di Valerio Evangelisti

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In occasione dell’uscita in Urania Collezione n. 10 del romanzo di Joe Haldeman Guerra eterna, pubblichiamo l’introduzione al volume scritta da Valerio Evangelisti.

Quando si parla di fantascienza, e in particolare di fantascienza statunitense, bisognerebbe smettere di adoperare le classificazioni nate all’interno stesso del genere, per mano di critici di dubbia profondità o di direttori di collana ignari del valore culturale della narrativa che proponevano. Ciò vale in particolare per la definizione space opera. Essa designa quasi in toto la fantascienza avventurosa, e in particolare quella che ha al centro le esplorazioni e le guerre spaziali. Pare riferirsi più alle modalità dell’allestimento che ai contenuti. Raggruppa testi profondamente diversi e li comprime a livello di Flash Gordon. E’ in sé impacciata e un po’ ridicola; se poi la riferiamo a Joe Haldeman, diventa addirittura insultante.

Joe Haldeman, nato nel 1945, è per un verso effettivamente il diretto erede dei Cordwainer Smith, degli Edmund Hamilton, degli Heinlein, dei Van Vogt; cioè di tutti gli autori che, con romanzi scritti attorno alla sua data di nascita, seppero incantarci con conflitti di dimensioni grandiose combattuti tra stelle lontane, da flotte di astronavi che avevano preso il posto dei velieri corsari e delle moderne navi da guerra. Gli scenari siderali di Haldeman sono gli stessi, e i premi prestigiosi vinti da Guerra eterna hanno inteso sancire anzitutto l’assunzione di un lascito glorioso.
Nello stesso tempo, da autore intelligente qual è, Haldeman muta completamente registro. Non ci sono fanfare a guidare le sue battaglie, non c’è retorica nei suoi guerrieri che cavalcano due diversi ritmi del tempo. Se dietro gli autori degli anni d’oro della fantascienza si potevano scorgere in controluce Okinawa, la Normandia o le vittorie della prima guerra mondiale, dietro Haldeman c’è la ferita sporca del Vietnam. Scrive di soldati da soldato, però col disincanto di chi sa quanto tragico sia il mestiere delle armi.
Haldeman detesta la guerra e ce lo dice a tutte lettere. Non che si perda in prediche pacifiste: il suo stile essenziale, incisivo, non è fatto per le divagazioni. Semplicemente, con Guerra eterna veniamo gettati nel bel mezzo di un conflitto, costretti a vederne e subirne assieme al soldato Mandella — condizionato a farsi macchina assassina — tutte le aberrazioni. Nulla di analogo a Fanteria dello spazio di Robert Heinlein. Quello magari è il modello, quanto a narrazione realistica, però ribaltato. Con Haldeman siamo in pieno Full Metal Jacket: non realismo, bensì verismo, e dei più crudi. I soldati muoiono, subiscono mutilazioni, galleggiano tra la remissività stolida e l’orrore. I loro ufficiali non sono guide paterne e cameratesche, bensì ottusi maestri di delitto. Ogni passo nella carriera di Mandella, il protagonista del romanzo, è uno spostamento verso la soglia ultima dell’atroce. Consistente nella progressiva scoperta di quanto vane siano le sofferenze di tanti mandati a morire in nome di uno scopo via via più dubbio.
La tematica giovanilistica del “cadetto dello spazio”, il quale meglio combatte e più matura, è stravolta nella figura opposta del “forzato del tempo”. Tale è infatti Mandella, prigioniero della trappola diabolica che Haldeman, forte di una solida preparazione scientifica, gli ha teso. In ogni suo spostamento sui fronti di guerra, un viaggio di poche settimane corrisponde, sulla terra, al trascorrere di centinaia di anni. Per cui Mandella, come i suoi commilitoni, non ha nessuna retrovia, nessun rifugio familiare in cui riparare nei momenti di stanchezza. Esistono solo lui, la guerra e il groviglio di nemici mostruosi che si tratta di uccidere, senza che nessuno ricordi bene perché.
In uno scrittore meno dotato e specializzato nel filone bellico della fantascienza (Algys Budris, Hal Clement…), tutto ciò risulterebbe interessante e curioso. In Haldeman è inquietante al massimo grado, per non dire terribile. Con tocchi leggeri conferisce ai suoi personaggi spessore vero, li dota di problematiche esistenziali che il lettore percepisce all’istante (e condivide). E’ forse esagerato parlare di maestria?
Ma la maestria autentica appartiene alla fantascienza tutta intera, quando è padrona dei suoi mezzi. Allora la proiezione futura si fa metafora, o addirittura simbolo; l’estrapolazione tecnologica diventa strumento interpretativo. Cos’è la prigione temporale concepita da Haldeman per incarcerarvi il suo Mandella, se non una griglia semiotica che racchiude l’essenza di tutti gli eserciti e di tutti i conflitti? E perché mai un reduce dal Vietnam avrebbe deciso di trasfigurare in un romanzo fantascientifico le proprie esperienze, se non per via dell’idoneità di quella forma narrativa?
Space opera? Ma piantiamola. Fatte le debite proporzioni, prese tutte le distanze del caso, io non ho mai udito definire Earth opera un romanzo di Remarque. Anche nello spazio esistono il dramma e a tragedia.

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