di Valerio Evangelisti

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Tra le tante idee felici che caratterizzano la produzione Fanucci, c’è anche la riproposizione di un autentico classico della narrativa fantastica contemporanea: Io sono leggenda, di Richard Matheson. Proponiamo la postfazione al volume scritta da Valerio Evangelisti, quale invito ad avvicinarsi a un autore che in Italia ha avuto finora vita troppo effimera e marginale.

Quando un autore ha costruito la propria arte e le proprie fortune sulla dimensione del raccon-to, c’è molto da temere se decide di cimentarsi col romanzo (e viceversa, ma non nella stessa misura). Ciò sembra valere, in particolare, nel caso della narrativa fantastica. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il Gordon Pym di Poe regga male il confronto con la sua novellistica; che H.P. Lovecraft, quando si azzarda a sfornare testi più lunghi del consueto, sfoci nel disastro (Le montagne della follia) o nella riuscita solo parziale (Il caso di Charles Dexter Ward, o il ciclo della “sconosciuta Kadath”, oscillante tra il sublime e il soporifero).

Anche un maestro della fantascienza breve o brevissima, come Fredric Brown, approda a romanzi di bassa qualità (Il vagabondo dello spazio, Gli strani suicidi di Bartlesville) oppure validi nella misura in cui hanno al centro l’autoironia (Assurdo universo). Però sa riscattarsi con una serie di noir di alto livello. Destino che invece non tocca a uno dei migliori scrittori di racconti di fantascienza, se non il migliore in assoluto: Robert Sheckley. I suoi romanzi (Gli orrori di Omega, I testimoni di Joenes, Anonima Aldilà, ecc.) sono per lo più povere cose, caotiche o banali, prive di un’accettabile costruzione drammatica; quasi l’antitesi delle prose brevi.
Naturalmente esistono eccezioni, e rilevanti: da Jean Ray, che dopo una memorabile serie di racconti scrive un romanzo indimenticabile come Malpertuis, fino a Philip K. Dick, capace di produrre prosa stimolante e geniale quale che sia la sua lunghezza. Ma l’eccezione vera, l’unica in grado di sovvertire l’ipotesi da cui sono partito, è Richard Matheson. Soprattutto in virtù di questo romanzo, Io sono leggenda (noto in Italia anche col brutto titolo I vampiri), diventato a sua volta leggenda. Del resto, se un titolo apparso per la prima volta nel 1954, viene ristampato nel 2003, vuole dire che ha la forza per reggere al tempo, e che contiene un segreto che va decifrato con cura.
Richard Matheson, nato nel 1926, esordisce nel 1950 sulla rivista The Magazine of Fantasy and Science Fiction con un racconto destinato a imprimersi per sempre nella mente di chi lo legge: Nato d’uomo e di donna. L’ispirazione è palese: si tratta in pratica del rifacimento di un racconto di Lovecraft del 1921: L’estraneo (Matheson opererà poi altre riscritture: il suo romanzo La casa d’inferno, 1971, richiama molto da vicino La casa degli invasati di Shirley Jackson).
Che cosa distingue Nato d’uomo e di donna da un modello tanto illustre? Non è difficile scoprirlo. La storia di un ragazzo portatore di una mostruosità (ignota al lettore) così spaventosa da terrorizzare i suoi stessi genitori, era inserita da Lovecraft in un contesto tipicamente gotico: un castello con torri, corridoi interminabili e ali disabitate. Riusciva in fondo abbastanza naturale, in simile ambiente, la presenza di un mostro. L’effetto orrore era affidato solo al fatto che della natura precisa di quella mostruosità non si sapesse nulla.
In Matheson l’ambientazione gotica scompare, persino brutalmente. Salgono così in primo piano gli stati emotivi dei personaggi, non dispersi dalla cornice. La prima frase è di quelle che sconvolgono: “Oggi mia mamma mi ha chiamato mostro”. Il paragone suonerà irriguardoso all’accademia, ma viene da pensare a Kafka e al suo Gregor Samsa. Il resto del racconto (di sole quattro pagine) non è però kafkiano. Prende direttamente alla gola e trascina il lettore in un vortice di angoscia. Il fatto è che non è straniante. Tutt’altro: concerne emozioni reali, che è impossibile non condividere a fondo. E, più le si condivide, più si è trascinati in un pozzo di cui non si scorge la fine.
