di Jago Malteni

Torrente-Aposa-0003Per chi se l’è perse, ecco di seguito il riassunto delle puntate precedenti: Giobi è uno studente calabrese che vive da anni a Bologna. Appassionato di street art, è da tempo sulle tracce di improbabili connessioni tra i graffiti che tappezzano i muri del centro. Una notte, girovagando per la città in stato di allucinazione, s’imbatte in qualcosa che da un po’ impegna, ma senza esito, le sue ricerche: un coniglio nero dipinto alla base di un muro, uguale ad altri due che secondo lui starebbero là a tracciare percorsi segreti. Solo la mattina dopo si avvede che si trattava di allucinazione. Trova però uno strano biglietto in tasca, con sopra un indirizzo: Via dell’Inferno, 10. Ci va e, con sua grande sorpresa, scopre un altro nero-coniglio, stavolta reale, all’interno del palazzo. Nota anche dei loschi movimenti attorno a una porta blindata nel dismesso cortile interno. S’incuriosisce, ma subito se ne allontana per non destare sospetti. Poco dopo incontra Luca, un suo amico che, per aiutarlo nelle ricerche, gli mostra una porta USB incastonata in un muro, dove Giobi trova su dei file che parlano di droghe “enteogene” e di una misteriosa Bologna sotterranea (con tanto di mappa). Il giorno dopo si trova coinvolto in degli scontri di piazza durante un corteo e, all’ennesima carica degli sbirri, scappa. Seguendo Mimmo, suo vecchio amico incontrato per caso nella fuga, si ritrova in uno studentato occupato, e qui, al termine di un’assemblea, riesce a convincere Rachid, un ragazzo palestinese, a scendere con lui nei sotterranei della città per provare insieme a esplorarli. Anche Mimmo è dei loro. L’appuntamento è per il mattino seguente…

Capitolo 4a

Compro casa a dio.

L’enigmatica scritta gli è tornata in sogno, stanotte, con l’inflessione di un mantra stomachevole che esala verdastro dalle fauci di un ratto ciclopico (anche più di quello che dimora all’incrocio tra Sant’Apollonia e Belmeloro), levitante come un santone zen dai baffi lunghi e radi…

Dunque, ricapitolando: la visione onirica di un ratto, essere ripugnante che sguazza e striscia nelle fogne, che annuncia solenne di voler comprare casa a dio… Che starebbe mai a significare? Una creatura in odor d’inferno che si prenota un posto in paradiso… Dov’è, se c’è, il messaggio sotteso? E cos’ha a che fare, se ce n’ha, coi sotterranei?

Giobi si gratta il capo e smuove i capelli, come a liberare le immagini del sogno rimastevi impigliate dopo la levataccia. Che poi, si sa: i sogni non significano mai un cazzo!

Si scalda le mani col fiato e le sfrega per scacciare il freddo del primo mattino. Ma non è di freddo il brivido che gli serpeggia su per le vertebre e che, giunto dietro la nuca, gli si muta lesto in un pensiero: tocca a lui stamane scendere negli inferi, quelli veri della città. Se ha fatto bene i calcoli, devono stare proprio là sotto, qualche metro appena sotto i piedi.

L’appuntamento era per le sette davanti al Museo del Risorgimento, nello spiazzo tra la Chiesa della Vita e l’ex Ospedale della Morte.

Rachid era già lì, seduto sui gradini delle scale del portico, quando Giobi, con dieci minuti di ritardo, è arrivato. Dalle sette e dieci, intanto, si sono fatte le sette e venti, e ancora di Mimmo non s’è vista ombra.

– Quel narcolettico starà ancora ronfando, mannaggia alla capa sua! Che facciamo, Rachid? Qua tra un po’ cominciano a aprire pure i negozi..!

– Aspettiamo altro poco. Io no ha fretta…

Il tono di Rachid è basso, dimesso. Non sembra condividere le preoccupazioni di Giobi che invece, da par suo, è a un passo dal proporgli di procedere in due, salvo poi avvedersi che non possono senza una torcia: e spetta a Mimmo portarla.

