di Francesco Gallo

Charles Burns, Dédales, Cornélius, Bordeaux, 2019 (tre volumi); Final Cut, Pantheon Books, New York, 2024 (volume unico); Labirinti, Coconino, Roma 2020/2024 (tre volumi)

[N.B.: le citazioni per migliore efficacia sono conservate nella lingua dell’autore]

01.
Non vorremmo fare un torto a nessuno riportando l’attenzione di chi legge nei confronti di un’opera a fumetti che, pur avendo ottenuto la giusta attenzione – l’autore, Charles Burns, vincitore dei premi Ignatz, Harvey ed Eisner, nonché illustratore per il “Time”, “The New Yorker”, “The New York Times Sunday Magazine” e per la rivista “The Believer”, è considerato giustamente uno dei più importanti cartoonist contemporanei – crediamo sia stata fraintesa nei suoi aspetti più interessanti e innovativi, se non addirittura male interpretata.
Final Cut, questo il titolo di una trilogia pubblicata nel corso di quattro anni – Labirinti. Vol 1., Vol 2. e Vol. 3 (Coconino Press, 2020, 2022, 2024), poi raccolta in un unico volume per i tipi di Jonathan Cape –, è un considerevole passo avanti nel percorso artistico di un autore che dimostra ancora una volta di saper sorprendere e inquietare.

02.
Cominciamo dalla storia.
Cresciuto in una cittadina dello stato di Washington, Brian Milner, il protagonista, è un ragazzo dotato di un eccezionale talento per il disegno. Come se non bastasse, sogna di fare il regista dal momento in cui, fin da ragazzino, ha sempre nutrito una passione viscerale per i film, quelli di Serie B, soprattutto, di fantascienza e horror, con titoli altisonanti come Rodan, il mostro alato (1956), The Flesh Eaters (1964), Gli eredi di King Kong (1968).
Una sera, durante una festa, il suo migliore amico Jimmy improvvisa un cineforum casalingo (Shock Theatre, lo chiama). Decide di proiettare The Creeping Flash, il film che, insieme a Brian, ha girato con una telecamera Super8 quando erano adolescenti.
La trama di The Creeping Flash, tanto lineare quanto improbabile, è raccapricciante: giunto sulla Terra a bordo di un disco volante, un vermetto rosa decide di annidarsi nella colazione del piccolo Jimmy, il quale lo ingerisce senza accorgersene, impazzisce per il dolore, e, uscito in strada, comincia ad aggredire i vicini brandendo una forchetta. La strage delle persone ha termine solamente quando Brian appare, armato di una pistola giocattolo, e lo uccide. Il finale, affidato al più prevedibile dei colpi di scena, mostra Jimmy che si risveglia nel letto della propria cameretta: è stato tutto un sogno, per fortuna. In un angolo del pavimento, però, c’è il vermetto rosa che avanza…
Torniamo alla festa.
Prima della proiezione, Brian se ne stava da solo, in cucina, seduto al bancone a disegnare. Stava scrutando il proprio riflesso, reso irriconoscibile dalle forme sinuose di un tostapane cromato, quando si è reso conto di stare realizzando un autoritratto: una sorta di cervello volante, gigantesco e polposo, dotato di un gruppo di infidi tentacoli. C’è di più, però. Nella volontà di smarrirsi nel vuoto di quella contemplazione, Brian capisce di essere un alieno, seduto a un altro tavolo in un altro mondo, dove è in grado di volare ovunque. Soprattutto, di sorvegliare. Di controllare chiunque.
All’improvviso, però, in cucina entra Laurie, sporgendosi da sopra le spalle di Brian per guardare meglio il disegno.
Laurie è un’amica di Jimmy. Assomiglia a una diva degli anni Cinquanta. Ha i capelli rossi e – Jimmy ha deciso – sarà la protagonista del loro nuovo film. Laurie resta affascinata da Brian. Dal suo talento. Dal suo modo di fare. Parlandogli, si rende conto che ci sono dei momenti in cui parla a macchinetta, con una modalità ossessiva; altre volte, invece, si assenta dietro un silenzio carico di emotività inespressa. Laurie, allora, ricorda le parole di Jimmy, a mo’ di avvertimento: «He’s a great guy… Really smart and talented… But be careful… Sometimes he gets a little weird.»
Fianco a fianco, Laurie e Brian assistono alla proiezione de The Creeping Flash. Brian è fiero del risultato finale, tanto che con Laurie si comporta in maniera amichevole, finanche calorosa. Da qualche parte dentro di sé trova addirittura il coraggio di accarezzarle la schiena. Commenta le scene con la professionalità di un regista appassionato («God, look at him… His acting is so amazing. It’s got to be his best role ever.») e soddisfa le curiosità di Laurie («What’s the deal with the pink worm? How’d you get it to move like that?») attraverso un uso sprezzante dell’ironia («Hey, that’s not a worm, that’s an alien creature from a distant galaxy… Haven’t you been paying attention?»). Quando il fruscio della pellicola smette, però, e Jimmy accende le luci, e gli amici applaudono e gridano, Brian si è fatto di nuovo distante, prigioniero di uno dei suoi strani silenzi. Laurie è preoccupata («There’s a cold, distant look in his eyes.»). E pensa che sia meglio togliere il disturbo quando Brian, con un ritardo di qualche minuto, risponde alla sua ultima domanda («What’s it going to be about? I really want to know!»): «The movie is about my head… It’s about all the fucked-up shit going on inside my head.»
Cos’è la testa di Brian? Un labirinto. Un labirinto all’interno del quale perfino i complimenti di una ragazza (la sua sincera, ammirata curiosità) finiscono per trasformarsi in un mastice che compatta l’incertezza, il dubbio, la paranoia. Teme, Brian, che Laurie gli abbia detto quello che gli ha detto non perché lo creda davvero, ma perché Jimmy, il suo amico Jimmy, le abbia consigliato di farlo.
La testa di Brian è un labirinto. E, se così è, qual è la creatura che lo abita?

