di Fosca Gallesio
Il romanzo di Michael Chabon, Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay, è una moderna epopea sulla cultura pop che esplora le contraddizioni del sogno americano, attraverso la storia della Golden Age del fumetto supereroistico. Protagonisti del romanzo sono due giovani cugini ebrei, Joe Kavalier e Sam Clay, che, nella New York della fine degli anni ’30 inventano il supereroe L’Escapista, il maestro della fuga, che diventerà un eroe molto popolare dei fumetti, proprio nel momento della loro ascesa come fenomeno culturale di massa.
Chabon si ispira ai padri fondatori del fumetto americano: da Jerry Siegel a Joe Schuster, creatori di Superman, che vendettero tutti i diritti del loro personaggio per soli 100 dollari; al mitico Jack Kirby (cui il libro è dedicato), che ha anche ispirato nei tratti fisici e psicologici il personaggio di Sam; senza dimenticare Will Eisner, rievocato nelle descrizioni delle innovazioni grafiche e narrative che i due cugini apportano al linguaggio fumettistico.
Ma questo scenario è soltanto l’arena in cui Chabon colloca una narrazione storica a cavallo della seconda guerra mondiale, impregnata del tipico sarcasmo ebraico, che sa raccontare con una sensibilità unica le tragedie, grandi e piccole, dell’esistenza, e trova straordinaria vivacità sulla pagina grazie ai due straordinari protagonisti. Il lettore vive la loro storia, che ha anche sfaccettature drammatiche, come una serie di fantastiche avventure, proprio grazie al potere della loro fantasia da fumettari.
La fuga è il tema portante del romanzo, incarnato dal supereroe immaginato da Joe e Sam: L’Escapista, un artista della fuga alla Houdini, che ha come emblema una chiave d’oro, capace di aprire tutte le prigioni e sciogliere tutte le catene, reali e simboliche, e sconfiggere i cattivi. Il tema della fuga permea anche le vite dei protagonisti: Sam Clay è un giovane uomo che vive con la madre “in quel contenitore a tenuta d’aria noto come Brooklyn”; mentre Joe Kavalier è scappato dalla Praga nazista, lasciandosi alle spalle i genitori e il fratellino, e vive con il senso di colpa del sopravvissuto, tentando di farli fuggire a loro volta in America.
Joe Kavalier è un talentuoso disegnatore, ma tra le sue passioni ci sono anche l’escapismo e l’illusionismo, che nel romanzo diventano super-poteri, insieme alla fantasia e all’immaginazione. Nella prima parte praghese del romanzo si racconta l’apprendistato di Joe presso un mago prestigiatore all’inizio degli anni ’30 e qui viene introdotto l’elemento mitologico e metaforico chiave del romanzo: il leggendario Golem del ghetto di Praga. Il Golem, oltre che emblematica figura di liberatore degli ebrei oppressi, ha per Chabon una connessione con il supereroe dei fumetti: è a tutti gli effetti un Superman ante-litteram.
Nel libro, durante l’occupazione nazista, Joe si imbarca in un’improbabile avventura al seguito del suo mentore, il mago Kornblum, per recuperare il corpo del Golem e trafugarlo fuori dalla Cecoslovacchia per farlo tornare come difensore degli ebrei, se non nella sostanza magica, almeno come simbolo. Il Golem viene trovato, ma invece di tornare in vita, diventa strumento per la fuga di Joe dalla Cecoslovacchia, che riesce a passare la frontiera proprio nascondendosi nella cassa dove è trasportato il corpo inerte della creatura.
L’essere ebrei definisce i due protagonisti, non è solo un elemento di caratterizzazione, ma anche un riferimento storico, perché quasi tutti gli autori della golden age dei fumetti erano immigrati di origine ebraica. Tanto che si potrebbe pensare che ci sia una speciale connessione tra ebraismo e fumetto, ma la realtà è che all’epoca i fumetti erano considerati un lavoro di terz’ordine, che nessun illustratore né scrittore degno di questo nome avrebbe voluto fare, e così gli immigrati ebrei, vedendosi preclusi gli altri lavori nel campo dell’editoria, si dedicavano alle strisce disegnate. Fino agli anni ’30 i fumetti apparivano solo in forma di striscia a quattro vignette nella pagina umoristica dei quotidiani e gli unici albi a fumetti erano raccolte di queste strisce, che avevano una struttura narrativa molto esile, come le barzellette. Con il primo numero di Superman nel 1938 inizia il periodo noto come Golden Age, in cui le storie a fumetti diventano vere e proprie avventure, con un’arco narrativo sviluppato su una sessantina di pagine e la classica struttura a 6/8 vignette per pagina che ancora oggi costituisce la griglia base dei fumetti.
