lop.jpgdi Giuseppe Genna

Di quale abbondanza si pasce oggi l’America? Abbondanza di neoconservatori, reazionari, leghisti texani, folli paranoici? Oppure di movimenti che elaborano alternative visioni del mondo, sentimenti di comunitarismo coraggioso, coraggio nell’affrontare gli stolidi giorni neri che il presente (e un regime) riservano loro? O, ancora, l’America abbonda di povertà, di devastazioni sanitarie e abitative, di deflazione in stile preargentino, di homeless e disperati d’ogni razza e specie, di solitudine psichiatrica e di carcasse umane? Abbonda di ricordi tragici, dal Vietnam alle Torri Gemelle, passando per il reaganismo e la dinastia Bush? Forse, addirittura, abbonda di sguardo: uno sguardo svuotato, estenuato, privo ormai di pregiudizio per esaurimento delle energie, una sorta di eden muto riconquistato per sfinimento… E, certo, abbonda di spazio e di visione.
Sono queste le complesse abbondanze che fanno dell’America di Land of plenty, nell’obbiettivo di Wim Wenders, una terra che dispensa al tempo stesso aggressione e pacificazione, menzogna e inesausta ricerca di verità.

Un fronte interno. L’America di Land of plenty è un cantiere aperto di morte e disastri antropologici, una trincea in cui vengono ammassati corpi psichicamente devastati, una fossa comune in cui si affollano i cadaveri di un millenarismo che non riesce più a fornire le risposte metafisiche e politiche che facevano da sfondo al sogno americano, oggi tramutatosi in incubo al vetriolo.
Non sceglie New York, Wenders, per creare la sua potente critica allegorica a questo sistema postcapitalista, postapocalittico, post tutto. E’ Los Angeles il teatro fisico di vicende implausibili e, in quanto formalmente ineccepibili, estremamente simboliche. Land of plenty è la storia di due anime alla ricerca di se stesse e dell’America, due anime che hanno vissuto all’estero due tipi diversi di guerra: l’anima anziana è reduce dalla tragedia del Vietnam, che l’ha infettata ben oltre le fibre su cui l’Agent Orange matura i suoi effetti patologici; e l’anima giovane è appena tornata a L.A. dopo avere vissuto le conseguenze atroci del conflitto israelo-palestinese. Paul Jeffries è il reduce, ora trasformatosi in una sorta di iperbole della teoria del complotto, un paranoide in libertà deciso a proteggere l’America dal terrorismo arabo, che gira nel dedalo di Los Angeles a bordo di un furgoncino superattrezzato che nemmeno quelli di CSI. Sua nipote Lana, appena tornata dalla Palestina, fa la volontaria in una comunità alloggio per homeless, stravolta dalla realtà di un’America prostrata da una povertà ormai endemica. Zio e nipote sono gli unici parenti che rimangono l’uno all’altra. Dal loro rincontrarsi, da un’inesplicabile morte di un barbone pakistano, da una ricognizione che modula le perversioni della teoria della cospirazione e la verifica sul campo di un on the road ben più drammatico di quello beat – da questi incroci non obbligati e simbolici, nasce la maturazione di una coscienza che ammutolisce dopo il trauma.
Wenders azzarda tesi che Michael Moore, non essendo un artista, non è in grado non dico di rappresentare, ma nemmeno di partorire o di enunciare. La teoria del complotto come malattia del potere, la riattivazione del trauma mai sopito della sconfitta in Vietnam (sorta di Versailles che genera una nuova forma mutagena di nazismo: non tedesco, bensì a stelle e strisce), l’annullamento del canone di formazione dell’anima giovane e bella esposta alle brutture della realtà, perfino una comicità surreale che non dispensa dalla tragedia ma è parte stessa della tragedia (ci sono citazioni da Lynch che valgono da sole il prezzo del biglietto): questi elementi, sotto lo sguardo di cristallo di Wenders, non sono teoremi ma verità che sfiorano l’universale.
Capace di proiettarci in una specie di surrealtà onirica eppure attuale e riconoscibile, Wenders sottopone chiunque a una seduta psicoanalitica per conto terzi: siamo noi a elaborare il trauma americano, oltre che a sobbarcarci il peso dei traumi che gli americani attualmente infliggono al pianeta. E, come in ogni vicenda psicoanalitica, l’esito è meno importante del processo. Un processo che risulta opera vivente, da trance di verità, da ipnosi regressiva e futuribile, il mito della realtà che si rovescia nella realtà del mito, attraversando un percorso emotivo, oltre che linguistico, di rara intensità – che colpisce, che è impossibile lasci indifferenti.
Invito caldamente a vedere questo capolavoro tutti coloro che, come me, nutrono una diffidenza acerrima nei confronti di Wenders, della sua poetica facilona, del suo intellettualismo da biolco crucco, delle sue raffinatezze visuali e cinetiche. Questo è un film importante, che surclassa per capacità di impatto qualunque altra opera d’arte che, in questi anni, ha tentato di tradurre in linguaggio la critica legittima a una nazione morente, in stato comatoso, in evidente necrosi.

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