di Armando Lancellotti

officina del macellobluGianluca Costantini, Elettra Stamboulis, Officina del macello. 1917 la decimazione della Brigata Catanzaro, Eris, Torino, 2014, 127 pagine, € 15,00

Il graphic novel Officina del macello, di Gianluca Costantini, artista visivo e disegnatore e di Elettra Stamboulis, autrice del testo e i quattro brevi saggi che lo accompagnano riportano alla luce un episodio tanto tragico quanto poco conosciuto della storia italiana di un secolo fa: la decimazione, avvenuta nell’estate del 1917 a Santa Maria la Longa, nelle immediate retrovie del Carso, della Brigata Catanzaro, rea di rivolta armata e ammutinamento.

Si tratta di vicende storiche al contempo note e sconosciute, come avviene per molte delle pagine più cupe e negative della storia italiana: si pensi alla brutale repressione militare “piemontese” del brigantaggio meridionale, alle campagne coloniali in Libia o nel Corno d’Africa, al razzismo d’oltremare e metropolitano, alle stragi efferate conseguenti alle operazioni di polizia coloniale, ai campi di concentramento del duce, ai crimini di guerra in Jugoslavia, ecc.
“Note e sconosciute”, si diceva e – si badi bene – l’incongruenza ossimorica è solo apparente, trattandosi di tracce mnestiche che giacciono semi-inconsce in un angolo buio della coscienza collettiva, che solo in rare occasioni vengono strappate alla latenza dell’oblio per riapparire all’orizzonte della consapevolezza.
E così è noto agli studiosi e si legge nei saggi specialistici come in quelli manualistici che il Regio Esercito italiano – unico tra gli eserciti belligeranti – ricorse più volte alla barbara pratica punitiva della decimazione dei suoi stessi soldati, ma poi questa primitiva concezione della disciplina militare, che meriterebbe studi ed analisi approfondite, passa in subordine a vantaggio di altri aspetti della Grande Guerra che maggiormente richiamano l’attenzione di studiosi ed opinione pubblica negli anni del centenario del primo conflitto mondiale ed altrettanto dicasi di questioni quali la diserzione, la renitenza alla leva o il destino dei prigionieri di guerra italiani, ecc.

officinamacello2La Brigata Catanzaro, ricordano Giulia Sattolo e Matteo Polo nelle pagine che aprono il volume, era formata dal 141^ e dal 142^ reggimento di fanteria, costituiti rispettivamente a Catanzaro e a Vibo Valentia nel gennaio e nel marzo del 1915. I fanti della Brigata erano prevalentemente calabresi e di seguito anche siciliani, pugliesi, lucani e molisani, insomma meridionali e contadini – estrazione sociale questa che accomunava le fanterie di tutti gli eserciti belligeranti – strappati dai campi e dalle loro povere case, arruolati e spediti al fronte dalla ferale decisione di un governo e di un sovrano interventisti in un paese in maggioranza neutralista e per combattere sul fronte del Carso, in una regione non meno lontana e sconosciuta dei paesi da cui provenivano i nemici a cui sparare e per ragioni non meno incomprensibili di quelle che portarono Cadorna a concepire ed ordinare le interminabili (ben dodici), inutili e sanguinosissime battaglie sull’Isonzo.
Insomma buona “carne da cannone”, mandata verso un macello quasi certo, evitabile solo con una consistente dose di fortuna e conseguenza di una guerra immaginata e propagandata come veloce ed immediata e trasformatasi invece in una gigantesca immobile fornace che inghiottiva vittime a milioni su tutti i fronti.

«La Brigata Catanzaro all’atto della mobilitazione del 24 maggio 1915 […] fu inviata in Friuli dove fu inquadrata nella Terza Armata, la famosa “Armata del Carso”, agli ordini di Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta. Infatti la Brigata fu impiegata per oltre due anni sul fronte del Carso, salvo due periodi, prima a Oslavia, nell’inverno del 1915, poi sull’Altopiano di Asiago, durante la Strafexpedition» (p. 12).
I fanti della Brigata Catanzaro combatterono quasi sempre in prima linea, rendendosi protagonisti di atti di grande coraggio e valore che portarono al conferimento della Medaglia d’oro e della Medaglia d’argento al valor militare rispettivamente al 141^ e al 142^ reggimento, ma quei medesimi soldati subirono ben due brutali decimazioni e furono i protagonisti del più importante episodio di rivolta armata nell’esercito italiano durante il primo conflitto mondiale.

