di Alfio Neri

D. Argiropoulos, Spigolare parole rubare sguardi. Conversazioni con i rom, Polistampa, 2013.
A. Mochi Sismondi, Confini diamanti. Viaggio ai margini d’Europa, ospiti dei rom, Ombre Corte, 2012.

Ci sono anche degli ‘zingari’ felici, ma nei campi nomadi se ne vedono pochi.
Emergeva questo da una serie di incontri su lingua, vita e cultura dei rom e sinti, organizzati questo inverno a Bologna.
In questi simposi il protagonismo aperto e dialogico dei cosiddetti “nomadi” faceva partecipare i gagi (cioè i non rom) ai loro problemi.
Ascoltare significava aprirsi a un mondo parallelo. Superato il pregiudizio, il nostro come il loro, era sufficiente mettersi in una posizione di ascolto per udire essere umani parlare di problemi molto concreti.
La dura vita dei campi nomadi, le inaspettate strategie di sopravvivenza, la chiara coscienza di un’identità collettiva ma anche la reale ostilità dei gagi nei loro confronti. Tutto questo prendeva la forma di narrazioni argute, di esperienze vissute raccontate con passione.

Le storie dei campi nomadi che affioravano erano racconti profondamente umani, con un’enorme densità di vissuto. Erano vicende dure, raccontate da persone vere che volevano far capire gli enormi problemi che vivevano. Con tutti i loro difetti e con tutti i loro errori, i protagonisti si mostravano per quello che erano, esseri umani che vivevano in un mondo difficile. Tra il drammatico e il divertente, i dialoghi dei simposi mostravano le vicende sconcertanti di un’umanità viva e dolente che tentava di sopravvivere e che non si rassegnava.

Gli intrecci delle storie a volte erano inaspettati. La vita da marginali è difficile ma anche ricca e complessa.
Erano storie di famiglie patriarcali in cui le donne lavoravano molto più degli uomini.
A volte emergevano storie di migranti che avevano cambiato nazione senza migliorare di molto la propria vita. C’era la presenza di una lingua comune che veniva dall’India e che, dopo tanto, è ancora usata oggi.
Colpivano molto le storie di lavoratori che non dicevano sul luogo di lavoro di essere rom e sinti, per non essere licenziati. Fra tutto risaltava la presenza di famiglie definite nomadi che da decenni vivevano nello stesso posto e che, a rigore di logica, da decenni non erano più nomadi.

Il polso della gravità della situazione è emerso subito con le storie sulla scolarizzazione dei bambini.
La cosa colpiva parecchio anche perché partecipavano agli incontri molti insegnanti.
Le famiglie di provenienza dei bambini rom sono spesso straniere e semianalfabete. Anche i sinti, pur parlando in casa italiano, hanno un livello di istruzione scolastico piuttosto basso.
Tutti questi bambini sono in genere molto vivaci e provengono da campi sovraffollati che non hanno spazi privati da dedicare allo studio personale. Questa situazione iniziale, unita a forme agghiaccianti di pregiudizio, genera un percorso di precoce stigmatizzazione e di quasi automatica marginalizzazione.
Spesso la mancata valorizzazione di questi alunni pregiudica da subito il futuro percorso scolastico.
Ai nostri occhi, il ricorrente scacco scolastico sembra più il prodotto di modalità di scolarizzazione paranoiche, che il risultato di una mancanza di impegno personale da parte dell’alunno.
Dalle storie di vita emergeva che i ricorrenti problemi scolastici dei bambini iniziavano tutti con un approccio escludente alla scuola dell’obbligo. In pratica già subito sembrava innescarsi un meccanismo di fuga e ribellione che finiva per culminare con la scelta di evitare l’obbligo scolastico, cioè con l’inizio di un percorso di marginalizzazione sociale.

Un’altra cosa che colpiva era l’ambivalenza fra il timore di dichiararsi apertamente e la coscienza di una forte identità collettiva.
Essere rom non è facile perché la vita materiale è difficile, non perché l’identità rom in quanto tale sia difficile da vivere.
Essere rom non è un problema per i rom.
I problemi sono altri: la disoccupazione, il sovraffollamento dei campi e la marginalità sociale e lavorativa. Fra tutti poi emerge la vita quotidiana nei campi nomadi, un ghetto di miseria che abbruttisce chi vi abita.

Fra i testi a disposizione ne vorrei segnalarne due.
Spigolare parole rubare sguardi di Argiropoulos è un testo, pare, inspiegabilmente esaurito. E’ una descrizione della vita dei campi nomadi fatta, nei limiti del possibile, con le loro stesse parole.
Il libro inizia con una serie di storie di vita che hanno la forma di racconti orali. Il risultato è una narrazione partecipata, una storia di storie che mostra come queste vite vissute abbiano spesso il sapore amaro di vite da cani.
Il testo punta il dito sulle dinamiche degenerative proprie del campo nomadi. Questa istituzione, che esiste solo in Italia, ha finito per creare un ghetto fuori città in cui le evidenti difficoltà di questo gruppo si sono moltiplicate in modo drammatico. Pensato per raccogliere queste genti, il campo nomadi è un’istituzione diabolica che offrendo uno spazio protetto, crea un ghetto di marginali da cui è difficile uscirne.

Il secondo libro da segnalare è Confini diamanti di Mochi Sismondi. Parla di una coppia italiana che, per vicende di vita, prende residenza a Šutka, in Macedonia, l’unica municipalità al mondo in cui i rom sono la maggioranza.
In questo piccolo universo dolceamaro, fra gioie e tragedie, emerge la presenza di un popolo minoritario che, in mezzo alla polveriera balcanica, vive la sua vita in un modo molto più civile di quanto si possa immaginare.
Fra risate e tragedie, Mochi Sismondi mostra la quasi normalità di questo angolo di mondo che, senza naufragare, vive la sua vita senza starsela a menare.

Non ci sono ‘zingari’ felici, esistono solo esseri umani (che hanno parecchi problemi).

A Pino de March e a molti altri che hanno reso possibile questo articolo.

Nota: Gli incontri sono stati sei, si sono svolti nel corso dell’inverno e hanno avuto la forma giuridica di un corso di aggiornamento per insegnanti.
Si è trattato di un “Corso di formazione sulla lingua, sulla cultura e sulla vita quotidiana delle genti italiane ed europee di origine sinti e rom (romani)”.
Il corso era organizzato dal CESP (Centro Studi per la Scuola Pubblica), dal MCE (Movimento di Cooperazione Educativa) dalla Libera Comune Università/Pluriversità della Bolognina, un’associazione culturale di quartiere.

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