Con Nato d’uomo e di donna nasce un autore che si sottrae alle classificazioni. Per le sedi in cui è solito pubblicare, sarà spesso definito scrittore di fantascienza. Nulla di più inadeguato. In Matheson ci sono sì embrioni di spiegazioni scientifiche (è proprio il caso di Io sono leggenda), ma servono a dare una parvenza di concretezza alle sue fantasie; non a rendere queste ultime razionali e rassicuranti. Quanto all’elemento horror, bisogna intendersi. Matheson, che pure gioca con gli stilemi del genere, è il primo a dirci che dell’orrore non condivide i fattori viscerali, istintivi. E difatti, i suoi romanzi che sembrerebbero rientrare nella definizione (quello che avete tra le mani, il citato La casa d’inferno, Io sono Helen Driscoll) sono tutti tesi a cercare di dare regole allo spavento, a dominare l’ignoto e il terrificante (che poi sono la stessa cosa) tracciandone le mappe.
E’ proprio questo tipo di ricerca che ha ingenerato l’equivoco di un Matheson “scrittore di fantascienza”. Tanto che in un saggio del 1967 (anzi, in una raccolta di saggi) meritatamente celebre, In Search of Wonder, Damon Knight si è divertito a “fare le pulci” a Io sono leggenda, sforzandosi di evidenziarne col massimo puntiglio possibile le incongruenze scientifiche. Sottoposti allo stessi tipo di esame, decine di autori illustri classificabili “di fantascienza”, da Theodore Sturgeon a Philip K. Dick, perderebbero il titolo; e persino il romanzo migliore dello stesso Knight, Il lastrico dell’inferno, reggerebbe male alla prova.
Ma, nel caso di Matheson, la questione risulta particolarmente oziosa. Che sia autore di narrativa fantastica è certo; in quale delle sottospecie si collochi è quanto meno dubbio. La verità è che Matheson attinge alla letteratura di genere senza fare troppi distinguo. Da ogni filone prende ciò che gli serve: dalla fantascienza la parvenza di razionalità, dall’horror l’incombenza di un’alienità totale e ostile, dal thriller inquietudini e sudori freddi di un protagonista alle prese con una realtà che non capisce e non può dominare. Il tutto messo al servizio di una crisi individuale che domina il proscenio per intero.
A furia di mescolare ingredienti con la pazienza di un omeopata, Matheson arriva a iniettare nel genere, quale che esso sia, elementi che parevano non appartenergli: l’inquietante, l’angoscioso, l’incombente, l’elusivo, il fatale. Non è un caso se, convocato da Alfred Hitchcock per scrivere la sceneggiatura de Gli uccelli, scandalizza il regista proponendogli una storia in cui gli uccelli non si vedano affatto. Matheson procede per elisioni, non per aggiunte; consapevole del fatto che sono le mancanze a procurare la paura vera. E che non esiste paura se non c’è protagonista autentico, non di cartapesta, che la scopra in se stesso attraverso progressive incongruenze del reale.
Con Matheson il genere si fa umanistico, rifugge dalle formule e da una meccanicità degli eventi che non coinvolga la sfera psichica. Vale anche per le sceneggiature di alcuni film di Roger Corman tratti da Poe (in particolare I vivi e i morti e Il pozzo e il pendolo, più altri minori) In seguito Matheson dichiarerà che, mentre li sceneggiava, Poe non l’aveva ancora letto. Non c’è da fidarsi: le interviste del nostro sono sempre riduttive, e spesso esasperano per l’eccesso di umiltà che vi figura. Dirà anche, con plateale contraddizione, che dei racconti di Poe si era limitato a mantenere l’inizio e la fine, mentre ne aveva imbottito il più possibile, creandola ex novo, la parte centrale.
Ciò è molto più credibile; ma che cos’è che Matheson aveva aggiunto? Nei due film citati, essenzialmente lo spessore dei personaggi interpretati da Vincent Price. Resi indimenticabili per le loro patologie assurde destinate a sfociare nella follia. Qualcosa che nei racconti d Poe era appena accennato. Ricordiamo ancora oggi i film di Corman non per la loro aderenza al modello letterario, bensì per gli innesti su di esso delle tematiche di Matheson.
Prendiamo adesso Io sono leggenda. Ha avuto due trasposizioni cinematografiche, con L’ultimo uomo sulla terra di Ubaldo Ragona (1964) e con 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra di Boris Segal (1971). Il primo è fedelissimo al romanzo, il secondo non lo è affatto. Ma entrambi tradiscono Matheson su un punto fondamentale: trasportano la crudele vicenda di Robert Neville dal suo villaggio natale a una metropoli. In questo modo la tragedia collettiva finisce per sovrastare, e prevaricare, il lento insinuarsi dell’orrore nella quotidianità, il suo divenire quotidianità a sua volta. E’ un sistema di certezze familiari quello che si incrina nel romanzo, e in tanti racconti di Matheson. Dove esisteva qualcosa di sicuro, ora si infrange al tocco e apre un vuoto che nasconde l’atroce o l’inesplicabile. Regalando al protagonista, in Io sono leggenda più che altrove, un costante presagio di sconfitta e di morte che finisce con l’essere la dominante della sua vita.
