di Giuseppe Genna

La terra, il tepore, la morte – …Si è parlato molto di morte in questi giorni: della morte serena di Zio Carlo, filosofo e yogi, che forse sapeva la data del suo trapasso. Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato.
ENZO BALDONI

baldoni.jpgTra la fine di Fabrizio Quattrocchi e quella di Enzo Baldoni, in sostanza, non c’è differenza: sempre di morte si tratta. Ma tra la vicenda personale di Quattrocchi – e dei suoi compagni sequestrati in Iraq – e l’avventura umana di Enzo Baldoni corre un abisso. Poiché l’esposizione mediatica è un segnale di notevole significato, in questi tempi di indegna sottocultura, annoto che, alla morte di Quattrocchi, si ebbe il buongusto di esercitare il massimo dell’enfasi fascistoide e pauperista: il poveraccio era come un operaio che voleva guadagnare qualche soldo in più, Gasparri annoverava la salma calda tra i suoi elettori, eroicamente l’uomo aveva enunciato il principio ottocentesco che così muore un italiano. Vespa, caciare varie. Per Baldoni, due miseri collegamenti Rai di un minuto, col povero Pino Scaccia devastato dalla morte dell’amico. Vagolo per un’ora alla ricerca di notizie in tv: Mazzocchi è felice e contento e parla dello “splendido stile Chechi”. Pubblicità. Su Canale 5, il promo di un concerto dei Pooh. Su Rai Uno un film francese solare e adolescenziale. Del governo, nessuno che parli, nessuno che si faccia vedere.
Perché la morte di Baldoni, al governo e all’Italia più becera e idiota, fa male. Fa peggio però a noi, costretti a subire l’ennesima conseguenza di una guerra: nemmeno da fare distinzioni tra guerra giusta e ingiusta – la guerra è una merda, come merda biologica è ora il corpo di Baldoni, schizzo tra gli schizzi di merda.

Comprendo perfettamente che fare distinguo, in queste occasioni, è cinico e letale, ma mi permetto quest’agio per ribadire che ancor più cinico e letale è, come ha fatto il governo italiano, promuovere e partecipare a una guerra. La barbara uccisione di Enzo Baldoni rientra in questa logica cinica e letale, per l’appunto. Con l’aggiunta, tuttavia, di un’enorme pietà per uno che, nei luoghi della guerra, ci era andato non per arrivismo e nemmeno per fare grano, neanche per costruirsi una fama o fare l’originalone – cattiverie che non gli sono state risparmiate, almeno fino all’attimo che precede la martirizzazione di governo, quella indegna pratica istituzionale che specula sul sorriso di una ragazzina che ha lanciato l’appello per il papà rapito.
Non era un giornalista professionista, Baldoni, bensì un uomo che viveva sulla propria pelle il tormento dell’esistenza e della stolida “necessità” dei conflitti e della sofferenza. Una necessità falsa, che trabocca di sangue sempre diverso da quello di coloro che la enunciano.
Di questa enorme ipocrisia, di questa retorica allucinante, tutta imperniata sulla fantasia del terrorismo (una fantasia fantasmatica, appunto: un fantasma autentico), grondano le parole del comunicato ufficiale del premier italiano che, questa guerra, l’ha voluta per atto di servilismo criminale nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca: «Non ci sono parole per un atto che non ha nulla di umano e che d’un colpo cancella secoli di civiltà per riportarci ai tempi bui della barbarie»: è quanto afferma il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in una nota sull’uccisione di Enzo Baldoni. Il premier esprime un sentimento di pietà per Baldoni, solidarietà alla famiglia, ma ribadisce la «ferma determinazione a combattere il terrorismo». «Solo un sentimento di pietà per il povero Enzo Baldoni e di solidarietà per la famiglia – prosegue Berlusconi – soprattutto per quei due ragazzi che, con tanto amore e tanta dignità, avevano lanciato un appello, rivelatosi purtroppo inutile perchè diretto a chi evidentemente non aveva cuore per ascoltare. Ma al tempo stesso – afferma ancora il premier – la riaffermazione della ferma determinazione a combattere il terrorismo dovunque e in tutte le forme in cui si manifesti». «L’Italia – conclude Berlusconi – manterrà fede agli impegni assunti con il governo provvisorio irakeno nel quadro della deliberazioni delle Nazioni Unite per ridare all’Iraq pace e democrazia».
Una vergogna. Una vergogna parlare di terrorismo. Una vergogna ribadire, quando fa comodo, che siamo lì in missione di pace (ma quale diavolo di pace?) e, quando invece è più vantaggioso, parlare di guerra al terrorismo (ma quale diavolo di terrorismo?).
Sia chiaro che nessuno aveva obbligato Enzo Baldoni ad andare là: non era un soldato di leva o di firma. Ed è proprio questo che crea imbarazzo ai soloni della falsificazione, agli assassini per conto terzi, ai mandanti per nulla occulti che stanno mettendo a ferro e fuoco mezzo Medioriente. Enzo Baldoni era là a vedere coi propri occhi, e a raccontare a tutti, la sofferenza dei poveracci che, questa dannatissima guerra, la subiscono. Era là per tentare l’inaudita opera di un’intervista al più scalmanato tra i fanatici impegnati a difendere la propria terra dalle milizie neomillenariste di quest’occidente, micidiale nella sua implicita teologia: intervistare Al Sadr era il suo sogno. Era là, Baldoni, per dare una mano alla Croce Rossa. Era in quelle terre crivellate da colpi mortali provenienti da obici di tutti i tipi e tutti prodotti in occidente: per testimoniare di una professione di fede umana, più che giornalistica.
Aveva iniziato nel 1996 in Chiapas, Messico, dove incontrò il subcomandante Marcos. Poi era stato in Birmania, Timor Est, Colombia. «Qualcuno pensa che io sia un mezzo Rambo che ama provare emozioni forti, vedere la gente morire e respirare l’odore della guerra come Benjamin Willard l’odore del napalm la mattina in Apocalypse now – ha detto una volta -, invece sono lontano mille miglia da questa mentalità, molto semplicemente sono curioso. Voglio capire cosa spinge persone normalissime a imbracciare un mitra per difendersi».
In Iraq Baldoni era arrivato per la prima volta quest’anno, un paio di settimane fa, con un accredito di Diario. «Non ho una particolare paura della morte», ha detto qualche tempo fa in un’intervista. «L’ho conosciuta abbastanza bene. Alla mia sono andato vicino un paio di volte. Poi mi sono morte diverse persone tra le braccia. Ormai è una vecchia compagna di viaggio».
Baldoni, che praticava zen, poteva permettersi di pronunciare verità scomode per sé e scandalose per altri, attinenti alla propria e all’altrui morte. Non aveva accomandite occulte da parte dei servizi segreti, come qualcun altro gioiosamente celebrato da melanomi multipli in diretta tv. Non aveva padri fascisti con il tricolore stoico, a ribadire la vocazione al nazionalismo più pernicioso e fondamentalista.
Va salutato secondo l’augurio zen: che tu sia nello Zammai, Enzo Baldoni.

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