03.
È il 1996 quando James Hillman, psicanalista e filosofo statunitense, scrive: «Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è uno e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino.» Sempre all’interno de Il codice dell’anima – un testo che, raccontando le esistenze di personaggi quali Hannah Arendt e Yehudi Menuhin, Joséphine Baker e Elias Canetti, illustra il potere del destino quando deflagra – Hillman aggiunge: «Il daimon […] ci motiva. Ci protegge. Inventa e insiste con ostinata fedeltà. Si oppone alla ragionevolezza facile ai compromessi e spesso obbliga il suo padrone alla devianza e alla bizzarria, specialmente quando si sente trascurato e contrastato. […] Ha bisogno della sua parte di bellezza. Vuole essere visto, ricevere testimonianza, riconoscimento.»
Eccoci qua, dunque.
La creatura che infesta la testa di Brian – al pari del mostruoso Minotauro rinchiuso nel labirinto di Cnosso – è il suo daimon. È la sua voce interiore. Il suo spirito guida. Il disegno dell’anima sempre pronto a complicare il rapporto tra le contingenze del quotidiano e la necessità di una sublimazione artistica. Il daimon di Brian è la sua vocazione. E la vocazione di Brian è quella di diventare un regista.

04.
Fatta eccezione per le pellicole di serie B proiettate da Jimmy durante lo Shock Theatre, all’interno di Final Cut ci sono tre film che hanno un’importanza fondamentale. Non si tratta di omaggi o citazioni. Sono sequenze (anche piuttosto lunghe) che entrano a fare parte della narrazione di Burns, la espandono e la approfondiscono.
La loro resa grafica è semplicemente straordinaria. Attraverso un’ampia scala di grigi, Burns crea un’atmosfera irreale e allucinata, mentre la recitazione delle attrici e degli attori, colta sempre quando è lievemente sopra le righe, fa sì che i piani della realtà del raconto si mescolino, portando in superficie quello che in Final Cut è sepolto negli strati più profondi della coscienza dei personaggi.

