di Valerio Evangelisti

(Postfazione a Joe R. Lansdale, L’anno dell’uragano, trad. Umberto Rossi, ed. Fanucci, pp. 164, € 11,00)

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Non potrebbe esistere migliore introduzione all’opera narrativa di Joe R. Lansdale di questo romanzo breve del 2000, L’anno dell’uragano (The Big Blow, sviluppo di un racconto del 1997 compreso nell’antologia “Revelations”). Vi si trovano tutti gli elementi che rendono la prosa di questo autore, per tanti versi anomalo, così affascinante. Efficacia dirompente raggiunta attraverso una straordinaria economia di mezzi (qualsiasi infiorettatura stilistica è rigorosamente bandita); attribuzione di psicologie precise, e talora complesse, anche ai comprimari; assenza di svolte prevedibili nei dialoghi o nella trama; attenzione ai colori, alle atmosfere e a tutti quegli elementi che il lettore medio percepisce senza rilevarli, ma che gli consentono di formarsi un quadro visivo di estrema precisione. E una dose di suspense altissima, raggiunta non attraverso trucchi narrativi scontati, bensì dettata dalla materia della vicenda e dal dipanarsi della trama.

Leggendo Lansdale, molti dei cinque sensi sono all’opera. Si percepiscono tonalità cromatiche, suoni, persino odori. Vale per tanti scrittori americani contemporanei e non contemporanei, ma non per tutti. Vale per scrittori di altri continenti, però in numero limitato. Sarà per via della materia trattata, ma a me questo e altri testi di Lansdale richiamano alla mente, in un accostamento un po’ blasfemo, il Richard Wright di Ragazzo negro e di Paura e il Jack London magistrale del racconto Il messicano e di alcuni dei suoi romanzi non esotici. Con in più, dalla parte di Lansdale, squarci di crudeltà che si affacciano improvvisi, capaci di far sussultare chi si fosse adattato a una lettura ordinaria e pacata. E, cosa davvero notevole, risolti in poche righe, quando non in poche parole.
Proprio la crudeltà mescolata all’humour — come in un altro probabile nume tutelare, Mark Twain – è il segno che unifica l’opera, multiforme e ormai imponente, di questo scrittore. Capace di slittare, con la naturalezza propria degli scrittori statunitensi raccolti sotto l’etichetta obsoleta della post-modernità, o sotto quella incompleta dell’ “avant-pop”, da un genere all’altro, da un medium all’altro. Abbiamo così un Lansdale che coltiva l’horror e il noir, che rispolvera e rigenera il western, che scrive sceneggiature per fumetti (sua è la famosa serie di Jonah Hex), che si dedica a curiose novelizations di comics famosi, che, inopinatamente, si esercita nel romanzo realistico e di denuncia. Persino la musica rientra nei suoi interessi, e solo il cinema ne resta fuori — pur essendo a un passo di distanza dal suo mondo immaginativo. Forse la materia di Lansdale è troppo torbida, o forse lo scrittore ama a tal punto il cinema di serie B, suo costante riferimento, da volersi riservare un ruolo di puro e affascinato spettatore.
Il pensiero corre a Neil Gaiman, è ovvio (lasciamo da parte Stephen King, che con Lansdale ha in comune unicamente gli slogan entusiastici delle fascette). Solo che l’inglese trapiantato in America è tutto sommato meno inquietante del suo collega texano. Questi, di motivi di inquietudine, ne reca con sé a bizzeffe. Primo fra tutti, proprio l’essere nato in Texas e l’identificarsi pienamente con la sua terra — dunque con una porzione d’America che, ribellatasi al Messico quando questo abolì la schiavitù (ciò per la verità storica, al di là delle leggende nobilitanti confezionate in seguito), ha mantenuto fino a oggi un’orgogliosa autonomia da cui non sono assenti né il razzismo, né il fondamentalismo religioso.
Lansdale è dunque conterraneo di George Bush, e rivendica radici texane altrettanto profonde. Ma l’accostamento deve fermarsi lì. Se c’è un tema che affiora in tantissimi romanzi di Lansdale, e anche in questo L’anno dell’uragano, è proprio quello antirazzista, e anzi progressista in senso lato. Si tratti della serie noir consacrata ai due bizzarri investigatori Hap Collins e Leonard Pine (Il mambo degli orsi, Mucho Mojo, Bad Chili, per limitarmi ai titoli tradotti in italiano), o di romanzi della nostalgia che ricordano molto Il buio oltre la siepe, come il semi-fantastico In fondo alla palude o il realistico La sottile linea scura, Lansdale conficca a fondo il proprio bisturi narrativo nel razzismo, non per emendarlo ma per estirparlo come il più infetto dei tumori. Ma anche l’ingiustizia sociale e il fanatismo religioso ricevono la loro giusta dose di rasoiate.
