di Valerio Evangelisti
(da Robot n. 49, 2006)

KingKong.jpgSecondo molti Peter Jackson è un grande regista. Secondo me è più che grande: è smisurato. Infatti non ha alcun senso della misura. Pare fermamente convinto che una scena sia tanto più bella quanto più è lunga. Di conseguenza produce film ciccioni come lui.
Lo si era già visto nelle battaglie interminabili de Il signore degli anelli 2 e 3. Ma quello non era che un anticipo di ciò che offre il recente King Kong, di gran lunga peggiore di tutti i King Kong della storia, incluso il King Kong contro Godzilla di Inoshiro Honda, che non era precisamente un capolavoro.
Il King Kong di Jackson fa rimpiangere perfino la versione di John Guillermin del 1976, passata alla leggenda come “il King Kong di De Laurentiis” e unanimemente giudicata una ciofeca. Almeno, Guillermin aveva avuto l’intelligenza di preservare la scena più stimolante e originale del classico film di Merian Cooper: quella in cui Kong spogliava Fay Wray come si sbuccia una banana. Jessica Lange, nel remake, se la cavava egregiamente.

E’ vero che Naomi Watts non è bella come la Lange, e nemmeno altrettanto brava, però andava spogliata, perbacco. Altrimenti che King Kong è? Invece il pudico Jackson non solo elimina la scena da tutti attesa, ma la sostituisce con la Watts che fa capriole e piroette, mentre il gorillone si diverte un mondo. Mancava solo che Kong tirasse fuori una fisarmonica e tutti e due, bestione e acrobata, esponessero un secchiello per le elemosine. Del resto, uno dei grandi momenti di ridicolo del film è verso la fine, quando il bestione e la Watts ballano sul ghiaccio di un laghetto gelato (che deve avere una crosta ben spessa, per reggere un peso di svariate tonnellate). I due mostrano insomma una spiccata vocazione per l’avanspettacolo da marciapiede. Nella malaugurata ipotesi che il film abbia un seguito, si esibiranno per strada come rappers.
Andando avanti nella visione, si finisce col capire perché Jackson abbia scelto la via della pudicizia a oltranza. A differenza delle precedenti versioni, qui l’amore di Kong per la sua prigioniera è apertamente ricambiato, al punto che ogni volta che lui si allontana, lei gli corre dietro. Stando così le cose, la seduzione tramite strip-tease avrebbe creato l’aspettativa per la scena di sesso più bizzarra della storia. Meglio evitare il rischio con una decisa stretta puritana.
Ma veniamo alle scene che fanno di Peter Jackson il re indiscusso del brodo allungato. Va detto che l’inizio del film non è niente male, con una New York anni ’30 ricca di atmosfera e le divertenti avventure di una combriccola di cineasti squattrinati, e dell’ancor più squattrinata futura amante del gorilla. Tutto ciò dura quasi un’ora, sulle tre complessive del film, ma questo, onestamente, non pesa troppo. Peccato che l’ora successiva sia interamente dedicata alle corse dei dinosauri.
Mi spiego. Arrivati a Skull Island, abitata da indigeni questa volta molto più brutti non solo di King Kong, ma delle scimmie in genere, la spedizione, nel tentativo di liberare Naomi Watts dalle mani del suo gigantesco sequestratore, scopre che l’isola ospita una fauna rimasta allo strato primitivo. Ciò era vero anche per le pellicole precedenti, che mostravano lotte feroci tra dinosauri e triceratopi, stile Mondo perduto di Conan Doyle.
Solo che nel film di Jackson brontosauri e simili corrono, come in Jurassic Park, e, nello specifico, corrono dietro a marinai e cinematografari. All’inizio la scena è emozionante e, si fa per dire, realistica. Dopo dieci minuti, uno comincia a chiedersi quando finirà. Dopo quindici minuti prende a guardare l’orologio. Dopo venti minuti si domanda, inquieto, se una colpa a lui ignota lo abbia condannato a guardare dinosauri in corsa per tutta la vita. Dopo mezz’ora, con filosofica rassegnazione, prende su e va al gabinetto. Al ritorno scoprirà con orrore che i sauriani stanno ancora correndo.
