di Alessandra Daniele

TEMPO DI GUERRA

Sara terminò faticosamente di suturare la ferita del ragazzo. L’emorragia s’era arrestata, e le ustioni circostanti sembravano curabili.
Un attimo dopo la ferita si riaprì, e cominciò ad allargarsi come slabbrata da una lama invisibile. Le ustioni peggiorarono di colpo, e cominciarono a diffondersi per tutto il corpo del giovane, che si ricoprì di larghe chiazze sanguinolente.
– No! Di nuovo! — Disse Sara, con un lamento strozzato. Tentò convulsamente di intervenire, ma non c’era niente da fare: il ragazzo morì in pochi minuti.
– Glielo avevo detto, dottoressa — commentò serafico il colonnello Weaver — La vostra presenza quaggiù è inutile. Per questo siamo venuti a sgomberare il vostro ospedale.
Sara lo spinse indietro col guanto insanguinato. Weaver continuò senza scomporsi.
– Le ferite provocate o contaminate dal nostro nuovo cronoplasma incendiario non sono curabili perché si trovano in stato di fluttuazione temporale. Quindi a volte possono momentaneamente regredire, ma alla fine…
Con un gesto circolare indicò la disordinata serie di letti da campo che li circondava. Una cerchia di cadaveri scorticati. Fra essi, qualche morente biascicava rantoli che avevano ormai poco di umano. Il colonnello estrasse un fazzolettino immacolato dalla tasca, e cominciò a smacchiarsi la divisa dalle impronte del guanto di Sara.
— Dottoressa, come ha potuto constatare il suo talento medico qui è sprecato. Per quante ferite lei possa rimarginare, il suo lavoro risulterà comunque inutile. Le ferite da cronoplasma non restano rimarginate.
– Cronoplasma sperimentato sui civili! —  Sara afferrò il colonnello per la divisa, sbattendolo violentemente contro la porta metallica dell’obitorio. I due attendenti intervennero, uno la immobilizzò con una presa di collo, l’altro le puntò una pistola alla testa.
Il colonnello si risistemò la divisa.
– Dottoressa — riprese, col suo solito tono incolore — noi siamo venuti per evacuare lei e i suoi volontari, ma se preferisce restare, e provare di persona gli effetti del prossimo bombardamento di quest’area…
Una serie di colpi scosse la porta dell’obitorio dall’interno. Weaver sobbalzò, perdendo improvvisamente la sua consueta aria imperturbabile. L’attendente che puntava la pistola alla testa di Sara si voltò di scatto. Il ragazzo morto poco prima era ora in piedi alle sue spalle.
L’attendente gli sparò un paio di colpi al petto. Il ragazzo oscillò per l’impatto dei proiettili. Poi si avventò sulla mano armata del soldato e gliela staccò a morsi.
Sara ne approfittò per sferrare una gomitata all’altro attendente, divincolandosi dalla presa di collo. Un secondo cadavere dietro di loro si sollevò sulla branda, e afferrò l’altro soldato azzannandolo alla gola. Il colonnello emise un urlo gracchiante. La porta dell’obitorio alle sue spalle si spalancò.
Sara capì.
– Fluttuazione temporale — disse, con uno strano sorriso. — I morti di cronoplasma non restano morti.
Una ventina di braccia scorticate e putrescenti abbrancò il colonnello Weaver, e lo trascinò nell’obitorio, dove sparì tra rumore di mascelle.

GENECONOMY

– Aggira il blocco — ordinò l’onorevole Morgini.
– Gli allevatori s’incazzeranno — bofonchiò l’autista.
– Sticazzi. Aggiralo — ripetè stizzito Morgini — Devo andare in onda a Parlamentiamo fra meno di mezz’ora, e non sarà un merdoso blocco stradale di protesta a farmi arrivare in ritardo.
– Merdoso lo è davvero — ghignò l’autista. — Quelli lì di traverso sono camion di letame.
– Inserisci il Jump! — Disse l’onorevole, schifato.
L’autista digitò veloce sul pannello accanto al volante.
Il J-SUV blu di Morgini si sollevò di vari metri su zampe metalliche estraibili. Poi spiccò il salto come una grassa cavalletta meccanica.
– Ciao stronzi — ridacchiò l’onorevole, guardando giù dal finestrino.
Il J-SUV atterrò perfettamente oltre il blocco. Un attimo prima che la zampa posteriore destra rientrasse insieme alle altre, una sbarra ficcata nell’articolazione principale la fece piegare stridendo. Sbilanciato, il J-SUV cadde all’indietro e si ribaltò.
Fu subito circondato.
– Signori allevatori – balbettò Morgini, sbucando pesto dal lunotto sfondato — stavo giusto recandomi a Parlamentiamo per discutere in tv della vostra importantissima vertenza, dandole il risalto mediatico che merita — Notò che il tizio baffuto che aveva azzoppato il J-SUV stava recuperando la sbarra — Signori allevatori! Non c’è motivo di far degenerare la protesta in una controproducente direzione estremista che non vi è propria…
– Non ci chiamare allevatori – disse il tizio — non lo siamo. Noi ci limitiamo a comprare le bestie, ingrassarle e rivenderle ai macelli. Di fatto siamo operai alla catena di montaggio.
– Allora quel bovino mutante per il quale siete stati multati non era nemmeno nato nei vostri stabilimenti.
– Lì non può nascere nessun bovino, le nostre mucche sono sterili. Tutte.
– E perché?
– Onorevole, non capisci mai le leggi che voti, vero? Gen-economy. È un’evoluzione del principio economico per il quale con la transgenica sono stati resi sterili i semi di tutte le colture, dal riso, al grano, alla frutta, agli ortaggi, e per seminare bisogna ogni volta ricomprare le sementi dalla ditta che possiede i brevetti.
Morgini si accorse che uno dei camion del blocco si stava spostando nella sua direzione. Sbirciò nel J-SUV alle sue spalle: l’autista incastrato fra cruscotto e sedili non poteva aiutarlo.
– Fermi!- Disse con tutta l’autorità che gli riuscì di esprimere — Non so cosa avete intenzione di farmi, ma vi avverto che la paghereste molto cara, sia voi, che i vostri figli — aggiunse, livido e minaccioso.
Il tizio baffuto gli diede un’occhiata di disprezzo.
– Onorevole, non le leggi neanche, le cose che voti. Noi non abbiamo figli. Siamo tutti sterili. Se volessimo crescerne qualcuno, dovremmo ricomprare ogni volta lo sperma dalla ditta titolare del brevetto. Ma è diventato troppo costoso, anche quello.
Il tizio fece un cenno, poi si scansò. Il camion ribaltabile rovesciò sull’onorevole Morgini dieci tonnellate di letame compatto come il cemento.

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