di Mauro Baldrati

[Riassunto dell’episodio precedente. Rick e Max, due giovani militanti del movimento NO TAV, sono stati condannati a 30 anni di carcere per avere bruciato un compressore d’aria durante una manifestazione. Evasi miracolosamente dal penitenziario, per la disattenzione di un secondino, stavano cercando di raggiungere la Slovenia con mezzi di fortuna, dove speravano di trovare aiuto e protezione.]

legacoopIl furgone nero coi vetri oscurati procedeva sull’autostrada a velocità sostenuta. Rick e Max sedevano nella fila centrale, i polsi immobilizzati dalle manette di plastica. Tre uomini erano nella fila dietro, due donne e un uomo davanti. Nessuno parlava.
Beh, per la verità Max sussurrava, cercando di non attirare l’attenzione dei guardiani, che sembravano assenti, con lo sguardo perso nel vuoto.
“Hai visto Rick? Non ci hanno fatto il culo, come temevi.”
Rick storse la bocca. “Vero. E lo sai perché?”
“No che non lo so.”
“Questi non sono renziani. Se ci beccavano loro lo stupro era assicurato.”
Max lanciò un’altra occhiata ai trucidi personaggi che sembravano ignorarli. “Sei sicuro?”
“Certo” disse Rick. Stava alzando un po’ troppo la voce. “Sono cuperliani. Inconfondibili. Capelli biondicci, occhi chiari, atteggiamento glaciale, poche parole. Ma non illuderti. Sono efficienti, e feroci.”
“Silenzio!” ringhiò uno degli uomini seduti dietro. La voce era bassa, tagliente. Seguì un violento scapaccione che sembrò staccare la testa dal collo di Rick.

Li avevano catturati a bordo di un camion sloveno, che rientrava in patria. Sembrava un bel colpo di fortuna, li avrebbe condotti proprio a Ljubljana, dove contavano di trovare un riparo. Invece appena usciti dall’area di servizio il furgone nero, seguito da una berlina che sembrava corazzata , li aveva costretti a fermarsi. L’autista del camion era stato minacciato con un coltello alla gola, gettato a terra e massacrato a calci.
E loro erano tornati a essere dei prigionieri.
Disperatamente.

Il furgone entrò a Bologna a notte inoltrata. Rick e Max erano affamati, e disidratati, ma non era consigliabile chiedere acqua o cibo. Le facce di pietra dei guardiani non promettevano niente di buono.
Dopo una decina di minuti di guida nelle strade semideserte, lucide di pioggia, il furgone arrivò in una piazza della zona Fiera, dove si ergeva un palazzo di cemento e cristallo col simbolo Legacoop. La sede dell’associazione delle cooperative.
Lì c’erano i veri duri. Lì non si scherzava.
Max sentì una dolorosa contrazione al cuore.

Guardie armate con fucili calibro 12 li fissarono disgustati. Rick e Max furono fatti scendere e costretti, a spintoni e calci nel sedere, a varcare una doppia porta a vetri che immetteva in una sorta di reception rivestita di moquette grigia. Dietro al banco un grassone in abito nero e camicia bianca parlottò brevemente con uno dei guardiani. Poi annuì e si alzò rumorosamente dalla sedia, uscendo da dietro al banco. Si incamminarono lungo un corridoio rivestito dalla stessa moquette grigia, sempre spintonati rudemente. Arrivarono a una porta di metallo che si affacciava su una scala. Scesero sulle gambe deboli, malferme, per due rampe. Si fermarono in un pianerottolo angusto, che terminava contro una doppia porta di metallo, dall’aspetto robusto. Uno dei guardiani aprì la serratura elettronica digitando un codice. Il battente si spalancò su un androne buio, che vomitava caldo, umidità, lamenti umani e un odore soffocante di sudore, orina e feci.
“Dentro” sibilò il guardiano, con un cenno del capo.
Rick e Max esitarono. Quell’aria non sembrava respirabile.
“Per favore… solo un po’ d’acqua…” supplicò Max.
Un’espressione di furia assoluta stravolse all’improvviso la faccia del guardiano.
“Cosa?” gridò, con voce acuta. Poi afferrò Max per le spalle e lo scaraventò dentro con una pedata nel sedere. Lo stesso accade a Rick. Persero l’equilibrio, ruzzolarono su un pavimento umido, urtarono dei corpi seduti, o sdraiati. “Terroristi rottinculi, ve la do io l’acqua!” urlò il guardiano, mentre la porta si richiudeva sul buio pieno della galera.