E’ vero che le specie si alternano, e gli inseguiti anche. Ogni tanto è in fuga Naomi Watts, ogni tanto coloro che la cercano. Ma le situazioni ricorrenti sono sempre le stesse, e si dividono in due categorie: 1) L’uno o l’altro dei protagonisti, che si crede in salvo, si volta e vede qualche bestiaccia che incombe su di lui; 2) L’uno o l’altro dei protagonisti, per scappare, si trova aggrappato a una liana, a fogliame, a una roccia con una mano sola e con un abisso sotto i piedi.
Se Naomi è acrobata di mestiere, gli altri non lo sono. Eppure volteggiano tra una fronda e l’altra peggio di Tarzan, e meglio di Kong, che pure è una scimmia. Ecco forse perché Naomi si innamora di un gorilla più alto di lei di venti metri (e senza attributi sessuali evidenti, a differenza dei gorilla maschi normali). Perché è più umano degli uomini: si innamora con minori complicazioni e, forse per il soprappeso, rimbalza meno di loro.
Il rigore scientifico di Peter Jackson, che appare dubbio in tema di membra umane sottoposte a sforzo (e chi scrive deve confessare che, forse per l’età, avrebbe il fiatone dopo pochi metri corsi per sfuggire a una carica di dinosauri — per il fatto di fumare, direbbe il non dimenticato ministro Sirchia — mentre gli eroi di King Kong restano belli freschi dopo chilometri di fuga), si appalesa creativo in tema storico-paleontologico-faunistico.
Il ragionamento di Jackson è ineccepibile, e si articola in tre passaggi. 1) Nell’era mesozoica della terra, si sa, esistevano rettili enormi; 2) King Kong è così grande perché apparteneva alla stessa era (in ciò, Jackson si limita a seguire le orme dei predecessori); 3) Se gli animali a sangue freddo erano colossali, altrettanto titanici dovevano essere gli insetti. Altrimenti come avrebbero fatto vespe e zanzare dell’epoca a pungere i dinosauri?
L’apporto di Jackson alla saga di King Kong consiste essenzialmente in questo. Finito di fuggire ai dinosauri per 45 minuti, i nostri eroi sono alle prese, per un quarto d’ora, con insetti giganti. Si tratta di vespe mostruose, di scolopendre, di bestiacce dall’incerta classificazione; con il supporto di sanguisughe, di ragni grandi come tre o quattro uomini, di un assortimento di schifezze di collocazione entomologica dubbia.
Persino lo sceneggiatore innamorato di Naomi quasi quanto il gorilla si copre di vesponi ripugnanti. Viene liberato da un compagno di cordata a sventagliate di mitra. Sì, avete letto bene. Il tizio punta il mitra — il classico Thompson degli anni Trenta – verso lo sventurato e gli spara raffiche addosso fino a uccidere tutte le vespe, però lasciandolo perfettamente illeso. Deve avere mano ferma e mira perfetta. Inoltre le vespe preistoriche possedevano sicuramente un corpo assai robusto, visto che nessun proiettile riesce a oltrepassarlo. Noi, invece, oltrepassiamo felicemente la seconda ora di pellicola.
E così torniamo a New York, per assistere all’ultima parte del film. Come nelle versioni precedenti Kong viene esibito in un grande teatro, si incazza, rompe le catene e assale la metropoli. Questa parte, cosa insolita per Jackson, è brevissima. Dovrebbero seguire scene di distruzione. Che ci sono, in effetti, ma, fatte le debite proporzioni (di epoca e di budget), meno spettacolari che in Cooper o in Guillermin. Se il Kong di costoro atterrava edifici e rovesciava treni, quello di Jackson è troppo buono per fare danni gravi. Lascia infatti in pace la metropolitana e, schiacciata qualche macchina più per caso che per aggressività, se la prende con un modesto tram. Ma c’è un motivo: sul veicolo siede lo sceneggiatore di cui Kong è geloso. Per il resto, unico scopo del gorilla è quello di giocare sul ghiaccio con Naomi.
