di Emanuela Monti

Mi sporgo sul lavandino per avvicinarmi di più allo specchio. Oggi il trucco deve essere perfetto. E manca ancora il mascara! Il mascara è fondamentale, per chi, come me, ha ciglia rade, corte, di quel colore indefinibile che ha l’acqua di uno stagno nelle giornate d’inverno, lo stesso colore dei miei capelli. Alcuni lo chiamano castano chiaro. Mio padre, almeno, lo chiamava così. “Marcella ha i capelli neri come sua madre, Patrizia invece ha preso da me; ha i capelli castani chiari come i Roccavale.” Lo diceva per sottolineare le remotissime ascendenze normanne dei Roccavale.
Come se questo fosse bastato a nobilitare il mio aspetto: il grigio topo dei miei capelli, dei miei occhi, della mia carnagione, a cui neanche il sole delle estati calabresi riusciva a strappare una sfumatura dorata.
Niente a che vedere con i colori di mia cugina Giulia. Lei sì, poteva vantare ascendenze normanne! I capelli color miele, gli occhi di un azzurro così intenso che dopo un po’ non riuscivi a sostenerne lo sguardo, l’ostro delicato del viso e del collo: tutto in lei era bello, luminoso, esotico.
Mia sorella Marcella invece non aveva nulla di esotico, ma non era meno bella di Giulia. Gli occhi nerissimi – o così sembravano per il contrasto dell’iride scuro con la purezza della cornea – facevano il paio con i capelli, che le scendevano sulle spalle in onde tanto lucenti e sinuose da parere vive. Una mattina ne avevo addirittura avuto paura. Mi ero svegliata prima di lei e l’avevo guardata dormire, nel lettino di fianco al mio. La vedevo di spalle, con quella massa di onde nere sul cuscino, sulla rovescia del lenzuolo. Di colpo i suoi capelli mi erano sembrati un groviglio di serpi ed ero rimasta immobile, paralizzata nel letto, certa che se si fosse voltata avrebbe avuto il volto della Medusa di Caravaggio che avevo visto agli Uffizi, l’anno prima, quando ci avevano portate a Firenze.
Del resto, a volte la sua vitalità mi spaventava. Nei giochi Marcella era sfrenata. E smodata era la sua voglia di ridere. Rideva così tanto che già da bambina aveva due piccole rughe ai lati della bocca.
Ora quelle minuscole rughe intorno alla bocca rossa, carnosa, dai denti bianchissimi, si sono fatte più profonde. Ma ormai si confondono, si perdono tra le altre, tra tutti i segni che il tempo ha lasciato sul suo viso. Marcella ha solo quarantacinque anni, ma è molto invecchiata. Come Giulia, d’altra parte.
Per Giulia il problema non sono le rughe. La sua pelle è ancora liscia, sebbene abbia perso l’alone rosato; Giulia è ingrassata. Anzi, senza eufemismi, è sfatta.
È talmente sfatta che ha sempre le borse sotto gli occhi. E il suo petto è tanto cadente che nemmeno i reggiseni rinforzati delle taglie forti riescono a sostenerlo. Pensare che era stata una delle prime a scoprire i reggiseni a balconcino, per mettere meglio in evidenza il seno pieno, sodo, quando nelle sere d’estate indossava le magliette scollate!
Anche la sera della festa di San Crisostomo indossava una maglietta scollata. Una semplicissima maglietta a fiorellini bianchi e neri con una minigonna bianca, che metteva in evidenza le cosce tornite.
Ogni anno il 21 agosto si festeggiava San Crisostomo, il patrono del paese, e la piazza si riempiva di bancarelle che vendevano dolciumi e frutta candita. La gente arrivava in massa dai paesi vicini e i ragazzi andavano avanti e indietro per le viuzze del borgo, per poi confluire tutti al vecchio Circolo degli ufficiali, a mezzanotte in punto.
