di Mauro Baldrati

interstellarBisogna fare attenzione a Christopher Nolan, è un tipo pericoloso. Dopo il tremendo Inception, un attacco ai diritti elementari dello spettatore, è probabile che colpisca ancora. E’ la sua natura, come insegna la favola della rana e dello scorpione.

Interstellar, l’ultimo kolossal di Nolan, può sfuggire a questo pericolo? Ovviamente, conoscendo l’abitudine dei recensori istituzionali di non dire mai nulla di significativo sui film, sappiamo che la storia consiste in una esplorazione spaziale per trovare nuovi mondi da colonizzare, visto che la Terra è al collasso. Poi le solite crisi bipolari sull’eccellenza della recitazione di questo e quell’altro, e una battuta ricorrente: la sceneggiatura “non sempre tiene”.

Quando uno esce dalla sala, e ripensa alle cose che ha letto, si sbellica dalle risate. Oppure si arrabbia, dipende dal carattere.

La sceneggiatura non sempre tiene. Così viene liquidata l’ora abbondante di dialoghi sconclusionati sulle varie dimensioni dove viaggia l’amore che sarebbe in grado, passando indenne dall’avvicendarsi del tempo nei buchi neri e nelle curvature dello spazio (cito a casaccio, come a casaccio è scritta questa parte della sceneggiatura), di salvare la specie umana dall’estinzione. Come ci aveva già abituato con Inception ci chiediamo: “Ma cosa dice questo? Perché parla così?” Oppure: “E questo qui da dove salta fuori, e dove va?” Nolan è un grande specialista in questo sradicamento visuale-mentale. Tipo: “Non si può modificare al contrario lo scorrere del tempo, solo fermarlo, sospenderlo, per la curvatura dello spazio”. E l’interlocutrice fa la faccia triste, peccato, non si può. Sfiga nera! Poi però l’altro d’un tratto si illumina perché gli è venuta l’idea del secolo e fa: “Però c’è la soluzione!” E l’interlocutrice si entusiasma, lo guarda speranzosa, e noi con lei: “E’ la gravità!” Ma guarda un po’. Chissà che c’entra poi. Nessun problema. Nolan molla tutto lì, nessuno ci pensa più. E così via. E’ la sua natura.

Che sia chiaro: non siamo noi a essere ottusi e “invorniti”. E’ lui che svalvola incurante dei nostri diritti, scrive o fa scrivere le sceneggiatura a qualche esaltato, poi butta i fogli sul pavimento, li raccoglie a caso e noi dovremmo seguirlo.

Però è nostro dovere non essere così limitati. Il film non è tutto qui. Questo era soprattutto Inception, la cornucopia della follia aggressiva.
Interstellar contiene anche parti interessanti, persino esaltanti. Se riusciamo a dormire l’ora abbondante di scatenamento delle forze oscure, regala altre due ore (quasi) di emozioni forti. Ha almeno tre componenti importanti:

La fotografia. E’ girato in analogico, nel grande formato del 70 mm. Quindi niente freddezza da videogioco, niente scemenze in 3D. La prima parte, quando siamo sulla Terra, in una piantagione di mais, ha i toni caldi, i contrasti splendidi dei fotogrammi di 48,5 X 70. La luce è cupa e al contempo splendente, mentre infuriano le tempeste di polvere e il mais ha i giorni contati. All’umanità restano scorte alimentari limitate e l’aria è sempre più irrespirabile.

La musica. C’è una colonna di ambient music molto bella, molto adatta (composta da Hans Zimmer), che si sposa ottimamente con le immagini e con la fotografia. Sono rare le inquadrature prive di musica, e se ne sente subito la mancanza.

intestellar3Il rapporto padre-figlia. Intenso, sincero, coinvolge fino in fondo il distacco che la figlia non riesce ad evitare, col padre, un ex astronauta che “deve” tornare in orbita per un viaggio interstellare del quale non si conosce né la data né la possibilità reale del ritorno. Forse è la forza della missione, il suo scopo di salvare l’umanità, forse è l’istinto di sopravvivenza che può esistere solo grazie all’amore a spingere il pilota a partire, nonostante tutto. Sembra di udire l’eco di Jack Palance ne I Professionisti: “senza l’amore e senza una causa noi non siamo niente”. C’è una forte richiesta di protezione nella figlia, interpretata da tre attrici, perché il tempo passa per tutti, meno che per lui, per via delle fratture spazio-temporali delle dimensioni ecc. Uno strazio dell’abbandono, per il viaggio che lo aspetta. Sono parti “forti”, come forti sono le domande ataviche che lasciano il segno, nonostante la confusione della sceneggiatura: la sopravvivenza, il nostro futuro, il rispetto per il pianeta, per la vita stessa. E il suo sarà un lunghissimo viaggio nel mistero, nel tempo che non riesce più a configurarsi in una regola.

Le parti stellari sono efficaci, da vera fantascienza spaziale, e se vi fosse una maggiore semplicità, una maggiore attenzione al concetto di viaggio, con qualche avventura, con una storia avvincente, potrebbe (avrebbe potuto) essere un film di maestosa bellezza, toccare le vette di Alien o del modello evidente 2001 Odissea nello Spazio. Invece Nolan si avvita nella statica di lunghe sequenze all’interno della navicella, stracciate da dialoghi astrusi sulla gravità che interferisce col tempo e viceversa, mentre i protagonisti vanno in giro per le dimensioni e sembrano tornare nelle scene iniziali, svelando certi segnali misteriosi, ma anche no, potrebbe non essere vero niente perché le dimensioni si confondono, si scambiano, si annientano e non si capisce chi c’è davvero e chi no, chi ha costruito cosa, e perché. Per la verità lo spettatore di buona volontà potrebbe risolvere il caos narrativo ricorrendo all’enunciato classico: “Loro siamo noi”. Ma per farlo dovrebbe attingere al proprio bagaglio di film e romanzi nei quali questo concetto è già stato sviluppato: “noi” viaggiamo nel tempo, esploriamo il futuro e poi torniamo per risolvere i problemi.

Ma “potrebbe” non ha molto senso quando c’è di mezzo Mister Nolan.
Deve seguire la sua natura.
E’ la legge.
Intanto sono cavoli nostri.

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