di Fabrizio Salmoni

pinelli Gabriele Fuga, Enrico Maltini, Pinelli. La finestra è ancora aperta, ed. Colibrì 2016, pp. 272, € 14

Non lo hanno mai fatto magistratura e commissioni di inchiesta, sono stati gli autori (un docente universitario e un avvocato) di questa formidabile definitiva inchiesta su Pinelli e la strategia della tensione a completare lo scenario storico e politico, delineato nell’immediato di quei lontani giorni del 1969 nel famoso La Strage di Stato, entro cui quei fatti si svolsero. Ora si può dire che la verità è stabilita con solo pochi dettagli, probabilmente impossibili da recuperare ormai per ragioni anagrafiche, ancora da chiarire.

Va detto subito che tutto quello che si legge è ampiamente documentato con tanto di riproduzioni in copia dei documenti. Persino le note e le schede, dovute principalmente alla meticolosa collaborazione di Fiorenzo Angoscini e Elda Necchi, rivelano il puntiglio virtuoso con cui si è valutato ogni dettaglio dell’intricata vicenda. Ma ora possiamo dire che finalmente SAPPIAMO .

Una premessa: l’inchiesta riparte dall’acquisizione di nuove fonti documentarie indiscutibili, “ufficiali”, un incidente in cui lo Stato si è fatto male da solo ma che nessuno ha mai voluto divulgare: nell’ottobre 1996, i giudici milanesi Massimo Meroni e Maria Grazia Pradella che indagano su piazza Fontana rinvengono in un deposito del Ministero dell’Interno sulla circonvallazione Appia a Roma l’archivio segreto del famigerato Ufficio Affari Riservati, circa 150 mila fascicoli non catalogati. Erano malamente accatastati all’aperto dentro scatoloni che sembravano solo aspettare il macero. I due giudici indagano, convocano testimoni “eccellenti”, verbalizzano, allegano documenti tratti dall’archivio segreto ma poi ancora una volta tutto si ferma con l’archiviazione decretata dalla Procura di Milano nell’ottobre 2013. E’ stata l’Associazione Casa della Memoria di Brescia ad intraprendere la digitalizzazione degli atti giudiziari fornendo cosi il materiale di indagine ai ricercatori indipendenti.

In quel “tesoro” si trovava tutto il necessario per giungere finalmente alla verità: fatti, persone, descrizione dei meccanismi politico-polizieschi che hanno predeterminato e realizzato la strategia della tensione. Solo alcuni dei personaggi “rivelati” furono ascoltati subito dopo il reperimento della
documentazione, nel 1997 ma nessun organo di informazione ne diede notizia e molti altri testimoni eccellenti non furono mai neanche convocati. Quei molti non erano mai stati neanche nominati nei precedenti procedimenti giudiziari.

Leggendo il libro, non si fa fatica a capire il perchè: nessuno ne esce incolume. Né le più alte autorità politiche del tempo, né i partiti, né gli apparati, né i media, né la magistratura, né i singoli protagonisti, Calabresi compreso, per intenderci. Niente finte-verità che tengono, come le usurate, reiterate, comode espressioni “servizi deviati”, “pezzi dello Stato”: no, TUTTO lo Stato, intimorito dal montare impetuoso della protesta sociale e marcato stretto dall’alleato americano in preda alla paranoia da guerra fredda, era coinvolto nella pianificazione della strategia della tensione, nella premeditazione dello sbocco autoritario (esautorazione del Parlamento, leggi di emergenza, carta bianca alle bande fasciste, arresti e repressione estesa) che doveva seguire il caos causato dalle bombe. Aveva ragione la sinistra extraparlamentare che lo disse subito: la strage era di Stato. Aveva ragione ad attrezzarsi per difendersi da ciò che doveva seguire alle bombe. La tragedia del golpe fu evitata per un soffio e grazie proprio alla reazione dell’ opinione pubblica, della società civile, dei militanti della sinistra e di alcuni giornalisti intraprendenti e coraggiosi. Questa nuova inchiesta getta nel totale discredito tutto il sistema politico di allora e, di conseguenza, per continuità e diritto ereditario, anche quello attuale che si è ben guardato dal cercare la verità.

E’ rivelato il ruolo fondamentale dell’Ufficio Affari Riservati condotto da Federico D’Amato con la sua corte di sbirri fascistoidi che quella notte del 15 Dicembre “comandavano” alla Questura milanese e dettavano persino il testo della conferenza stampa in cui Guida, Allegra e Calabresi dovevano affermare che Pinelli si era suicidato perchè colpevole.
Della presenza di quel manipolo dell’UAR non si è mai saputo nulla fino alla scoperta dell’archivio segreto.

Anche dalle nuove evidenze Calabresi esce molto male. E su questo niente da stupirsi. Malgrado le contrastanti versioni sulla sua presenza nella stanza che gli hanno sempre lasciato il beneficio del (minimo) dubbio, le sue responsabilità secondo l’inchiesta sono gravi e decisive. Sono diversi i motivi elencati “per ritenerlo responsabile della morte di Pinelli e dell’offesa continuata alla sua memoria“.