All’interno una massa informe di corpi maschili e femminili, alcuni dei quali completamente nudi, sudati, incrostati di sporcizia, si contorcevano in una oscurità che sembrava solida, con un tasso di umidità che sfiorava il 100%. Si respirava a fatica.
“Muovetevi lentamente” disse una voce maschile, rauca. Qualcuno era seduto accanto a loro, con la schiena appoggiata al muro. “Consumerete meno ossigeno. Qui è molto scarso, come avrete capito. Si può impazzire. L’altro ieri una donna è morta, per un attacco cardiaco. L’hanno lasciata qui per tutta la notte.”
Una luce debolissima rischiarava l’ambiente. Quando gli occhi si abituarono Rick e Max scorsero una ventina di corpi accasciati sul pavimento. Occhi spiritati li fissavano. L’uomo che aveva parlato aveva un’età indefinibile, anche per la barba incolta e i capelli lunghi, arruffati.
“Chi siete?” chiese Max.
“Chi siamo? Posso dirti chi sono io. Mi hanno preso durante lo sgombero di un centro sociale occupato. Mi hanno accusato di terrorismo, perché c’era una mia foto a una manifestazione contro il precariato dove è stata lanciata una, dico una, molotov contro un blindato, che tra l’altro non ha neanche preso fuoco.”
“Chi ti ha arrestato? La polizia? E come mai ti hanno portato qua?”
L’uomo sembrò sorridere. Un’illusione ottica ovviamente. “La polizia? No. I centri sociali li sgomberano i militanti del Partito Democratico. Sono loro che vi interrogheranno. Preparatevi. Se ne occupano i dalemiani, le più crudeli, spietate e perverse creature esistenti su questo pianeta di merda.

La notte seguente Max fu prelevato e trascinato fuori dall’antro in cui tutti vegetavano in stato di semi-incoscienza. Nessuno aveva portato da bere o da mangiare. Si reggeva a stento in piedi.
Coi soliti spintoni e calci fu condotto in un piccolo cortile dal quale si scendeva in un altro locale interrato.
Era un androne dal soffitto alto, coi muri rivestiti di piastrelle verdi, come certi ospedali. Seduti su panche addossate alle pareti persone dall’aspetto sofferente aspettavano, con la testa bassa, la faccia tra le mani. C’erano numeroso porte, tutte chiuse. Urla acute, prolungate, provenivano da punti imprecisati. Una porta si spalancò e una figura avvolta in un lenzuolo insanguinato fu portata fuori da quattro uomini.
La camera di tortura del Partito Democratico.
Un luogo tristemente famoso, dove ogni orrore veniva consumato, ogni sofferenza patita, ogni umiliazione inflitta.

Max aspettò quattro ore su quella panca, sempre sul punto di svenire.
Quando stava probabilmente per spuntare l’alba un uomo gli si materializzò di fronte, lo afferrò per il bavero della logora camicia, strappandolo, e lo costrinse ad alzarsi in piedi.
“Avanti, cammina, bastardo” disse, spintonandolo verso una porta spalancata.
A fatica Max entrò, camminando sulle gambe ormai prive di forze. Non vide nulla, non sentì nulla. Avvertì la presenza di un uomo in giacca blu seduto dietro alla scrivania davanti alla quale era stato fatto sedere. Forse lo conosceva di vista. Forse l’aveva visto in televisione. Ma i suoi occhi faticavano a mettere a fuoco.
“Dunque, Ricciardi Massimo, lei è evaso dal penitenziario di Piacenza due mesi fa.”
“Acqua… per favore… non bevo da giorni… sto morendo…”
“Ah. Capisco. Falieri, questo ragazzo ha sete. Facciamolo bere.”
L’uomo si avvicinò a un lavandino, riempì una grande brocca di plastica e si portò di fonte a Max. Con la mano libera lo afferrò per i capelli, rovesciandogli indietro la testa, e gli appoggiò la brocca alle labbra. Spinse, fino a farlo sanguinare.
“Bevi, maiale di un terrorista, bevi” disse, come nel ringhio di una bestia.
L’acqua gli entrava nel naso, usciva dalla bocca e colava sulla camicia. Ebbe la sensazione che un incisivo si fosse spezzato. Però riuscì a bere.
“Bene, Ricciardi” riprese l’uomo, quando Max si fu ricomposto. “Non perderò tempo in convenevoli. Lei è un terrorista, e quindi sa cosa l’aspetta. Vogliamo sapere dove eravate diretti, lei e Robecchi Riccardo. Chi avreste dovuto incontrare? Ci dica chi sono i vostri complici, anche se stranieri.”
Max non rispose. L’acqua bevuta lo aveva in parte rinfrancato. Fissava il suo interlocutore cercando di ricordare dove lo aveva visto. In televisione, sicuramente. A un talk show. Un deputato o un sottosegretario del Partito Democratico.
“Non faccia lo sciocco” disse l’uomo. “Non le servirà a nulla. Anzi, peggiorerà la sua posizione. Lei dovrà tornare in carcere, e anche ammesso che sopravviva…” fece una pausa, e sorrise. “Non uscirà mai più. Se invece collabora, ci aiuta a smantellare un’altra cellula di terroristi No Tav, potrà uscire a breve, e le daremo anche un lavoro, qui nelle cooperative.”
Occhi chiari, capelli biondicci, modi aristocratici. Un cuperliano, senza dubbio.