Cosa c’è di inquietante in tutto ciò? C’è che Lansdale non opera alla maniera elegante e un tantino schifiltosa di uno yankee illuminato, bensì lo fa da texano, col cappello da cowboy in testa e gli stivali piantati nel suolo sabbioso. Lui conosce i suoi polli. Descrive senza infingimenti la ferocia dei razzisti, e risponde con altrettanta ferocia. Conosce anche debolezze e ambiguità delle loro vittime, e non risparmia nemmeno loro. Certo, ne illustra pienamente le ragioni. Si legga, in L’anno dell’uragano, il veloce dialogo del pugile nero ‘Lil’ Arthur con i genitori. In poche battute è un condensato di tutto Radici che ci viene proposto, con effetti persino più corposi. Però non è ‘Lil’ Arthur, vittima sacrificale di un incontro di boxe che già immaginiamo (sbagliando) in stile Ralph Ellison, l’eroe della storia. Se un eroe c’è, è piuttosto il suo antagonista: il disgustoso, sadico McBride, piovuto a Gladstone, alla vigilia di un uragano epocale, per picchiare a morte il nero, reo di avere battuto un bianco in un incontro e, dunque, di avere suscitato l’indignazione dei maggiorenti locali.
Il punto di vista da cui Lansdale narra la storia è proprio quello di McBride, a prescindere dal riscatto non voluto e parziale di costui. Lo è persino quando McBride non è in scena. Lansdale è feroce quanto il suo pugile-killer, e non ci risparmia i colpi allo stomaco; a partire dalle prime pagine, dove una disgraziata prostituta — “la Rossa”, di lei non sappiamo altro — è strumento di comfort per McBride quanto le coperte del letto su cui giace, e su cui passa un’intera giornata coprendosi via via di lividi. Per non dire della passeggiata dell’assassino al porto, e delle provocazioni lanciate agli scaricatori per farne, a scopo di allenamento, dei punching ball inconsapevoli.
Lansdale, dalle sabbie del suo Texas, pare avere assorbito fino in fondo individualismo e gusto per la violenza (dove la seconda non è che un portato naturale del primo). Tuttavia coltiva abbastanza la ragione da tenere a bada la bestia che, per ragioni ambientali, conosce tanto bene. In pratica, somiglia a un cultore istintivo di Nietzsche che però sostenga, per convinzione razionale, gli ideali di Martin Luther King. Come facevano più rozzamente Martin Eden ed Ernest Everhard (la “belva bionda” socialista protagonista de Il tallone di ferro). Per questo avevo evocato più sopra Jack London. Sono convinto che, gratta gratta, sia proprio London il nume tutelare della parte più vitale della narrativa americana, da un secolo in qua. Poeta della crudeltà anche lui, ma ribelle (almeno in gioventù) agli impulsi innestatigli dal contesto storico e sociale.
Se si accetta questa filiazione, Joe R. Lonsdale, che nel quadro della letteratura statunitense contemporanea potrebbe sembrare un caso a sé (non si apparenta a nessuna “scuola”, e nessuna scuola lo annovera tra i suoi), cessa di apparire tale. Autori disparati per epoca e tendenza come Algren, Thompson, Yurick, Eggars, McCarthy, Tosches, Ellroy e molti altri sono specialisti (quanto prima di loro Cain o Caldwell) nell’inserire nelle proprie pagine, anche le più equilibrate, l’improvviso dettaglio osceno, la notazione feroce, l’esplosione di cinismo. Sintomo della trasposizione in terra statunitense, in forme molto più semplificate (e dunque brutali) di quelle europee, del conflitto ancestrale tra natura e cultura, tra istinto e razionalità. Non è a caso se in America, paese nato nel sangue di atroci guerre civili (di cui quella texana fu solo tra le prime), lo scontro sociale fu caratterizzato da un tasso di violenza ai limiti del sostenibile, in parte protrattosi fino ai nostri giorni.
Al di fuori dell’ambito storiografico, solo la letteratura ci ha offerto le chiavi per leggere questo dramma, grazie a scrittori capaci di estraniarsi dal campo di battaglia in cui sono radicati e di descriverne episodi e contorni. Joe R. Lansdale è proprio questo: un testimone partecipe, vale a dire l’unico tipo di testimone attendibile. Guai a scambiarlo per autore dispersivo o marginale. Farlo significherebbe non solo ignorare la sua realtà, ma anche la nostra, sempre più simile a quella. E, pessimisticamente, aggiungerei persino: il nostro futuro. Basta che vinca il texano sbagliato e siamo tutti fottuti.

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