C’è poi il capitolo, fondamentale per novità, delle spie che contribuiscono a preparare la trappola per gli anarchici, concertando la strategia con l’UAR. Un nome su tutti che vale la pena fare e divulgare e su cui si concentrano le peggiori responsabilità: quell’Enrico Rovelli che a Milano è conosciuto per aver aperto e gestito noti locali per concerti come il Carta Vetrata di Bollate, il Rolling Stone e l’Alcatraz. Il suo nome era già stato fatto dal foglio anarchico Umanità Nuova nel 1975 ma vista la fonte nessun organo di informazione vi aveva dato peso. Con lui vengono poste le basi della montatura che porterà a incastrare Valpreda e al tentativo di coinvolgere Pinelli. Rovelli è ancora vivo e residente nel milanese. Dicono che abbia avuto fortune alterne nella sua carriera di promoter, alti e bassi economici, ma è riuscito a nascondere il suo passato. Chissà se almeno soffre di incubi notturni.

Un discorso specifico è dedicato alla magistratura. Oltre alla prima inchiesta sulla morte di Pinelli condotta prima dal Pm Caizzi e archiviata subito dal G.I. Amati con la motivazione del suicidio, e alle vicissitudini del processo Calbresi-Baldelli (Lc), il dato politico più significativo proviene dall’inchiesta successiva del giudice D’Ambrosio generata nel 1971, dopo la sospensione del processo, dall’esposto della signora Pinelli per omicidio volontario, violenze private, sequestro di persona, abuso d’ufficio e abuso di autorità nei confronti di tutti i poliziotti coinvolti. L’inchiesta si chiude nel 1975 con la nota conclusione detta del “malore attivo” che proscioglie i querelati e lascia la materia nella più profonda ambiguità. D’Ambrosio cosi sentenziando si sfila dalle responsabilità, eppure è un magistrato “democratico” che nelle dichiarazioni fa capire di aver capito il grande gioco e i suoi protagonisti, che porta in fondo l’indagine su Freda e Ventura, che addirittura accusa i colleghi magistrati della prima indagine di essere stati “condotti per mano dalla polizia“.

D’Ambrosio però era anche “in forte sintonia” con il Pci ed è opinione degli autori che “per denunciare o perseguire i responsabili diretti e indiretti (Dc, Psdi, le destre) e le forze oscure della vicenda (UARR, Sid, Gladio, Nato, Cia, ecc.) che a quei partiti o settori erano legate, occorreva una forza che sia lui che il Pci non potevano o non volevano avere…tanto più che la richiesta di legittimazione politica cui quel partito ambiva era rivolta a quelle stesse forze“. Quindi, “meglio non vedere, non sentire, non parlare e nel caso specifico non indagare…“.
Naturalmente gli autori si addentrano nell’anomalia D’Ambrosio, ma la sostanza è che D’Ambrosio ha verosimilmente abdicato ai propri doveri negando la verità al Paese e facendo scelte “coerenti con la logica del compromesso storico“.

Ipotesi che fa ricordare altri pm, altri giudici “democratici” che da allora a oggi hanno operato favorendo più o meno direttamente il Pci e i suoi derivati. Pensiamo al Catalanotti bolognese che si impegna a stroncare il movimento del ’77 nella città-modello del Pci e manda impunito il carabiniere Tramontani assassino di Francesco Lorusso; pensiamo al Calogero dell’inchiesta “7 Aprile” che solo quattro anni dopo (1979) portò in carcere tutti i vertici ideologici dell’Autonomia Operaia con il Pci in piena dirittura di arrivo al governo; pensiamo ai Violante e Caselli che un Partito rabbioso per aver perso il treno del governo scatena contro le organizzazioni combattenti, e arriviamo all’attualità con il Caselli che dal 2012 si dedica a perseguire i valsusini che ostacolano la realizzazione dell’inutile Tav su cui il Pd è il primo ad avere forti interessi.
E’ una finestra drammatica e inquietante quella che questo libro apre su questo nostro disgraziato Paese che non riesce ancora a liberarsi di una classe politica legata e sopravvissuta al filo lungo delle stragi e della strategia della tensione.

Dobbiamo tutti grande riconoscenza agli autori di questo libro (Maltini è deceduto proprio durante la lavorazione finale) e all’editore per aver ripreso e concluso il lavoro iniziato con l’edizione precedente dello stesso testo1 e dalla la prima inchiesta (La Strage di Stato) e per mantenere viva la memoria di Giuseppe Pinelli. E’ un libro “eversivo” perchè la Verità è tale, anche a distanza di 47 anni, e perchè scopre il verminaio che è stata la classe politica che ha retto il Paese nella sua continuità fino ad oggi e l’intreccio infame delle complicità tra tutti i poteri dello Stato, media compresi. Meriterebbe di essere divulgato, presentato e commentato su ampia scala. Non avremo mai la verità giudiziaria ma quella storica è più che sufficiente.


  1. Gabriele Fuga, Enrico Maltini, E a finestra c’è la morti. Pinelli: chi c’era quella notte, Zero in Condotta 2013, già recensito su Carmilla da Gianfranco Marelli: https://www.carmillaonline.com/2013/08/10/gabriele-fuga-enrico-maltini-e-a-finestra-ce-la-morti-pinelli-chi-cera-quella-notte/