waterboardingSolo quando mani robuste lo afferrarono con violenza, lo sollevarono di peso e lo trasportarono su un’asse inclinata si rese conto che nella stanza c’erano altre persone. Due uomini, coi baffetti e i capelli scuri. Dalemiani. Gli aguzzini.
Piedi e mani furono immobilizzati da cinghie fissate alla tavola. La testa era più bassa rispetto ai piedi. Uno degli uomini gli piantò un catetere nell’incavo del gomito destro, strappandogli un gemito. Poi collegò il tubicino di plastica con una bottiglia di liquido incolore.
“Che cazzo mi iniettate, cani bastardi?” urlò, dimenandosi. Ma anche la testa gli venne immobilizzata con una cinghia.
“Oh, non avevi sete? E’ soluzione fisiologica” disse l’uomo. Ma nella sua mano era comparsa una siringa. Ghignando, conficcò l’ago nel soffietto del catetere.
Max entrò in stato di iperventilazione. Terrore parossisitico. Aveva orrore di una sostanza chimica che entrava in lui, contro la sua volontà, come un parassita velenoso.
L’uomo se ne accorse, e sghignazzò. “Guarda bene questo liquido che ti entra nel sangue. Si chiama adenosina. Sarà una sorpresa!”
D’un tratto Max si sentì avvampare. La faccia sembrò gonfiarsi, iniziò a sudare copiosamente, il cuore gli esplodeva in gola e per quanto respirasse freneticamente non riusciva a immettere abbastanza ossigeno nei polmoni. La vista si annebbiava, gli occhi schizzavano dalle orbite.
Respirava ma si sentiva soffocare. Il bisogno di aria era disperato. Morte. Dunque era così che si moriva.
La situazione si aggravò quando uno panno gli venne applicato sulla faccia. Ora non riusciva più a respirare, mentre tutto il suo essere reclamava ossigeno.
Terrore. Disperazione totale. Delirio terminale.
Infine arrivò l’acqua. Sentiva le voci, le risate. Versavano acqua sul panno, togliendo gli ultimi residui di ossigeno. L’acqua entrava in bocca, nel naso, scendeva nei polmoni, facendolo tossire, soffocare, impazzire.

Fu scaraventato nella sala da due guardiani, che lo lanciarono come un sacco di patate. Si schiantò sul pavimento viscido, slittò fino al muro, dove cozzò con la testa contro corpi ossuti, mani scheletriche. I suoi gemiti si fusero coi gemiti degli altri.
Non respirava. Si sentiva i polmoni pieni d’acqua. Dunque sarebbe morto, per infezione. A meno che…
“Rick. Ti prego, aiutami. Mettimi a testa in giù.”
Rick, con l’ausilio di altri detenuti, lo aiutò a posizionarsi in posizione verticale rovesciata. Fu un’operazione complessa, per la debolezza di tutti, per il senso di svenimento che gli ottenebrava la mente. Ma dopo ripetuti tentativi riuscì a tossire, furiosamente, e a espellere una buona quantità d’acqua dai polmoni. Immediatamente alcune persone si precipitarono a leccare il pavimento, dove si era raccolta una piccola pozza.
Max si distese supino sul pavimento, esausto. Immagini vorticavano, suoni, il soffocamento, la disperazione, la morte.
“Allora, com’è andata?” chiese Rick. “Che t’hanno fatto?”
“Mah…” bofonchiò. Cercò, inutilmente, di tirarsi su. Ricadde sul pavimento, sbattendo la testa. “Abbastanza bene direi… abbiamo parlato un po’… e poi non c’erano i renziani… e quindi… e quindi… il mio culetto è salvo.”

[Le vicende qui narrate sono finzioni letterarie. In esse compaiono nomi e circostanze reali in qualità di pure occasioni narrative. I nomi di personaggi e di enti del mondo della politica vengono usati soltanto ai fini di denotare figure, immagini e sostanze dei sogni collettivi che sono stati formulati intorno ad essi, e si riferiscono quindi a un ambito mitologico che non ha nulla a che vedere con informazioni o opinioni circa la verità storica effettiva degli avvenimenti o delle persone su cui questo racconto elabora una pura fantasia]

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