La_gamba_del_felicedi Girolamo De Michele

Sergio Bianchi, La gamba del Felice, Derive Approdi, Roma 2014, pp. 128, € 12.00 (prima edizione Sellerio, Palermo 2005)

“Una mattina sono in pollaio a dare il pastone alle galline e sento gridare forte. Guardo giù in strada e vedo il Giacomino con la sua divisa nera da messo comunale correre su per la salita con un pacco in mano. Tutte le donne sono uscite in strada a vedere chi gridava a e anche mia madre è uscita sul balcone. Il Giacomino si è fermato davanti al mio cancello e gridava come un matto La gamba la gamba è arrivata la gamba del Felice”.

Inizia così il romanzo di formazione di Sergio Bianchi. Una volta allacciata al moncherino del padre di Sergio – il Felice, per l’appunto –, questa gamba uscirà dall’orizzonte del lettore: del suo portato di ingiustizie e silenzi sapremo solo al termine del libro, che si dipana attraverso piccoli bozzetti di un passato che Sergio Bianchi riesce con una scrittura attenta e controllatissima, a non rendere mai elegiaco né nostalgico: né Olmi né Bertolucci, da queste parti. Più che un vero passato, quello narrato in questa pagine è un tempo sospeso, colto nell’attimo in è ancora presente al narratore che lo rammemora, ma già sul punto di allungarsi verso il futuro dal quale viene rievocato.
Sul punto di abbandonare la Berlino natia dopo l’avvento del nazismo, Walter Benjamin affidò a una raccolta di ricordi, Infanzia berlinese, quello che non avrebbero mai potuto portargli via – compreso il segreto dell’origine del nazismo celato dentro la fola infantile dell’omino gobbo, il demone della sfortuna. Come il suo antecedente, anche questa infanzia lombarda troverà il proprio senso solo nella pagina che la conclude, e che rimanda alla biografia adulta dell’autore: che è editore, saggista, narratore (oltre che di questo romanzo, di racconti tanto belli quanto, purtroppo, sparuti1), ma anche voce narrante/narrata de Gli invisibili di Nanni Balestrini. E di Balestrini, della sua militante amicizia con l’autore, si trova un’eco importante nelle scelte stilistiche, in particolare nella resa dell’oralità del racconto attraverso l’abolizione di quasi tutta la punteggiatura: è, questo, un libro non solo da leggere, ma da declamare. Anche le ricette sparse nel racconto hanno una loro sensorialità e fisicità: gesti, sapori, aromi, ma anche pratiche, abitudini comportamenti. Al contrario della moda dei programmi di cucina, nei quali il cibo compare miracolosamente sui tavoli, senza che nulla sia dato sapere su come c’è arrivato, chi lo consumerà, quale storia ha la sua ricetta2.

Infanzia lombarda, s’è detto. Dunque di boschi e laghi, di giochi e di bande. Ma soprattutto, di come quest’infanzia, coi suoi luoghi e il suo tempo, viene poco a poco portata via, amputata: come l’amputazione senza anestesia che patì il Felice. C’è un tempo dell’infanzia che viene portato via dall’abbandono della scuola e dall’ingresso del “ragazzo problematico”, come lo direbbe oggi il chiacchiericcio psicopedagogico che nasconde i problemi dietro le etichette: “Vabbè bocciato logicamente e cosa vuoi fare se sei bocciato. Ho detto Basta vado a lavorare”. C’è un luogo dell’infanzia, con i suoi spazi aperti, che poco a poco viene portato via dai muretti e dalle recinzioni e dalle cancellate, e dal cemento: “Tutti facevano il cemento e cementavano dappertutto. […] Ai lati dei cancelli hanno alzato dei pilastri e sopra hanno messo i leoni di cemento le aquile di cemento i vasi e le palle di cemento. Finiti questi lavori sono cominciati i sottoscavi delle case per fare le cantine per aumentare le volumetrie delle case che così acquistavano più valore”. C’è il bosco, che il grande incendio porta via in una scena apocalittica, tra il risuonare delle campane e “il rumore di un rombo forte e continuo nell’aria e arrivavano ondate di calore che si sentivano sulla faccia sulle braccia sulle mani tanto che i vestiti sembrava che ti si appiccicavano addosso e prendevano fuoco anche loro”. E dopo l’incendio, “era come se era scoppiata la bomba atomica”, arrivano i reticolati di filo spinato, i cartelli che dicevano Proprietà privata divieto d’accesso, i camion e le ruspe e i lavoranti venuti da fuori paese, e le ville singole e a schiere, protette dalle recinzioni in cemento armato e dalle cancellate di ferro – “Così senza che ce ne siamo resi conto ci hanno portato via il bosco e l’hanno distrutto tutto”. C’è il Grande Castagno che era bellissimo e che viene abbattuto per costruire un palazzo.
TradateE c’è la fabbrica che dà lavoro al paese, che gli abitanti hanno ricostruito dopo la guerra e per la quale hanno lavorato come muli e che chiude perché c’è “la congiuntura”, “Ma come ci siamo ammazzati di lavoro per rimettere in piedi la fabbrica per quel pirla di padrone che mai neanche l’abbiamo visto una volta e adesso questo viene qua a dirci che ci chiude la fabbrica”, e dopo il calcio in culo la fabbrica viene svuotata e riconvertita, e gli operai convinti dal nuovo direttore della fabbrica a costruire officine e piccole fabbriche, o a comprare macchinari da installare a casa per lavorare a cottimo, “per i prestiti e le cambiali ci parlava lui con la banca mettendoci una buona parola. Il lavoro glielo garantiva lui perché così si costruiva l’indotto” – e con l’indotto la congiuntura, due parole che “mi facevano pensare a qualcosa che aveva a che fare con gli scarichi delle fogne”: il paese diventa una fabbrica diffusa, come si intuisca accade a tutta quella fitta cintura di paesi in “-ate” (Bollate, Tradate, ecc.) che prende il posto dei paesaggi dei Promessi sposi3. E il giovane Sergio comincia a comprendere il potere delle parole, la loro capacità di risignificare cose e persone all’interno dei recinti di senso tracciati dal potere. Diventato adulto e narratore, Sergio Bianchi cerca di restituire alla loro origine quei luoghi, quelle figure umane, quelle relazioni che la storia ha risignificato in altro modo: non fa altra cosa come editore, quando restituisce alla loro origine di classe i documenti di un decennio di rivolte di un’intera generazione che altri hanno relegato nel recinto del romanzo criminale.