Per Marcella e Giulia era il momento più atteso. Si eleggeva la reginetta e Marcella e Giulia sapevano, fin da bambine, che era solo questione di tempo. Sapevano che prima o poi sarebbe toccato a loro. Quella era una tappa prevista, così come lo erano la comunione, la cresima, il matrimonio. Da adolescenti non si perdevano un gesto della miss che saliva sul palco: per non farsi trovare impreparate, ne studiavano l’incedere, il modo in cui si piegava per ricevere il mazzo di rose, il bacio che indirizzava con la mano alla folla.
Eppure in qualche modo quel 21 agosto le trovò impreparate. Perché nessuna delle due aveva mai immaginato di dover condividere lo scettro. Né che quella sera la voce dell’assessore, amplificata dal microfono, dovesse annunciare: “Sono state elette reginette dell’anno le signorine Giulia Roccavale e Marcella Roccavale. Le nostre Roccavale, le figlie degli avvocati Vito e Ugo della stimata famiglia Roccavale, sono tutte e due tanto belle che la giuria non è stata capace di scegliere”. “Questo capita a chi eccelle al punto da non poter mai arrivare secondo”, aggiunse l’assessore con aria sorniona.
E chi non arriva mai neanche secondo?
“Le nostre Roccavale”! Non lo sapeva l’assessore che anch’io ero una Roccavale?
“Le nostre Roccavale!”
“Le figlie degli avvocati Vito e Ugo della stimata famiglia Roccavale!”
Almeno quello fosse stato un concorso di bellezza come si usavano nelle grandi città! Almeno ci si fosse candidate, per partecipare! No, lì no. Anche se non volevi, eri comunque in lizza. Perché tutti si conoscevano e nessuno si prendeva la briga di registrare nomi e cognomi. E se anche non avessi voluto prestarti a quel gioco, per riservatezza, per snobismo o solo per paura di scoprire quello che già sapevi benissimo, loro comunque si arrogavano il diritto di emettere un verdetto su di te, sui tuoi capelli grigio topo, sulle tue labbra esangui, sulla tua magrezza esagerata, sul tuo seno affamato di silicone.
Si sentivano in diritto di dire “le nostre Roccavale”. Senza neanche l’ipocrisia della pietà.
E io, che ci facevo ancora lì? Sarei rimasta ad assistere al tripudio di Giulia e Marcella fino alla fine, per poi tornarmene verso casa a testa bassa, qualche passo dietro di loro? No, era meglio avviarsi, era meglio sparire. Ma non sarebbe bastato eclissarsi quella sera. Lo sentii all’improvviso, mentre camminavo da sola verso casa, in quell’intrico di viuzze che non lasciavano passare un filo di vento. Neanche l’aria pareva riuscisse a penetrarvi. Eppure il latrato di un cane si confondeva con la voce dell’assessore, che annunciava il premio per i vincitori della gara di canottaggio. Rimbalzava sulle pareti delle case, abbacinanti di calce, che scendevano oblique, invadendo con prepotenza la strada già troppo stretta, e si sporgevano in spigoli aguzzi.
E quando spinsi il cancello di casa avevo già deciso. Non avrei fatto giurisprudenza a Reggio Calabria, come voleva mio padre. Mi sarei iscritta al politecnico a Milano.
“Tu un architetto?” gridò mio padre. “E che cosa puoi fare a San Crisostomo? Chi si fa fare la casa dall’architetto a San Crisostomo? Di un avvocato invece c’è sempre bisogno! Le liti non mancano da queste parti. E quello della nostra famiglia è uno studio conosciuto in tutta la provincia. La clientela è assicurata. E poi, se metti su famiglia, qui fai l’orario che vuoi. Dai una mano a me, per qualche lavoretto di poco conto, e sei libera di andartene quando vuoi. L’architetto! E poi che fai, vai in cantiere in tailleur? Te la vedi tu, a dare ordini agli idraulici e ai muratori?” aggiunse, cercando la complicità della mamma.