Se associamo presentimenti infausti e incertezza, otteniamo un sentimento preciso e tra i più sgradevoli: l’angoscia. Ed è questa la chiave vera dell’opera di Matheson, sia quando somiglia a fantascienza, sia quando assume le parvenze dell’horror o del noir; sia quando si fa pagina scritta, sia quando diviene sceneggiatura cinematografica. Uno stato d’animo che pochi altri autori hanno saputo trasmettere con pari efficacia.
Gli strumenti di cui Matheson si serve per perturbarci sono in apparenza tra i più semplici. Non si cerchi in lui lo stilista: ha un fraseggio secco e addirittura scarno, riduce tutto all’osso, non si perde mai in divagazioni. Suona paradossale chiamare ciò maestria, però è così. Nessun altro taglio stilistico avrebbe consentito un pari risultato; meno che mai la ridondanza di certi maestri dell’horror classico come Lovecraft e Poe, in cui la scrittura barocca diveniva parte di ciò che di malato e morboso esisteva nel tema. Matheson è, come dicevo, suscitatore di sudori freddi, non evocatore di terrori ancestrali. Li genera nell’unico modo possibile: prendendo alla gola. E ciò richiede lo scatto fulmineo, l’effetto sorpresa. Quanto più “normale” è il contesto, tanto più la morsa istantanea risulterà letale.
Si nota anche la dimestichezza con media differenti da quello letterario. Oltre a scrivere direttamente per il cinema sceneggiature di successo (Duel, Frantic, per non citare che i titoli più strettamente legati alle tematiche consuete dello scrittore), Matheson firma alcuni episodi indimenticabili della serie televisiva Ai confini della realtà di Rod Serling e, in seguito, di altri telefilm di successo (Alfred Hitchcock presenta, Star Trek, ecc.). Non vi è alcuna differenza rispetto alla narrativa, di cui mantengono la stringatezza e un’identica carica di angoscia. Da notare poi che, in quei prodotti, le immagini sono assolutamente secondarie rispetto alla forza della storia, contenente in sé tutti gli elementi atti a provocare ansia e sorpresa. Al limite, i telefilm che recano la firma di Matheson potrebbero essere ascoltati, senza nemmeno la necessità di vederli; e la sceneggiatura potrebbe essere letta come un qualsiasi racconto, di cui possiede la struttura compatta.
Siamo dunque di fronte a un autentico virtuoso dell’arte del narrare, capace di incursioni multimediali come richiede l’immaginario moderno, ma per riportare tutto a letteratura, cioè alla forma del narrare più antica e consolidata; salvo poi arricchire quest’ultima della visualità e della tecnica che in altri media hanno il loro dominio privilegiato.
Scrittore modernissimo, quindi, Matheson, ed è in fondo anche questo che lo ha sempre reso difficilmente classificabile; scrittore di genere senza che sia facile precisare di quale genere si tratti; e, in virtù di tutto ciò, scrittore longevo, che non viene nemmeno sfiorato dalla crisi della fantascienza, dal declino dell’horror, dallo stereotiparsi del thriller. Già prima si poneva altrove, per non dire sopra. Un destino comune ad Harlan Ellison (forse lo scrittore più simile a Matheson, almeno quanto a gestione della propria professionalità).
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Certo, una posizione di quel tipo rischia di rivelarsi scomoda quanto quella di Robert Neville, condannato a una quasi totale solitudine. Nel caso di Matheson, il rischio è quello del mancato riconoscimento critico, dell’isolamento nella categoria degli intrattenitori tecnicamente ferrati e artisticamente nulli. Un rischio corso persino da Alfred Hitchcock, prima che Truffaut si incaricasse di analizzare quanta perizia creativa stesse dietro la fluidità apparente.
Sono persuaso che Matheson, ristampato e letto (e “visto”, quanto ai suoi film e telefilm) ormai da un cinquantennio con l’assiduità che si riserva a un classico, verrà prima o poi studiato da un Truffaut letterario seriamente intenzionato a capire i segreti intimi della scrittura al suo più alto livello di trasmissione emotiva. Se poi ciò non dovesse accadere, non sarebbe un dramma. Per le legioni di lettori delle sue storie Richard Matheson, come Robert Neville, è già leggenda.

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