di Iris Rastello

guatemala-candidatesAlla vigilia del ballottaggio per le elezioni presidenziali di domani emergono due Guatemala, facce della stessa medaglia: uno per mesi è sceso per le strade e ha chiesto e ottenuto le dimissioni dell’ex presidente Otto Pérez Molina, una vittoria storica per i movimenti di protesta nel Paese centroamericano; l’altro invece appare incerto e passivo di fronte alle alternative politiche in campo a poche ore dal voto.

Il 25 aprile scorso a Città del Guatemala la gente ha riempito le piazze. Da decenni il Paese non assisteva a una mobilitazione di questa portata. Si manifesta per chiedere le dimissioni del presidente della Repubblica Otto Pérez Molina e della vicepresidente Roxana Baldetti, entrambi del Partito Patriota e implicati nel Caso de La Linea, lo scandalo di corruzione esploso in aprile che ha colpito una ventina di funzionari del Governo, accusati dalla procura, sostenuta dalla Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala (CICIG), di essere coinvolti in una rete di contrabbando doganale e tangenti. In piazza non sono ammessi i vessilli dei partiti politici e il movimento, composto da attori variegati ma prettamente urbani, prova a darsi unità e identità nel grido di protesta #RenunciaYa, diventato virale in rete.

Due settimane più tardi, l’8 maggio, la vicepresidente della Repubblica Roxana Baldetti si dimette dal suo incarico e in agosto viene arrestata con l’accusa di associazione illecita, frode doganale e corruzione passiva. Nello stesso mese diversi funzionari del Governo, tra cui una manciata di ministri e viceministri, si ritirano dai loro incarichi. Ma le dimissioni di Baldetti non bastano e le manifestazioni continuano: il 16 maggio scendono in piazza in 60.000 e il 27 di agosto ha luogo quella che viene considerata dalla stampa guatemalteca la più partecipata manifestazione della storia del Guatemala, 200.000 persone affollano il Parque Central e lo sciopero nazionale si estende a tutto il paese.

Otto Pérez Molina e Roxana Baldetti

Otto Pérez Molina e Roxana Baldetti

Il 2 settembre il Congresso revoca l’immunità al Presidente della Repubblica ed ex generale dell’esercito Otto Pérez Molina. Votando all’unanimità questa misura il Congresso autorizza così la procura e la CICIG a procedere contro il capo dello stato. Il giorno seguente Otto Pérez Molina si dimette dalla carica di Presidente del Guatemala e il giorno ancora successivo, il 4 settembre, viene arrestato in regime di carcere preventivo con l’accusa di associazione a delinquere e frode fiscale.

Le nuove elezioni per la presidenza della Repubblica si svolgono il 6 settembre. Il grande favorito è il multimilionario Manuel Baldizón di Libertad Democrática Renovada (Lider) ma ad emergere dal confronto elettorale è il comico televisivo e volto nuovo della politica guatemalteca Jimmy Morales, candidato per il Frente de Convergencia Nacional (Fcn), partito che imbraccia le armi dell’antipolitica con le spalle coperte dall’ala più reazionaria dell’esercito guatemalteco. Morales ottiene il 23,8% delle preferenze seguito da Sandra Torres candidata della socialdemocratica Unidad Nacional de la Esperanza (Une) con il 19,71% e dal grande escluso Baldizón, seppur di un soffio, con il 19,60%. Si va dunque al ballottaggio tra Morales e Torres, ex moglie dell’ex presidente Álvaro Colom, in carica dal 2008 al 2012.