In effetti lo fa poco dopo, visto che è lei a correre dal peloso innamorato. Nei lunghi minuti delle scivolate della coppia sul laghetto, si direbbe che la caccia a Kong si arresti, e i due volteggiano beati per tutto il tempo che vogliono (troppo). Se vogliamo, l’atteggiamento delle forze dell’ordine è comprensibile. Sappiamo tutti che New York ha visto e vedrà di peggio.
Ma poi la caccia ricomincia, e qui si colloca la drammatica scena della scalata dell’Empire State Building, prolungata, una volta raggiunta la cima, per quasi venti minuti. Il problema non è tanto ciò che fa Kong. Cerca sì di afferrare gli aerei che lo mitragliano, ma tra un aereo e l’altro si siede e giocherella. Il problema vero è ciò che fa Naomi, la quale, cotta com’è, non cerca per nulla di allontanarsi. Piuttosto, per raggiungere il bestione, si inerpica su fragili scalette, che regolarmente si rompono lasciandola sospesa nel vuoto per una mano sola. Ogni volta interviene la manona di Kong, che deve avere una gran pazienza, vista la frequenza con cui la situazione si ripete.
Nulla in confronto alla pazienza dello spettatore, che freme al primo rischio di caduta, ha un vago sussulto al secondo e sbadiglia al terzo, chiedendosi quanti ancora ne manchino. Ne mancano molti. In vetta all’Empire State Building la situazione è di stallo. Arriva ogni tanto un aereo a mitragliare Kong, ma lui, oltre a subire pochi danni apparenti, lo scaccia con noia e torna subito a mettersi seduto, per salvare Naomi che cade di continuo. Lo si può capire, abituato com’è alle vespe giganti. Se non fosse per la sua bella in caduta libera permanente, forse si addormenterebbe.
Invece chi tende ad addormentarsi è lo spettatore, che a un certo punto inizia a tifare per l’aviazione americana. Lo ammazzino finalmente, quel bestione pulcioso. Così cadrebbe una volta per tutte, e Naomi anche (salvo rivederla in un film migliore).
Finalmente, allo scoccare della terza ora, dopo una ventina di attacchi aerei e altrettanti salvataggi della ragazza, una mitragliata bene assestata colpisce a morte l’insopportabile King Kong. A quel punto uno si aspetterebbe di vedere il tonfo, e distruzioni conseguenti. Niente di niente. Nessun tonfo. Il corpo cade ma viene abbandonato dalla macchina da presa a mezz’aria.
Lo spettatore si alza dalla poltrona. Da un lato prova sollievo. Dall’altro non ha visto infliggere a Kong le sofferenze meritate, dopo un furto del suo tempo privo di contropartite.
L’ipotesi più favorevole è che abbia in casa un fucile di grosso calibro, buoni proiettili dum-dum e i mezzi per raggiungere Peter Jackson, dovunque si trovi. Qualsiasi foto del regista mostra la somiglianza sbalorditiva tra lui e King Kong. Si capisce che il suo film è autobiografico. Un colpo che vada a segno lo riporterà sulla retta via, cioè a Bad Taste, il suo primo film: crani che esplodono, cervelli che colano.
Esiste un’alternativa, se Jackson vorrà approfittarne, all’esecuzione capitale. Suonare la fisarmonica per strada, ondeggiando il testone, mentre una ballerina fa capriole.
Scusate la crudeltà, ma chi attenta al mito di King Kong, sacro a ogni amante del fantastico, merita l’immediata applicazione della legge del contrappasso. Più, per consolazione, una mancia di due centesimi nel secchiello.

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