Ma i comic-books erano considerati pubblicazioni popolari, alla stregua dei pulp, rivolte a un pubblico “basso” e quindi alla loro creazione contribuirono soprattutto gli economici ed emarginati autori immigrati di origine ebraica. Ma è proprio questa fortuita contingenza di mercato a far confluire nelle storie supereroistiche gli elementi della cultura ebraica, che finiscono per definirne l’immaginario narrativo.
Chabon racconta di aver proposto la connessione tra il Golem e il supereroe a Will Eisner, che avrebbe riconosciuto il parallelismo evidente tra questi due paladini con i superpoteri, giunti a salvare l’umanità dal male. E a rimarcare l’importanza di questa inscrizione simbolica nella resilienza tipica del popolo ebraico, all’inizio del romanzo Chabon riporta una citazione proprio di Eisner: “Abbiamo questa storia di soluzioni impossibili per problemi insolubili.”
A parte la prima sezione in Europa e una parentesi nella seconda parte del libro in Antartide, dove c’è il solo Joe Kavalier, il romanzo è dedicato alle fantastiche avventure di collaborazione fra lo scrittore Sam e il disegnatore Joe, che cercano di sfondare nella nascente industria del fumetto. Chabon è un autore abilissimo nel raccontare situazioni e tratteggiare i personaggi in modo acuto e preciso, facendoci vivere letteralmente l’atmosfera dell’epoca e creando sequenze indimenticabili, che hanno la vividezza delle scene di un film e la cura delle parole della grande letteratura.
Nel romanzo trovano spazio gli aneddoti sulla storia editoriale dei fumetti (come le estenuanti contrattazioni economiche e le compravendite di diritti d’autore, in cui gli editori cercano sempre di fregare i giovani creativi, e le peripezie di adattamento e sfruttamento delle storie su altri media come la radio), le apparizioni di personaggi reali come Salvador Dalì (protagonista di una scena divertentissima in cui rimane intrappolato in una tuta da palombaro e viene salvato solo grazie alle capacità da escapista di Joe), i riferimenti alla cultura popolare come Quarto Potere, che avrebbe influenzato il linguaggio delle tavole disegnate dei due cugini, e il drammatico scenario della seconda guerra mondiale, con il super-cattivo per eccellenza, Hitler e il nazismo, che incontriamo all’inizio a Praga e rimane come antagonista fondamentale di Joe, impegnato a combattere i nazi in ogni modo, dentro e fuori la pagina disegnata (in una copertina l’Escapista dà un pugno a Hitler, come nella realtà ha fatto Capitan America).
Il fulcro emotivo del romanzo è però l’amicizia e la collaborazione professionale tra i due cugini, che intreccia momenti di sintonia e simbiosi a incomprensioni e allontanamenti, per tutto l’arco dei vent’anni in cui si articola la storia. Questo genere di rapporto complesso tra due giovani maschi è una tematica ricorrente nei romanzi di Chabon: in diverse interviste ha dichiarato di trovare molto limitante il modo in cui sono raccontate le relazioni maschili. La mentalità dominante tende a ridurre il rapporto tra uomini alla dicotomia buddy or lover, amici o amanti; questa banalizzazione binaria impedisce di esplorare dinamiche relazionali più stratificate. Chabon invece esplora un territorio emotivo intermedio, complesso e sfumato, che sfugge alle narrazioni mainstream. Per questo ha sempre messo le relazioni maschili al centro dei suoi romanzi (dall’esordio I Misteri di Pittsburgh a Wonder Boys), giocando su tutto lo spettro relazionale, sia in termini di attrazione sessuale (ci sono omo e bisessuali, così come eterosessuali), che di relazioni di amicizia e di rapporti professionali – al punto che, agli inizi di carriera, si pensava che fosse uno scrittore gay, a dimostrazione della chiusura mentale ghettizzante ancora presente nella nostra cultura.