A Giobi toccava occuparsi del resto, cioè della mappa, che ha stampata e ben ripiegata in saccoccia, e del piede di porco. Procurarselo è stato un gioco da ragazzi: ha chiesto ai muratori che gli stanno demolendo la casa (e i timpani) di uscire un minuto dal cesso, il tempo di pisciare e sciacquarsi via il sonno dalla faccia e, una volta chiuso dentro, coperto dallo scroscio dello sciacquone, ha sfilato il ferro dalla cassetta degli attrezzi e se l’è infilato nei calzoni. Servirà intanto per forzare la grata attraverso cui s’intrufoleranno giù, fino poi a sbucare nel canale sotterraneo dell’Aposa.

Lì sotto sì che sarà pieno di sorci, altro che quelli incollacciati alle pareti! Ma se è vero che i neri-conigli stanno là a segnare vie per i sotterranei, probabile è che ce ne sia qualcun altro nei paraggi. E così, già che si trova, Giobi passa veloce in rassegna le facciate dei palazzi d’intorno. Ma desiste presto perché non nota niente d’interessante: solo un tratto di muro con delle sbrecciature e degli altri coperti da strati di pittura più recente. Se pure qualcosa c’era, è stata poi cancellata…

– Che tu cerca?

– Niente, Rachid, niente. – E come a cambiare discorso, Giobi guarda l’ora al cellulare: – È che sono già le sette e venticinque e quell’altro ancora non si spiccia. Comincio a perdere la pazienza…

– Stae calmo, amico, vedi che adesso lui arriva.

– Mah, Rachid, io comincio a pensare sul serio che quello ci dà la sòla. Tu piuttosto, come fai a startene così tranquillo?

– Io no tranquillo, amico. Io… triste.

– …?

– Io ricordo di volta che andava sotto terra, a mio paese, dentro tunnel antibomba vicino di parco dove giocava quando bambino. Quando le aerei israeliane volavano sopra io correva mano con la mano di mio cugino e entrava con lui sotto di galleria. Una volta io riuscito a scappare e mio cugino no, lui ha caduto a terra e morto in cento pezzi!

Giobi ci rimane di sasso, senza parole.

– Mi dispiace, – balbetta. – Quanti anni aveva?

– Lui tredici. Però adesso non ha più voglia di parlare questo, perché Mimmo sta ora arrivando, tu vede?

– Ah, finalmente, eccolo quel matto! Alla buon’ora… – Giobi lo sogguarda in cagnesco e ironeggia: – Mezz’ora spaccata di ritardo, i miei più vivi complimenti!

– Eh lo so, raga’, scusate. È che non mi è suonata la sveglia… – Mimmo è trafelato, ha il fiatone e la voce ancora impastata di sonno.

– Sì, vabbo’, la solita scusa. Te ne potevi cercare una meglio. Tipo, che ne so, che ti stavi bombando una milfona in sogno e ti rincresceva di appenderla in tronco. Comunque sei fortunato che in giro ancora non c’è anima viva. La torcia, piuttosto, l’hai portata?

– Sì, eccola, – la trae di tasca e la mostra ai compagni. – Però mi sa che ha la pila un po’ scarica, e non ho trovato un cazzo di cinese aperto per comprarne una nuova…

– Com’è, fammi capire, adesso la colpa sarebbe dei cinesi? Certo che sei proprio un tremone, com’è che dite voi pugl

– Voi due basta ora di litigare, ora non è tempo da perdere! Luce questa è bastanza, Jo’, e poi tu anche prima hai venuto con ritardo! Dai a me quel coso là, cazzo di porco o come si chiama, che mentre voi fate fumo di parole io prova di aprire questo…

La grata cede al terzo o quarto colpo.

Le gambe dei tre, a turno, scompaiono nello scuro del seminterrato. Mezzo metro di vuoto e i piedi toccano il primo piolo, incassato nella pietra, di una scala a muro.

L’ultimo che scende richiude la grata.