La prima decimazione avvenne come conseguenza di uno “sbandamento” della 4^ compagnia del 141^ reggimento, durante la battaglia sul monte Mosciagh nel maggio del 1916 sul fronte degli Altipiani di Asiago e Folgaria, dove la Brigata era stata trasferita per rafforzare la difesa contro la Strafexpedition austriaca. Lo sbandamento avvenne a seguito di «una azione di guerra senza esiti positivi causata anche dalla confusione generata da un improvviso temporale che fece disperdere i soldati nel bosco nei pressi del monte Mosciagh» (p. 9). Ma il codice penale militare prevedeva la punizione esemplare ed inflessibile – come preteso da Cadorna – dello sbandamento delle truppe in battaglia e pertanto «il colonnello Attilio Thermes […] ordinò l’esecuzione sommaria senza processo per un 1 sottotenente, 3 sergenti e 8 militari di truppa da estrarre a sorte nella ragione di 1 a 10» (p. 13), esecuzione che avvenne il 29 maggio 1916.

officina del macello 4La seconda decimazione fu invece conseguenza della rivolta armata verificatasi il 15 luglio del 1917 a Santa Maria la Longa, dove la Brigata Catanzaro era stata trasferita il 25 giugno per un periodo di riposo. Sono soldati sfiniti da due anni di combattimenti e di vita indecente nelle trincee, stravolti dalla fatica e dall’incubo della morte sempre incipiente; sono uomini raggirati dalle retoriche parole dei superiori ormai rivelatesi vuote di senso e dalle promesse mai mantenute di politici e politicanti; sono contadini esasperati che decidono di sostituire alla rassegnazione l’insurrezione quando – ancora una volta al contrario di quanto a loro prospettato – arriva l’ordine di ritornare a combattere nelle trincee di prima linea.

L’episodio di Santa Maria la Longa può essere interpretato come paradigmatico epifenomeno di un malessere strisciante e crescente che non conosce frontiere o confini, che corre veloce di trincea in trincea, attraversando la “terra di nessuno” e scavalcando il filo spinato, che passa da un esercito all’altro in quel cruciale, epocale 1917. «In Europa c’erano focolai politici di ispirazione socialista. Che anche i fanti» della Brigata Catanzaro «potessero essere a conoscenza di quanto stesse accadendo non lo sappiamo. Sappiamo solo che la maggior parte di loro era analfabeta, che la politica sicuramente era l’ultimo dei loro pensieri, ma non per questo che fossero degli sciocchi, anzi» (p. 9).
Una situazione comune a molti fanti dei diversi eserciti stipati dentro alle trincee, che sempre più frequentemente andavano ribellandosi, ammutinandosi, rifiutando di eseguire gli ordini o, come nel caso della Brigata Catanzaro, rivolgendo le armi contro quegli stessi ordini. Questi atti, anche quando non dettati da precise e consapevoli scelte politiche – situazione in assoluto più frequente nelle trincee della Grande Guerra, se si ritiene che la spontanea ribellione di masse di soldati disperati ed esasperati per le promesse tradite da alti comandi e governi non possa ricevere patente di politicità – venivano brutalmente repressi dai codici penali militari di tutti i paesi belligeranti, nessuno escluso, anche da quelli dei nemici che si fronteggiavano sul fronte del Carso: italiani ed austriaci.

Come apprendiamo dagli studi sull’argomento – tra i più recenti segnaliamo Nicola Labanca, Oswald Überegger, a cura di, La guerra italo-austriaca (1915-18), il Mulino, Bologna, 2014 ed in particolare i saggi di Christa Hämmerle e Federico Mazzini (capp. V, VI, pp. 141-183) [recensione su Carmilla] – il rigore inflessibile, la severità estrema e la violenza delle punizioni erano elementi comuni ai due schieramenti, ma fu proprio all’interno del Regio Esercito italiano che la ferocia punitiva fu esercitata nelle forme peggiori. In entrambi i casi la giustizia militare fu applicata in modo classista e si accanì principalmente sui soldati di estrazione sociale inferiore, contadini, operai e strati più bassi del ceto medio, ma se nel caso austriaco, scrive la Hämmerle, «tenuto conto delle possibilità offerte dal codice di procedura penale militare in tempo di guerra, i tribunali agirono con mano relativamente “leggera”, in molti casi anche differendo o sospendendo la pena» (Nicola Labanca, Oswald Überegger, op. cit, p.161), altrettanto non può dirsi della giustizia militare italiana. Le cifre riportate da Mazzini parlano da sole: 4 mila condanne a morte, 15 mila all’ergastolo, 40 mila le pene superiori a sette anni. «Il numero di fucilati dopo regolare processo durante l’intero conflitto ammonta a circa 750, in proporzione più del doppio di quelli francesi […]. Ma ancora di più colpisce il fenomeno delle decimazioni […] almeno 290 furono le vittime documentate di questa giustizia sommaria italiana, applicata con maggiore frequenza, e con piglio quasi vendicativo, negli anni 1916 (dopo la Strafexpedition) e 1917 (dopo Caporetto)» (Nicola Labanca, Oswald Überegger, op. cit, p.175).

