di Sandro Moiso

mattioli_l_ultimo_serpente_guthrie A. B. Guthrie, L’ultimo serpente, Mattioli 1885, 2016, pp.150, € 16,90

«Qui siamo giovani», dissi e lasciai la frase in sospeso, sentendomi al tempo stesso felice e pentito della nostra natura”. Basterebbe quest’unica frase, contenuta nell’ultima pagina dell’ultimo dei tredici racconti contenuti nell’antologia appena pubblicata da Mattioli 1885, per riassumere la poetica di Alfred Bertram Guthrie Jr e la visione della storia americana contenuta in quasi tutta la sua opera narrativa.

Che l’America sia una nazione giovane fa parte della mitologia statunitense, politica e letteraria, e questo l’autore, nato nel 1901 e morto nel 1991, lo accetta e lo ribadisce spesso, ma, allo stesso tempo, rendendosi conto che questa apodittica affermazione, che costituisce uno dei fondamenti di tutta la narrazione di ciò che vuol dire ”essere americani”, porta con sé un’ombra. Scura. Molto. Un’ombra che accompagna la crescita smisurata di una nazione e gli atti che la sua componente WASP ha dovuto compiere per far sì che questo avvenisse.

Alfred Bertram Guthrie Jr. si muove sempre, con la sua scrittura, in una zona crepuscolare tra la luce del Mito e l’ombra del peccato. Non del peccato originale che i Padri Pellegrini portarono con sé, cercando di farlo scontare ai “selvaggi” abitatori del Nuovo Mondo. No, è qualcosa d’altro. E’ la presunzione di un’innocenza che non c’è mai stata, ciò che ha fatto dire a James Ellroy: “L’America non è mai stata innocente. Abbiamo perso la verginità sulla nave durante il viaggio di andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto. Non si può ascrivere la nostra caduta dalla grazia ad alcun singolo evento o insieme di circostanze. Non è possibile perdere ciò che non si ha fin dall’inizio.
La mercificazione della nostalgia ci propina un passato che non è mai esistito.
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Guthrie avvertì questa contraddizione molto in anticipo rispetto a tanto cinema e a tanta letteratura americana. Forse più nei romanzi, in particolare “Il grande cielo”, che nei racconti pubblicati in questa occasione, ma anche in questi è possibile cogliere più di una traccia di quell’inquietudine che attraversa spesso i suoi scritti. C’è sempre qualcosa fuori posto in quel che accade oppure in ciò che i testimoni e i narratori degli eventi provano intimamente.

Testimoni che, come sovente accade nella letteratura americana da Mark Twain a Hemingway e a Cormac McCarthy, sono il più delle volte bambini o adolescenti. Stratagemma letterario che, molto più che in altre letterature, simboleggia il momento del passaggio ad un’altra visione del mondo, ad un’altra consapevolezza di ciò che la vita riserva a chi diventa adulto e quindi, in teoria, pienamente cosciente del mondo e delle sue brutture.

Sì, perché quasi sempre questo tipo di costruzione letteraria sembra voler suggerire che con l’adolescenza si passa da un mondo di bellezza e di quiete ad uno di tristi scoperte. Destinate a farci vedere sotto un’altra luce ciò che prima sembrava essere così luminoso, dolce, rassicurante.
Ciò può avvenire attraverso la scoperta della violenza paterna nei confronti del cane di casa (Ebbie) oppure attraverso l’intuizione della sottile e feroce vendetta contenuta nella difesa dei valori della cultura (Un accordo).

Ciò che a tratti potrebbe rendere poco visibile questo aspetto della poetica di A. B. Guthrie è il fatto che, in particolare in questa antologia,2 spesso i racconti assumono un tono umoristico, in cui le armi e le sparatorie cui ci hanno abituati altri scrittori del West mancano del tutto oppure rivestono soltanto un ruolo secondario, poco importante e quasi mai decisivo ai fini della narrazione. Una sorta di “nota di colore locale”, ma nulla di più.

Quello che più conta è spesso l’arguzia oppure la rabelasiana descrizione degli avvenimenti ad opera di un testimone che gode nell’esagerare i fatti allo scopo di stupire gli ascoltatori.
Questa caratteristica narrativa, Guthrie la ruba decisamente dall’umorismo americano della Frontiera,3 nato attorno al 1820 in racconti e riviste che, di fatto, per la prima volta trasformavano il vernacolo orale della frontiera in scrittura, donandogli una dignità letteraria che in seguito Samuel Clemens alias Mark Twain avrebbe tramutato nella lingua della moderna letteratura americana.

Ma stia attento il lettore, quell’umorismo non era sempre, e non lo è neanche quello di Guthrie, così bonario come potrebbe sembrare di primo acchito. Intanto nasconde quasi sempre una violenza potenziale che magari non esplode direttamente, ma rimane latente tra le righe e tra le parole del narratore. Il rapporto con il mondo circostante rimane spietato, spesso privo di scrupoli morali e la narrazione non è quasi mai didascalica. La gratuità della narrazione rivela però che le spacconate appartengono a dei moderni picari liberatisi dalla presenza dei loro precedenti obblighi nei confronti di autorità che si ponessero al loro di sopra e che di ciò si approfittano.

L’uomo della frontiera diventa così un primitivo senza morale e senza obblighi verso il resto del gruppo e l’ambiente circostante, a differenza dei nativi, gli appartenenti alle tribù dei Crow, dei Blood e tutte le altre citate ad esempio nel racconto che dà il titolo all’antologia (L’ultimo serpente), che costituiscono sempre una sorta di lontana e ormai irraggiungibile comunità umana, che l’uomo bianco in veste di cacciatore di pellicce invidia e allo stesso combatte al fine di sopravviverle, sul momento, e distruggerla, in futuro.4

Infine c’è da sottolineare come l’autore americano, in linea con le storie western di cui è stato maestro, costruì una sua personale mitologia dichiarando, ad esempio, di essersi trasferito ancora bambino in Montana, dall’Indiana in cui era nato, quando il padre fu nominato Direttore della prima scuola superiore di quel territorio; mentre altre fonti testimoniano che in realtà la prima scuola superiore del Montana fu la Helena High School, fondata nel 1876. Venticinque anni prima della nascita dello scrittore.

Nell’antologia gli avvenimenti collegati a quel mitico arrivo nel West, dove comunque Guthrie avrebbe poi sempre vissuto, sono ricostruiti proprio dalla voce del figlio di un direttore di scuola superiore nel racconto Il primo direttore. E in tale occasione il cerchio simbolico tra narrazione mitica orale, invenzione letteraria e autobiografia si chiude perfettamente.


  1. James Ellroy, American Tabloid, Mondadori 1995  

  2. Pubblicata per la prima volta negli Stati Uniti nel 1960: A.B: Guthrie, The Big It, And Other Stories  

  3. Si veda in proposito Claudo Gorlier (a cura di), Gli umoristi della frontiera, Editori Riuniti 1988  

  4. Utile, per l’interpretazione del rapporto complesso tra uomo bianco e uomo rosso nella letteratura americana, la lettura di Leslie A. Fiedler, Il ritorno del Pellerossa. Mito e letteratura in America, Rizzoli 1972  

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