Era inutile spiegare a mio padre che non avevo nessuna intenzione di mettermi il tailleur e tantomeno di vivere a San Crisostomo. Per questo tacqui sulle mie vere intenzioni, ma continuai a insistere sul Politecnico. Su questo fui irremovibile. “Diventerò un architetto o niente. È l’unico lavoro che mi piacerebbe fare.” E a nulla valsero le urla, le scenate e le punizioni. Né servì che mi vietassero di scendere giù al mare, che mio padre mi iscrivesse ugualmente a giurisprudenza, che mi accompagnasse lui stesso in facoltà nei giorni di lezione. Ottenne soltanto di farmi perdere un anno di vita. Dopodiché si arrese.
Così alla fine sono arrivata a Milano. All’inizio è stata dura. Ma ho lavorato sodo e ce l’ho fatta. Sono un buon architetto e, soprattutto, sono un’altra donna.
Anche il tempo mi ha aiutata. Il mio corpo troppo magro si è riempito e porta con disinvoltura una perfetta taglia 42. Ho imparato a camminare sui tacchi alti e a truccarmi con perizia. Il resto l’ha fatto il parrucchiere Rino. Comunque, da un pezzo gli uomini mi guardano, quando passo per strada. Da un bel po’ di tempo, insomma, mi sento a posto.
A posto. Ma non in pace. Come se l’appuntamento più importante della mia vita dovesse ancora venire.
Anche adesso, mentre consegno le chiavi della camera alla reception dell’albergo e passo in mezzo alla gente e sorrido al portiere che si precipita ad aprirmi la porta, mi sento a posto, ma non in pace.
E ora, mentre il taxi percorre la Reggio Calabria-Salerno e poi la strada che si arrampica sull’Aspromonte verso San Crisostomo, sento che quell’appuntamento non è mai stato così vicino. Sono passati otto anni dall’ultimo giorno che ho trascorso a San Crisostomo, per il funerale della mamma, e provo qualcosa di nuovo, di diverso da tutte le altre volte. Un’inquietudine felice, per usare un paradosso. Qualcosa di simile a quello che devono aver sentito Giulia e Marcella il 21 agosto di tanti anni fa.
Perché adesso toccherà a me salire sul palco. E non solo l’assessore, perfino il sindaco si scomoderà. Del resto è stato proprio lui a telefonarmi. “Signorina Roccavale, ho voluto darle io stesso la bella notizia. Che è stato scelto il suo progetto per la ristrutturazione del palazzo del municipio. Se potesse intervenire alla cerimonia per l’apertura dei lavori, ne saremmo onorati”.
E infatti è lì che mi aspetta, con tutti i notabili di San Crisostomo in pompa magna. Mi guida sul palco, orgoglioso di tenere il mio braccio. Mi fa accomodare, prende il microfono e dice: “Signori e signore, è un vero piacere avere qui Patrizia Roccavale. Per chi non lo sapesse, oltre a essere una donna di grande fascino, la nostra Roccavale è un valente architetto. Ha collaborato a progetti molto importanti e sono onorato di affidarle ufficialmente il lavoro di ristrutturazione del palazzo municipale.”
“La nostra Roccavale!”
Ecco, l’ha detto. Possibile che bastasse così poco? Possibile che un ometto grasso e sudato, con i baffi da ferroviere e un accento troppo marcato per rivestire il ruolo di massima autorità cittadina, conoscesse la formula magica per spezzare l’incantesimo?
Guardo la folla davanti a me e fra tante facce riconosco Marcella, seduta in prima fila. Ride, e quelle rughe agli angoli della bocca tornano a essere due fossette gioiose. Anche Giulia, lì accanto, ride e al di sopra delle borse gli occhi sono di un azzurro così intenso che è difficile sostenerne lo sguardo. Eppure lo sostengo. Finalmente ci riesco. E rido anch’io.

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