05.
Il primo film che si vede è L’invasione degli ultracorpi (1956) di Don Siegel. Si tratta del film che, qualche giorno dopo la visione di The Creeping Flash, Brian e Laurie vanno a vedere al cinema. È un appuntamento, il loro. Un date.
Per Brian è un’occasione perfetta. Non solo avrà modo di trascorrere del tempo insieme a Laurie, ma potrà anche farle vedere una certa sequenza, importantissima per il film che sta per girare. Laurie, invece, è piena di dubbi. Uscire con Brian forse non è la cosa più giusta da fare. Il film, poi, neanche le piace. Non troppo, almeno. Tranne il finale. Quando i protagonisti, una coppia formata dal dottor Miles J. Bennel (Kevin McCarthy) e Becky Driscoll (Dana Wynter), tentano di scappare dalla cittadina di Santa Mira, invasa da una misteriosa razza di alieni. Qual è il loro obiettivo? Non appena le persone si addormentano, dei baccelli enormi prendono il loro posto, trasformandosi in simulacri identici solamente nell’aspetto. La strategia messa a punto da Miles e Becky è semplice: assumere la maggiore quantità possibile di sostanze psicotrope per restare svegli e fingere di essere già stati sostituiti. E quasi ci riescono. Quando, però, un cagnolino rischia di finire sotto le ruote di un furgone, Becky ne è turbata, lancia un grido e il loro camuffamento viene scoperto. La fuga ha inizio. Raggiungono l’ingresso di una miniera dismessa – una grotta – dove Becky, purtroppo, esausta e spaventata, perde i sensi. E anche lei si “trasforma”.
Il pensiero di Laurie, mentre sullo schermo scorrono queste immagini, è rivolto al tragico destino della coppia: «No happy ending for them.» Quando in sala si riaccendono le luci, il volto di Brian è solcato dalle lacrime. Laurie non sa che fare. Vorrebbe sfiorargli la mano, ma ha paura di metterlo in imbarazzo. Decide di non fare niente, allora. Una volta usciti, dice di voler tornare a casa. Brian, però, insiste. Pretende di andare a bere qualcosa. Sfruttando la logica del film, dice: «You might feel tired, but you know you can’t go to sleep… You don’t want to turn into one of them, do you?»
Perché proprio L’invasione degli ultracorpi? L’obiettivo di Burns è doppio. Rimuove la cornice politica e storica della vicenda riconducendola al suo intento originario – confermato dallo stesso regista, tra l’altro, che, anni dopo, ebbe a dichiarare: «Né lo sceneggiatore [Daniel Mainwaring] né io pensavamo a un qualunque simbolismo politico. Il nostro obiettivo era prendercela con una concezione abulica della vita.» Invece di restare confinato all’interno di una parabola anticomunista (realizzata negli anni Cinquanta, in piena epoca maccartista), il tema della paura diviene condizione universale, di più: transgenerazionale.
Inoltre, Laurie ricorda di aver guardato L’invasione degli ultracorpi in televisione da piccola. E anche Brian. Se così fosse, l’avrebbero visto non prima degli anni Sessanta. Questo perché, a dispetto di alcuni dettagli come per esempio gli abiti indossati, oppure i modelli di certe automobili in circolazione, pare proprio che la vicenda di Final Cut (quando Brian, Laurie e Jimmy hanno almeno una ventina d’anni) abbia luogo durante una scheggia temporale conficcata tra gli anni Sessanta e Settanta, al massimo: fatta eccezione per il Super8, non compare alcuna tecnologia riconducibile agli anni Ottanta – walkie talkie, personal computer, musicassette. Sembra fuori dal tempo persino il locale dove Brian e Laurie vanno a bere. «I feel like I’m in one of those old beatnik movies» dice Laurie. E Brian: «It’s been around forever… I guess they opened in the early sixties.»
Siamo in un tempo sospeso.
Da un lato c’è Brian, che fa fatica a orientarsi tra quello che è reale e quello che non lo è; che si tratti dei suoi disegni oppure dei film che guarda o realizza. Dall’altro lato c’è Laurie, che, per non correre il rischio di perdersi, porta con sé una piccola mappa con le indicazioni da seguire. Brian si riconosce nella propria immagine riflessa sulla superficie deformata di un tostapane cromato. Laurie si osserva sdoppiata nel finestrino di un autobus. Sono diversi, certo. E stanno provando a frequentarsi e conoscersi. Solo che poi, quando Laurie chiede a Brian di vedere il quaderno con i suoi disegni, scopre qualcosa che proprio non le piace.