Ricostruiamo sommariamente i fatti avvenuti tra la notte del 15 e il mattino del 16 luglio 1917 con le parole di un testimone degli stessi, Giuseppe Mimmi (1885-1966), sottotenente della 2^ compagnia del 142^ reggimento di fanteria della Brigata Catanzaro. [la testimonianza è tratta da La Grande Guerra. 1914-1918, gruppo editoriale L’Espresso]

«Come ho già detto, ci avevano promesso un lungo riposo, dopo gli ultimi eventi bellici, del quale avevamo assolutamente necessità, se non che improvvisamente, il 3 luglio venne l’ordine di ritornare in linea, durante la notte, per riparare ancora una volta, alle deficienze altrui. Il fante non apprese la comunicazione con il consueto rassegnato stoicismo e passò all’offensiva».

Risulta chiaro dalle parole del sottotenente quali siano le cause immediate della rivolta: la stanchezza, l’esaurimento delle forze e la delusione per l’ennesima promessa tradita. Si evince poi, dalle parole che seguono, che l’insurrezione avrebbe dovuto avere soprattutto un significato dimostrativo.

«La sera, eravamo ancora alla mensa, quando giunse trafelato un porta ordini del comando di reggimento, ad avvertire, che la truppa si era ammutinata nei baraccamenti del 141°. Accorremmo subito, mentre una nutrita sparatoria si udiva dalla parte dove era scoppiata la rivolta. Nella baracca della mia compagnia, trovai ancora un discreto numero di uomini, che al buio, radunai dietro un greppo, per evitare i colpi, che ininterrotti partivano dall’altro lato della strada, ma nella confusione del momento, non mi fu possibile procedere ad un appello, neppure sommario dei presenti. Molti ne mancavano e si erano uniti ai rivoltosi. Intanto la sparatoria aumentava di intensità ed alla fucileria, si erano aggiunti gli scoppi delle bombe a mano e degli spezzoni di gelatina, ma doveva trattarsi di una dimostrazione senza scopi più cruenti, perché non si udiva il sibilo radente delle pallottole, segno evidente, che sparavano in aria. […]
Nel frattempo la notizia era giunta ai comandi di divisione e di corpo d’armata e numerosi ufficiali si erano precipitati a S. Maria la Longa, per rendersi conto della situazione».

Da Udine il Comando d’Armata fece arrivare una compagnia di carabinieri, 4 mitragliatrici, 2 autocannoni ed iniziò una battaglia che causò una decina di morti e una trentina di feriti. Riportato l’ordine, prese il via la repressione punitiva.

officina del macello 99«Per tutta la notte la sparatoria continuò violenta, per diminuire verso l’alba, fino a cessare del tutto. Alla distribuzione del caffè, ognuno era tornato al suo posto, come se nulla fosse accaduto e nessuno dei militari della mia compagnia fu trovato negli accantonamenti del 141°.
L’increscioso episodio di indisciplina era così venuto a cessare, ma le ripercussioni troppo gravi, per la forma e per il luogo dove era avvenuto, perché non dovesse avere conseguenze severamente tragiche ed esemplari. Il Comando Supremo dispose infatti l’immediata decimazione. […] Quello che avvenne di poi, non posso descriverlo con esattezza nei macabri particolari, perché fortunatamente non fui obbligato ad assistervi, ma so che i designati vennero ammassati nel recinto del cimitero, con la faccia rivolta al muro e dietro di essi, ad una ventina di passi, i plotoni di esecuzione. Alle spalle di questi, sezioni di mitragliatrici dei carabinieri, pronti a far fuoco se i giustizieri non avessero seguito gli ordini perentori. Alle prime scariche, non tutti caddero e gli scampati cercarono di fuggire, tentando di scavalcare il muro; ne seguirono le scene più selvagge, poiché entrarono in azione le armi automatiche, che con le loro raffiche raggiunsero i fuggiaschi. Alla fine dell’autentico macello, un ufficiale dei carabinieri, diede con la rivoltella il colpo di grazia agli agonizzanti».

Ventotto furono le vittime della decimazione e conseguente fucilazione. Significative, infine, le riflessioni complessive dello stesso Mimmi sull’accaduto.

«Penso invece, che sarebbe stato necessario indagare sulle cause che hanno determinato le rivolte, avvenute tutte nelle unità dislocate nel basso Isonzo e sul Carso, le quali non hanno mai dato segno di pusillanimità e si sono battute sempre eroicamente. Se gli alti comandi non si fossero limitati a vedere le cose dal trincerone del caffè Dorta, ma avessero ascoltato le giuste lamentele dei combattenti, sarebbe stato facile impedire tanti deplorevoli eccessi».