Gli scantinati del Museo del Risorgimento odorano di polvere, ruggine e legno marcio. Il tempo, laggiù, è scandito da un lento rosicare di tarli, picchiettio incessante che trasforma gli anni in decenni e i decenni in secoli. Tra suppellettili, anticaglie assortite, ragnatele e ciarpame vario, Mimmo fa strada con la luce fioca della pila, già mezza scarica. Inciampa in un affare di metallo (una vecchia lampada a olio troppo bassa per entrare nel cono luminoso della torcia) e produce un fracasso da industria pesante.

– Stai attento, cazzo! Vuoi farci sgamare?

Dal silenzio che torna più intenso di prima, affiora quello che si direbbe uno scrosciare d’acque: l’Aposa, è di là. Giobi consulta la mappa e ne riceve conferma.

I tre sprovveduti e sprovvisti esploratori seguono il richiamo del fiume, e fatti un centinaio di passi lungo un cunicolo si ritrovano sotto l’arcata in muratura del canale. La luce flebile della torcia colpisce il muro di fronte, dove una scritta si staglia a mezz’altezza: la vernice è di un bianco sporco, vissuto, in parte colato giù per l’umidore che di continuo trasuda dalla parete. Dice: Per me si va nella bolognanderground. Proprio così, tutto attaccato e senza u, come il titolo del file sui sotterranei…

La mano anonima che ha qui parafrasato un verso dell’inferno dantesco deve per forza avere a che fare con quella che ha redatto, o almeno titolato, il documento inserito nell’archivio segreto del Guasto. L’autore ignoto ha rispettato pure l’endecasillabo. Per la serie, mo ci vuole: “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate!”

La torcia di Mimmo, impaziente, già si va abbassando sulle acque del fiume: le scopre limacciose, ancora in attesa di una piena autunnale prossima a venire, ma scorrevoli e, soprattutto, meno fetide del previsto. Ci pensa il flusso d’aria costante, là sotto, a spazzare via i pessimi odori che altrimenti ristagnerebbero nell’aria.

Cartina alla mano, Giobi fa cenno di procedere a sinistra e i tre s’incamminano sulla banchina viscida che costeggia il canale, la mano premuta fissa contro le pietre madide della parete. Avanzano a passi lenti, bene accorti a non scivolare nel buio umido che li avvolge da capo a piedi. Nessuno sarebbe disposto ad ammetterlo, ma tutti e tre si sentono addosso una strizza tremenda, un panico che gli penetra, come quell’umido, fin dentro le ossa.

Nel dare i primi segni di cedimento, la luce della torcia riesce a intercettare il movimento di qualcosa sulla banchina opposta. La mano di Mimmo, tremante, perlustra l’oscurità e si ferma su una nutria dalle pupille scarlatte, iniettate di sangue, che in quanto a fattezze non ha quasi nulla da invidiare al ratto gigante del graffito, quello che compra casa a dio. Fortuna che c’è il fiume di mezzo, sennò se la sarebbero letteralmente fatta nelle mutande!

Ed è proprio mentre illumina l’animale che la torcia di Mimmo si spegne del tutto e li lascia, sbigottiti e brancolanti, al buio.

– Cazzo, Mi’, lo sapevo!

– Scusate ragà…

– Scusate ‘sto cazzo!! La verità è che sei la solita ipertrofica testa di minchia! Un fricchettone mancato, ecco che sei! E mo faresti bene a cacciartela su per il buco del culo, quella torcia di merda!

– Eddai, Gio’, non t’incazzare. Ho detto che mi dispiace…

– Vaffanculo Mimmo, va-ffa-ncu-lo! Non so che farmene delle tue scuse del cazzo! Adesso voglio vedere come ci tiri fuori di q

– Voi due basta, sempre litigare. Ora no serve. Quello che ha bisogno è una cosa di luce, una cosa come un acciandino…

– Un accendino, sì, giusto! – Mimmo si fruga le tasche – Ma dov’è che l’ho messo?

– Ce n’ho uno io…

Giobi lo tira fuori e l’accende. Non che la fiamma, tremula e messa a dura prova dal filo di vento costante, faccia molta luce, ma permette almeno ai tre di vedere dov’è che poggiano i piedi.

– Ah, eeecco dov’era finito il mio accendino! – se n’esce Mimmo dopo un po’.

– Eh? Dove?