06.
Abbiamo detto che i film che all’interno di Final Cut hanno un’importanza fondamentale sono tre. Concentriamoci ora sul terzo, l’ultimo in ordine di apparizione.
Si tratta de L’ultimo uomo della Terra (1964) di Sidney Salkow: la trasposizione più fedele girata finora del celebre romanzo Io sono leggenda (1954) di Richard Matheson. Protagonista: il dottor Robert Morgan (Vincent Price), l’unico individuo immune da un virus che ha trasformato l’umanità in vampiri. Cosa fa il dottor Morgan? Di giorno vagabonda sullo sfondo di una desolante devastazione. Di notte, per resistere agli assalti delle creature che vogliono succhiargli il sangue, si barrica in casa e guarda vecchi filmati domestici all’interno dei quali sua moglie, Virginia Morgan (Emma Danieli), e sua figlia, Kathy (Christi Courtland), giocano e ridono. Ancora giocano. Ancora ridono.
Grazie a un lungo, doloroso flashback, veniamo a conoscenza della loro scomparsa. Il corpo di Kathy è stato preso in consegna dall’Esercito e dato alle fiamme in una fossa comune. Virginia, invece, è morta in casa. Morgan l’ha avvolta in un telo, l’ha caricata in auto e l’ha seppellita in un campo, lontano dalla città. Tornato a casa, ha sentito uno strano rumore fuori dalla porta. È Virginia. È tornata per succhiargli il sangue. Ecco: l’apparizione della moglie defunta è proprio la sequenza che Brian sta guardando da solo in casa quando la sua amica Laurie decide di fargli visita.
È passato un po’ di tempo dal loro appuntamento. E sono trascorsi tre mesi dalla gita in montagna durante la quale, insieme a Jimmy, e a una coppia di loro amici, Dana e James, hanno girato le scene principali del nuovo film; una storia d’orrore fantascientifico che Brian ha intitolato: Final Cut. (Brian, però, non ha un bel ricordo di quelle giornate in montagna. Per niente. Sarà che c’era anche una certa Tina.)
«Brian? How’s it going? Jimmy called you, right? And told I was coming over to pick up the film? Remember?» domanda Laurie, ma Brian non risponde. S’affaccia smarrito dentro lo sguardo stravolto di Robert Morgan (Vincent Price) e si comporta come se Laurie non ci fosse.
Laurie è profondamente a disagio. Tra l’altro, si sente in colpa per quello che è successo in montagna. Per quello che Brian ha scoperto sul suo conto e, soprattutto, per il modo in cui l’ha scoperto.
Mentre lui appare assorto nella visione de L’ultimo uomo sulla Terra, Laurie dà un’occhiata al quaderno di Brian. È pieno di disegni: i tronchi spogli di un bosco; un serpente con la testa rivolta contro una roccia; un essere con gli occhi rossi e la pelle ricoperta di squame. Ci sono anche i ritratti di un’attrice. Brian ha disegnato il volto di questa attrice, l’ha studiato, e poi deve averlo trapiantato sul corpo della sua amica Tina nell’occasione in cui, durante la gita in montagna, si è abbassata i pantaloni in un momento di puro esibizionismo e ha mostrato a tutti il sedere.
All’improvviso, in salotto compare la mamma di Brian. Sta cercando di rimettersi in piedi dopo un brutto periodo. L’acconciatura dei capelli è in ordine, adesso. E un piccolo crocifisso d’argento scintilla sul maglione a collo alto. Sta per andare a uno dei suoi meeting, annuncia. Prima, però, vuole assicurarsi che Brian, in sua assenza, mangi qualcosa. È gentile. Premurosa. Brian, invece, la tratta male.
Rimasti soli, Laurie glielo fa notare. Brian le chiede scusa, allora. Poi le consegna la pellicola del film e l’accompagna alla porta.
Una volta fuori, Laurie raggiunge Tina. La sta aspettando seduta su una panchina. Così Laurie inizia a raccontare. Dice che con Brian è andato tutto bene, alla fine. Ma sì, è andato tutto bene. Poi, però, inizia a piangere. Prima piano. Poi a dirotto. Dice: «It’s just… God, sometimes I feel like such a fuckup!» Tina, per fortuna, sa come tirarla su di morale. Le accarezza una mano, gliela stringe, quindi le propone di andare a casa: «So, here’s what we’re going to do… we’ll walk over to forty-fifth and catch the bus to my place… And then you’re going to take a nice hot bath while I cook us an amazing dinner. Does that sound good to you?» Certo, per Laurie è ok. Poi, però, ha paura. Lei e Tina stanno camminando mano nella mano. In pubblico. E se qualcuno le vedesse? A Laurie non interessa. Non più, almeno. Dice a Tina che la ama e che vuole stare con lei per sempre. Le due ragazze, appassionatamente, si baciano.
In queste poche tavole che anticipano il finale è come se Burns avesse tentato di riportare Brian e Laurie al punto di partenza. È stato un nuovo incontro, il loro. Nuovo, eppure diverso.
Dal punto di vista di Brian, certi aspetti del loro rapporto sono rimasti identici: la curiosità di Laurie nei confronti di lui e del suo talento, come pure la distanza che Brian continua a frapporre tra sé e la realtà. Senza accorgersene troppo, tuttavia. Perché lui, inutile girarci attorno, dev’essere un po’ come il dottor Robert Morgan, l’unico essere umano sopravvissuto al virus. Mentre Laurie, Laurie che ritorna, può essere sua moglie Virginia, voluttuosa vampira.
Ma se Laurie è evidentemente convinta di essere venuta a capo del proprio sé e del proprio orientamento affettivo, come dimostra l’accettazione delle potenzialità di una storia d’amore con Tina (e quanto avrebbe giovato alla storia, da parte di Burns, un approfondimento ancor maggiore della backstory e del mondo interiore di Laurie, pur efficacemente raccontata!), Brian, al contrario, ha ancora bisogno del cinema per dare forma ai suoi sentimenti più profondi, belli o brutti che siano; ha bisogno del carisma aristocratico e grottesco di Vincent Price che strabuzza gli occhi e spalanca la bocca e cerca di urlare senza però riuscire a emettere neppure un suono.
Senza tutto questo, Brian è ancora incapace di agire nel mondo. E, per capirne la misura, dobbiamo concentrarci ora sul secondo film citato.

(1-continua)

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