Il saggio di Sergio Dini, Lorenzo Pasculli, Silvio Riondato, Fucilazione e decimazione nel diritto italiano del 1915-1918, che nella parte conclusiva del volume (pp. 103-114) segue la “narrazione grafica” degli avvenimenti appena ricostruiti, chiarisce quali fossero (o non fossero) i presupposti giuridici delle feroci procedure punitive adottate dall’esercito italiano durante la Grande Guerra.
In un paese che col Codice Zanardelli del 1889 l’aveva cancellata dal codice penale ordinario, la pena di morte rimaneva nel codice penale militare, come avveniva in tutti gli altri paesi di inizio Novecento. Le tipologie e le procedure della pena capitale all’interno del Regio Esercito possono essere così articolate: «fucilazione per sentenze emanate da tribunali militari, in base a processi regolari secondo le norme del tempo; fucilazioni costituenti esecuzioni sommarie da parte direttamente di ufficiali o per ordine degli stessi nella flagranza di particolari reati; fucilazioni eseguite con il metodo della “decimazione”». (p. 104)

La fucilazione a seguito di un regolare processo avveniva poi con un colpo al petto nel caso di reati giudicati gravi, ma non infamanti o con un colpo alla schiena in caso di reati non solo gravi, ma anche disonorevoli, come il tradimento o lo spionaggio.
Decisamente più ardua è la legittimazione della fondatezza giuridica delle fucilazioni sommarie, per le quali l’inappellabile giudizio del superiore gerarchico, dell’ufficiale che reprimeva in loco e sul momento reati quali lo sbandamento, l’ammutinamento, la diserzione o simili valeva come verbo assoluto e «la morte discendeva dalla decisione insindacabile di un solo uomo, quasi come se un singolo fosse eretto a Dio, da solo assumendo la responsabilità di stabilire che un altro individuo meritava la morte». (p. 106)

officinamacello1Ma ciò che sfugge ad ogni possibilità di giustificazione o comprensione è la pratica della decimazione. «In forza dell’art. 251 del codice penale per l’esercito, al Comandante Supremo era conferita la facoltà di emanare circolari e bandi aventi forza di legge nella zona di guerra», facoltà di cui si servì Cadorna per introdurre surrettiziamente la decimazione all’interno del codice penale militare italiano. Si tratta di un palese caso di “militarizzazione” del potere legislativo, fenomeno, con accentuazioni diverse, avvenuto in tutti i paesi belligeranti.
Di decimazione ve ne erano poi di due diversi tipi, quella che per ragioni “economiche” – cioè per non “sprecare” un numero eccessivo di forza combattente – colpiva un soldato ogni dieci di un gruppo interamente considerato colpevole dell’atto grave di indisciplina e quella – non a caso definita “aberrante” – che, nell’impossibilità o difficoltà di individuare i colpevoli, decimava un’unità militare, con il rischio, pressoché certo, di colpire anche degli innocenti.
«La decimazione di questo tipo era perciò quanto di più lontano si potesse immaginare da un principio fondamentale della civiltà giuridica» (p. 109), quello che vuole che la responsabilità penale sia solo ed esclusivamente “personale”. «La pena cessava di costituire una reazione fondata sulla responsabilità propria e personale dell’autore del reato, mentre assumeva la ben diversa e aberrante veste della “sanzione esemplare”». (p. 109)
La Brigata Catanzaro, pertanto, subì entrambi i tipi di decimazione, quella “economica” a seguito dei fatti del luglio 1917, quella “aberrante” dopo gli eventi del maggio 1916.

Di queste tragiche vicende tratta con grande forza visiva ed efficacia narrativa il graphic novel di Gianluca Costantini ed Elettra Stamboulis, che scelgono il linguaggio della narrazione grafica, del fumetto di realtà e di ricostruzione storica per ricordare e riproporre pagine poco conosciute, ma importantissime, della nostra storia.


  •  I saggi presenti nel testo sono di: Sergio Dini, Lorenzo Pasculli, Silvio Riondato, Giulia Sattolo, Massimo Vitale, Matteo Polo, a cui si aggiunge una bibliografia ragionata di Elettra Stramboulis.
  • I due autori del libro hanno collaborato anche alla realizzazione di altri graphic novels come Diario segreto di Pasolini, BeccoGiallo, Padova, 2015; Arrivederci, Berlinguer, BeccoGiallo, Padova, 2013; Cena con Gramsci, BeccoGiallo, Padova, 2012; L’ammaestratore di Istanbul, Giuda edizioni, Ravenna, 2013.


 

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