– Ce l’hai tu in mano, Gio’!! Dì la verità, te lo sei affondato ieri allo studentato.

– Ma quando mai! Come ti viene? …Senti, caro Domenico, tu già stai in difetto ché se stiamo al buio è per colpa tua. Mo ti metti pure a fare storie?

– È vero, lo ammetto, sì, ho sbagliato. Però quello è il mio accendino, e tu devi restituirmelo.

– Ma dico, ti sembra questo il momento di accampare diritti su un fottutissimo accendino? Comunque va bene, caro il mio Domenico, tie’, rieccoti il tuo giocattolo, che voglia di litigare non ne tengo mica!

Ma Giobi, per ripicca, glielo porge dalla parte incandescente e Mimmo si scotta tantissimo nell’afferrarlo.

Ci t’a murt e ci t’a stramurt!! – smadonna nel suo dialetto.

– Ti sta bene, coglione! Anzi, la prossima volta te la stac

– Shhhhh! Voi due ora basta, cazzo! – Sbotta Rachid nello sforzo di sgridarli sottovoce. – State un poco zitti! Vi sembra questo un momento di litigare?

Ha ragione.

Dal silenzio ristabilito, dopo un po’, emerge come un parlottio, concitato ma lontano, e fasci di luce che fendono il buio da parte a parte. Fortuna che il canale faccia lì una leggera curva, di modo che chiunque stia cercando di far luce verso di loro non possa comunque vederli. Ma i tre, impacciati e senza un nascondiglio a portata di passo, più forte premono le terga contro il muro.

Poi, trascorso un minuto o forse due, il mormorio cessa e decidono di proseguire piano, di soppiatto, natiche rasenti alla parete. Avanzano qualche metro nascosti nell’oscurità e, raggiunta una buona posizione, si fermano a guardare: quattro uomini, armati di retino, sono intenti a pescare dal fiumiciattolo dei pacchetti incelofanati e ricolmi di roba, che un’inferriata calata nell’acqua impedisce alla corrente di portare via; poi, sgocciolati per bene, i pacchetti vengono stipati in una cassaforte incastonata là di fianco nel muro.

La luce di una lampadina pone in risalto le quattro sagome e ne proietta, oblunghe e affaccendate, le ombre sulla volta. Tutte diverse, ognuna con un profilo e una fisionomia difforme dalle altre. C’è anche una donna, sembra. Con una silhouette, peraltro, davvero accattivante…

Non si capisce cosa quei loschi figuri stiano facendo di preciso, ma a giudicare dalla foga con cui si muovono deve trattarsi di qualcosa di torbido, più delle acque del fiume. Forse hanno avvertito la presenza dei tre e, temendo che fossero sbirri, cercano di sbrigarsi per non essere presi con le mani nel sacco.

Già… ma cosa c’avranno, nel sacco? Che cosa contengono quei panetti di roba? Denaro sporco, una partita di droga? Certamente roba che scotta! Giobi aveva visto fare una cosa simile in un film di Sergio Leone, C’era una volta in America, dove a essere recuperate dal fondo del mare erano però casse d’alcol in tempi di proibizionismo, con un sistema parecchio ingegnoso che però ora non ricorda…

Il più piccolo dei quattro, intanto, non fa che sgolare ordini agli altri; e quelli, benché di gran lunga più grossi di lui, eseguono senza fiatare. È un tipo tarchiato e un po’ goffo, il piccoletto, con la panza e due strati almeno di pappagorgia. Si direbbe il capoccia, e, dall’accento, bolognese.

– Bòia d’un mànnd lèder! Datevi una sbrigata, pelandroni!

– Sì, capo. Noi finisce subito…

L’uomo che ha parlato per ultimo è il più grosso e nerboruto degli scagnozzi. Ha l’accento di uno che viene dall’Est Europa, l’avambraccio foderato per intero da un vistoso bracciale…

“‘Momento, – s’illumina Giobi tra sé e sé, – ma io a quello lo conosco! È il brutto ceffo di via dell’Inferno! E questo significa… può significare solo una cosa… e cioè che… sì, che ci siamo proprio sotto!”