In Kavalier e Clay la relazione emotiva è arricchita dal legame familiare e complicata dal diverso orientamento sessuale dei cugini (Sam, come giovane omosessuale negli anni ’40, è un personaggio pieno di contraddizioni e sfumature) e fa da sostrato alla collaborazione artistica, professionale e creativa. Così il loro rapporto si struttura in una narrazione avvincente, fatta di innamoramenti artistici, conflitti emotivi, allontanamenti e riappacificazioni, che rende il romanzo un moderno coming of age sulla formazione di due fumettari e un testo significativo per l’epoca contemporanea e fondativo di un certo immaginario giovanile alla svolta del millennio.
L’altro tema fondamentale del romanzo, evidente già dal titolo, è il potere liberatorio della fantasia e dell’immaginazione. La vera fuga è quella delle storie e il fumetto è per eccellenza il genere “d’evasione”. Chabon redime totalmente il concetto di “fuga dalla realtà”, facendone un valore necessario alla sopravvivenza di fronte alla tragedia insostenibile della guerra; anzi nobilita la funzione di intrattenimento e di svago del fumetto come mezzo di espressione delle classi oppresse, come genere popolare capace di fare una catarsi di massa in un periodo di grandi cambiamenti storici e sociali. Il fumetto diventa così il linguaggio che ci porta verso il futuro del nuovo millennio, che meglio di altri riesce a mediare tra realismo e fantasia, che pur iniziando come striscia umoristica destinata ai bambini, diventa incarnazione di una nuova epica che attraversa tutte le generazioni.
E a rimarcare l’importanza culturale e politica del fumetto e il suo potenziale sovversivo, Chabon dedica l’ultima parte del romanzo all’ipocrita campagna moralista dei puritani che attaccarono il fumetto negli anni ’50, a partire dalla pubblicazione del testo “La seduzione dell’innocente”, in cui uno psichiatra sosteneva che i minori sarebbero stati influenzati moralmente alla devianza e alla criminalità dai fumetti. Una campagna che costrinse gli editori a creare un vero e proprio organo di censura, il Comics Code Authority, per sorvegliare i contenuti dei fumetti.
Chabon evidenzia l’ottusità di queste posizioni e il moralismo discriminatorio delle accuse: nel romanzo a essere colpito da queste accuse è naturalmente più lo scrittore Sam, che essendo il responsabile delle storie e dei testi sarebbe il presunto corruttore di innocenti. E non può essere un caso che Sam sia anche omosessuale, prima represso, poi nascosto, vista l’epoca. Uno scrittore di fumetti ebreo e omosessuale negli anni ’40: Sam Clay è l’emblema dell’emarginazione e potrebbe sembrare un personaggio quasi didascalico se non ci fosse l’abilissima penna di Chabon a renderlo profondamente umano e sfaccettato. Se Joe ha quasi i tratti del supereroe, per la sua bellezza malinconica, il suo genio artistico di disegnatore e le sue abilità da prestigiatore ed escapista e finisce addirittura a fare il soldato in Antartide; Sam è il side-kick, la spalla che rimane nell’ombra, ma è fondamentale perché l’eroe possa fare il suo lavoro, è l’uomo sulla sedia che regge tutto il lavoro da dietro le quinte, è quindi più schivo, introverso, ma anche altruista e disposto al sacrificio per il bene comune, e solo alla fine potrà fare la sua fuga liberatoria.
Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay non è solo un omaggio nostalgico all’età dell’oro del fumetto, ma un’indagine sulla funzione salvifica dell’arte. Chabon ci ricorda che l’evasione non è un atto di codardia, ma una strategia di resistenza: come l’Escapista, anche l’individuo marginalizzato cerca nella finzione la chiave d’oro per scardinare le catene della realtà. Il romanzo è una meta-narrazione sul potere di trasformare il trauma in mito, rendendo la ‘fuga’ l’unico atto di libertà possibile in un secolo di oppressioni.