I risultati del primo turno elettorale, in cui non si elegge solo il Presidente della Repubblica ma soprattutto le amministrazioni locali, mostrano come i guatemaltechi e le guatemalteche – o meglio il 70% della popolazione avente diritto di voto, a cui vanno sottratti tre milioni di maggiorenni non iscritti alle liste elettorali – si siano sostanzialmente espressi, nonostante le inedite manifestazioni di piazza, per conservare lo stato vigente delle cose e non per il cambiamento. È un dato, ma non c’è troppo da stupirsi visto che le critiche e le mobilitazioni nascono proprio dalla consapevolezza che il cambiamento in Guatemala non possa avvenire attraverso il processo elettorale, o per lo meno non attraverso questo processo elettorale. Indicativa, seppur ridotta nei numeri, è stata alla vigilia del voto la marcia funebre delle elezioni, organizzata da un parte del movimento sceso in piazza in questi mesi, per ribadire la morte dei processi elettorali e l’impossibilità attraverso di essi di mutare la situazione sociale del Paese.

24 Bandera, renuncia ya despierta GuateAlle recenti mobilitazioni popolari va senz’altro riconosciuto il merito di aver portato all’attenzione nazionale e in parte internazionale le fragilità di un sistema istituzionale dilaniato dagli scandali e completamente avulso dalla base, senza però esimersi dal ricordare che – almeno per il momento – la spinta propulsiva innescata dalle proteste sembra essersi fiaccata, in virtù del soddisfacimento delle proprie richieste: la rinuncia appunto del presidente e della vicepresidente.

Il 25 ottobre si svolgerà il secondo turno delle elezioni in Guatemala che avrà vinti e vincitori già scritti. Da una parte gli interessi della classe dirigente di sempre, legata ai poteri forti dell’economia e dell’esercito, ai grandi finanziatori multinazionali e all’ubiqua influenza del grande fratello del nord. Dall’altra tutti e tutte coloro che non si riconoscono in un processo elettorale non rappresentativo: gran parte della maggioranza indigena del paese, “i poveri che non possono aspettare” – come recita lo slogan della campagna elettorale di Sandra Torres –, “i ladroni” – leitmotiv degli spot di Jimmy Morales – e i soggetti sociali più deboli. In nessuno dei due candidati s’intravede una rottura reale rispetto all’ex presidente Otto Pérez Molina e anzi questa continuità sembra essere un elemento vincente a livello elettorale.

L’eventuale vittoria del comico Jimmy Morales, farà sorridere solo i cultori della reazione – politico, economica e repressiva – e i militari che lo appoggiano, gli stessi che durante la guerra civile perpetrarono un vero e proprio genocidio ai danni delle popolazioni indigene. Con la sua elezione si aprirebbero scenari inquietanti per il futuro del Guatemala dal punto di vista dell’ordine pubblico, delle privatizzazioni e di come verrà gestita la questione delle frontiere e dei migranti. La vittoria di Sandra, se in principio potrebbe non generare gli allarmi del candidato dell’Fcn, rappresenterebbe comunque un’autentica restaurazione, un po’ più densa di retorica assistenzialista ma vuota, proprio come quella del caudillo che l’ha preceduta, di contenuti performativi e progettualità politica.

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La speranza non è inscritta nella sigla di nessun partito politico guatemalteco, bensì nel lavorìo extraistituzionale delle associazioni di base e dei movimenti sociali, i soggetti che da sempre in Guatemala, sopperendo alle mancanze dell’amministrazione centrale, hanno tenuto insieme il tessuto sociale di questo paese e generato cambiamento. Le manifestazioni di questi mesi hanno in parte sdoganato tali presupposti, anche se la conformazione urbana del movimento ha, fino ad ora, lasciato poco spazio agli attori sociali delle aeree rurali e di conseguenza alla maggioranza indigena di origine maya del paese, che pur ha manifestato il proprio dissenso. Vedremo se all’indomani del secondo turno, dalla piazza s’innescheranno o rafforzeranno processi politici e culturali inclusivi e alternativi al discorso istituzionale dominante, basato su clientelismo, corruzione e rapporti di forza verticali.

Per approfondimenti
– sul secondo turno elettorale in Guatemala: nomada.gt e prensalibre.com
– sull’oscuro figuro Otto Perez Molina: Fabrizio Lorusso, Il nuovo presidente del Guatemala, Carmilla, 13 settembre 2011

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