C’aveva preso, allora, le sue ipotesi erano azzeccate: i conigli neri, via dell’Inferno, i sotterranei, forse pure le droghe allucinogene… C’è un legame che tiene insieme queste cose! Ma quale? Chi e cosa c’è dietro?

Per un attimo gli era parso tutto più chiaro. Ma la faccenda è più complicata di quanto riesca per ora a immaginare, e già gli sembra di non capirci più niente…

Mentre Giobi chiude cerchi e ne apre di nuovi, i quattro uomini terminano il lavoro, blindano il deposito e spariscono, lasciandosi dietro buio e silenzio.

È Mimmo, sottovoce, a romperlo: – Ma dove sono finiti?

– Boh! Si saranno infilati in un passaggio nel muro. Venite, andiamo a dare un’occhiata…

– Aspetta, Gio’, che pensi di fare?

Ma Giobi, col baricentro spostato il più possibile contro la parete, s’è già avviato in quella direzione, seguito a ruota dai più titubanti Mimmo e Rachid.

Scavato nella pietra, all’altezza del punto in cui i quattro tizi sono scomparsi, c’è un passaggio con delle scale a chiocciola che portano su. Giobi appizza le orecchie: i rumori che giungono sono quelli di un gruppo di persone alle prese con una massiccia porta metallica, restia a lasciarsi aprire. Bestemmie, stridori di ruggine, spinte scandite da lunghe sequenze di uno-due-tre

– Vi sembrerà assurdo, figlioli, ma io so esattamente dove ci troviamo!

– E cioè dove?

– Al 10 di via dell’Inferno! …Non mi guardate così, poi vi spiego meglio. Mo vediamo piuttosto se riusciamo a…

E prima ancora di dirlo, Giobi lo sta già facendo: con un balzo si porta davanti alla cassaforte in cui sono stati ammassati i panetti, e senza attendere l’aiuto degli altri due cerca di forzarne l’apertura col piede di porco. Però niente, lo sportello non si smuove di un millimetro.

Qualcuno, intanto, sta riscendendo le scale. I tre ne odono i passi: non c’è più tempo, se non quello di darsela a gambe. E in pochi secondi i tre si dileguano, senza che nessuno, come pure c’era da aspettarsi, s’accorgesse di loro e cominciasse a corrergli dietro sbraitando a squarciagola.

Che culo!

Per non farsi beccare sono costretti a procedere al buio lungo il restante tratto di canale. Un buio pesto, che gli occhi non arrivano a guardarsi le mani. Un buio intriso di viscidume e popolato da piccole ombre che guizzano sfuggenti lungo le pareti. (No, pure qua?)

Finché, d’un tratto, non s’ode una voce. Asettica, come riprodotta da un nastro:

Il treno regionale sei-cinque-cinque-sei proveniente da Prato Centrale è in arrivo al binario due, piazzale Est. Allontanarsi dalla linea gialla.

– Ma che caz…

– Stiamo sotto la stazione, figlioli!

– Stazione, vero. E se arriva questa rumore deve ci stare un passaggio in tra il muro.

– Sì, Rachid ha ragione, eccolo! Guardate là, quel filo di luce, pare che filtra da sott’a una porta…

– È vero! Bravo, Mi’! Ma non credere che basta questo a farti perdonare.

– Guarda Gio’ che se non la finisci co’ ‘sta stor

– Voi ziittti, cazzzoo! Me venire male alla testa. Jo’, dai a me cazzo di porco che penso io a qua…

Rachid si rimbocca le maniche, brandisce il ferro e prende a lavorare di muscoli. Sputa una sfilza lunghissima di espressioni arabe intraducibili e intraslitterabili, forse intercalari di disappunto, più probabilmente gravi esecrazioni nei confronti del dio suo o di chi sa quale altro. Mezza dozzina di colpi e la porta è bell’e scardinata.

Qualche rampa di gradini in salita, un paio di varchi e di strettoie e i tre si ritrovano in un sottopassaggio del piazzale Est.

Quando escono all’aperto la luce del giorno li acceca, come una ferita, un taglio preciso in mezzo agli occhi.

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