Le relazioni, e con esse gli affetti: il paese che si ritrova a improvvisare la grigliata per l’arrivo della gamba del Felice, l’andar per bande nei boschi, con la tenda in cui dormire, a costruire la capanna sugli alberi, o a pescare nel lago. Le notti da contrabbando. Il primo localino, messo su con mezzi di fortuna – sedili di auto sfasciate usati come divani, juke box costruito in casa da quello bravo in elettrotecnica (come credete che fossero costruiti, i mixer delle prime radio libere?), e i dischi degli anni Sessanta, a far germogliare qualcosa che ancora non aveva parole. Altrove Sergio Bianchi riapre la “pattumiera della storia” per estrarne le vite condannate a cent’anni di solitudine, qui ne mostra l’origine materiale: da questi paesini, da questi dischi, da queste avventure marginali ai margini apparenti dell’Italia del boom economico, da questa istintiva e un po’ rurale avversione verso l’autorità, da quell’ingiustizia profonda che apprendiamo dalla lettera che giunge all’io narrante dieci anni dopo, nascerà quella rude razza pagana che calpesterà, nel decennio 1968-1977, le strade e le piazze di una metropoli diffusa che non ha più centro né periferia. Non erano mostri né marziani: ci voleva un romanzo di formazione per mostrarlo.

Il più bel romanzo erotico della letteratura italiana è fatto di tre sole parole: “La sventurata rispose“. Ne serviranno tante, di parole, durante e dopo gli anni della rivolta, per dire quello che c’era e quello che c’è stato. E ancora non sono finite. Per dire la rivolta che viene, che sta per venire, nel momento esatto in cui il romanzo si chiude, a Sergio Bianchi ne bastano, per l’appunto, non più di tre: “Allora mi incazzo“.
Chapeau! (e arrivederci al prossimo romanzo, speriamo presto).


  1. Ti devo dire una cosa importante ma molto importante importantissima, in Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, a cura di Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti, 3 voll., volume I, Derive Approdi, Roma 2007, pp. 210-215; Ventinove ore e ventitré minuti, in Storia di una foto, a cura di Sergio Bianchi, Derive Approdi, Roma 2011, pp. 103-120 ( qui la recensione su carmilla). 

  2. Ecco una delle ricette della Pierina: “Le carpe si facevano in carpione. Mia madre le friggeva nell’olio le sgocciolava e le metteva da parte. Nell’olio caldo metteva la cipolla tritata un bel po’ di foglie di salvia un bicchiere di aceto mezzo d’acqua e le bolliva per due te minuti. Le carpe fritte le sistemava in una bella terrina bianca con sale pepe e gli versava sopra la marinata. Coperchio e al fresco dentro la credenza per mezza giornata”. Io l’ho cucinata sostituendo le carpe con gli sgombri. 

  3. Siamo, per l’esattezza, sull’altro ramo del lago di Como: in contiguità non solo geografica con le storie lecchesi narrate da Cecco Bellosi in Con i piedi nel lago

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