causa, le caratteristiche del ‘crimine’ così come si sono dipanate a partire dalla metà dell’ottocento, le sue modificazioni ed adattamento al mutamento dei tempi, nonché la sua evoluzione. Confronta le varie scuole di pensiero elaborate per contrastare il fenomeno della delinquenza. Dalle più ottuse e retrive fino a quelle ‘illuminate’, contemporanee al “sorgere delle idee socialiste” che ritenevano la delinquenza “…un sottoprodotto delle storture dell’industrializzazione e della degradazione che queste inducevano in alcune classi sociali…e il delinquente era una vittima della società”.

Individua, e segnala, la diversità di ‘classe’ del crimine: “La prostituzione patentata, il furto materiale diretto, il furto con effrazione, l’assassinio e il brigantaggio per le classi inferiori; mentre le abili spoliazioni, il furto indiretto e raffinato, lo sfruttamento sapiente del gregge umano, i tradimenti di alta tattica, le astuzie trascendenti, infine tutti i vizi e tutti i crimini ‘veramente lucrativi’, eleganti, che la legge è troppo ben educata per raggiungere, rimangono il monopolio delle classi superiori”.20
Gli esempi e le considerazioni non riguardano solo il suolo italico, ma abbracciano anche vecchio e nuovo continente.

Così come si ricordano i diversi approcci di criminologi, psicologi e sociologi ‘ante litteram’. Lo svilupparsi del fenomeno di proletariato marginale ed illegale è riconducibile ad alcuni fattori di sovrapproduzione capitalista: le guerre, l’incremento demografico, la disoccupazione, il sottolavoro, quello precario e non garantito (“Modi di produzione della criminalità”). Inoltre “la branca del lavoro extralegale, sotto la pressione dei ‘consumatori senza salario’ negli ultimi venticinque anni si è enormemente dilatata e complessificata”.

Panizzari, nell’analizzare questi mutamenti socio-economico-politici, utilizza gli strumenti classici del marxismo a cui affianca “un affrontamento franco, diretto, rigoroso”. Come direbbe una certa metodologia filologica21 una ricerca effettuata direttamente ‘sul campo’.
Così, maneggia Marx-Engels, Foucault, Marcuse, Lombroso e Beccaria nonché molti altri ‘esperti’, letterati, economisti, e scienziati del crimine. Ma, indirettamente, interpella anche i ‘complici’ di tante scorribande. E, il ‘corpus’ della sua inchiesta è focalizzato sul più debole e vulnerabile del proletariato marginale, quello imprigionato.

I capitoli centrali, non solo tipograficamente, sono dedicati all’individuazione e analisi di come si determinano queste ‘nuove’ figure sociali ed economiche: “Tempi e metodi del lavoro extralegale” (“…extralegale non è extrasociale, non è nemmeno asociale: è prodotto squisitamente sociale”), nonché alla descrizione (non edulcorata) della gran massa di ‘non salariati’ (nel senso classico di chi, lavoratore subalterno, riceve un salario in cambio di una prestazione, perlopiù manuale) incarcerata: “La frazione prigioniera del proletariato extralegale in Italia e i suoi lunghi anni settanta”.

Dopo aver passato in rassegna gli ultimi avvenimenti più politici (rivolte, lotte, tentate evasioni, spaccature ideologiche e divisioni, anche umane, dissociazioni e ‘pentimenti’) l’ultimo paragrafo di questa parte ha il significativo titolo “Ed è ancora mercato”. Che si conclude così: “…il 31 marzo 1988 il ministero della Giustizia informava che i detenuti in stato di detenzione effettiva ammontavano a 36.179, da che nel 1970 erano 35.000! E viene da rammentare i dati rilevati dalla Commissione d’indagine della Presidenza del Consiglio, che nel 1987 individuavano 8,3 milioni di persone povere…Evidentemente, nel corso del ‘secondo miracolo economico’ non tutti i cittadini sono stati miracolati! E nessuna politica penitenziaria, io credo, può surrogare i miracoli”.

All’interno del suo lavoro, Panizzari, delinea anche le caratteristiche particolari delle grandi organizzazioni criminali italiane nell’ambito dell’extralegalità, le“…’tre sorelle’ o, come recita la loro cultura orale, ‘tre cavalieri uniti da un patto di sangue’”: Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra. Così come sottolinea la diversità di pentimento, rispetto ai ‘politici’, degli affiliati a queste ‘multinazionali del crimine’.

L’attuale edizione di “L’albero del peccato” si conclude con l’autore che ricorda tutta una serie di dinamiche e di ‘valori’ propri dell’ extralegale per rimarcare che “Chi è cresciuto nell’etica della strada, nei linguaggi gergali della notte, nei riti dei riformatori e degli interrogatori di polizia può ben dire di aver compiuto una prima liturgia iniziatica per l’appartenenza a pieno titolo a un certo mondo adulto”.


  1. Giorgio Panizzari, Libero per interposto ergastolo. Carcere minorile, riformatorio, manicomomio criminale, carcere speciale: dentro le gabbie della Repubblica, Kaos Edizioni, Milano, gennaio 1990  

  2. Archivio Franca Rame Dario Fo, Soccorso Rosso – 1969. Intervento di Franca Rame alla presentazione del libro di Giorgio Panizzari “La danza degli aghi”, 22.11.1986  

  3. G. Panizzari, Libero per interposto ergastolo, cit.  

  4. G. Panizzari, Libero per interposto ergastolo, cit.  

  5. Vedi https://www.carmillaonline.com/2017/05/17/ribelle-sociale-militante-comunista-senza-perdere-la-tenerezza/  

  6. G: Panizzari, Libero per interposto ergastolo, cit.  

  7. Pasquale Abatangelo, Correvo pensando ad Anna, Edizioni Dea, Firenze, marzo 2017  

  8. G. Panizzari, Libero per interposto ergastolo, cit.  

  9. G. Panizzari, cit.  

  10. G. Panizzari, cit.  

  11. G. Panizzari, cit.  

  12. Giorgio Panizzari, La danza degli aghi, Cooperativa Apache, Roma 1986 ed Edizioni Ddisa, Lentini (Sr) 2015  

  13. Giorgio Panizzari, Il sesso degli angeli. Nel labirinto della sessualità carceraria, Kaos Edizioni, 1991  

  14. P. Abatangelo, Correvo pensando ad Anna, cit.  

  15. Collettivo Prigionieri Comunisti delle Brigate Rosse, L’Ape e il Comunista, Carcere di Palmi 1980, Corrispondenza Internazionale, anno VI , nn. 16/17, Roma, dicembre 1980  

  16. Brigate Rosse-Partito della Guerriglia, Tesi di fondazione del partito, dicembre 1981, in Progetto Memoria, Le parole scritte, Roma, 1996  

  17. R. Curcio e A. Franceschini, Gocce di sole nella città degli spettri, Corrispondenza Internazionale, anno VII, supplemento ai nn. 20/22, Roma, dicembre 1982  

  18. P. Abatangelo, cit. 

  19. A. Coi, P. Gallinari, F. Piccioni, B. Seghetti, Politica e Rivoluzione, Giuseppe Maj Editore, Milano, dicembre 1983  

  20. da “La Phalange”, Parigi, 10 dicembre 1838  

  21. La filologia moderna si articola in due grandi direzioni: da una parte si tende a reperire, ricostruire e interpretare i testi (studio delle testimonianze verbali); e dall’altra a mettere in luce e interpretare fatti di ogni genere che giovino alla comprensione dei testi stessi: studio delle cose  

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