di Domenico Gallo
Il giorno 9 novembre del 1933 il Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi (NSDAP) era al potere da poco meno di dieci mesi, ma la Germania era già stata profondamente trasformata. In quel giorno cadeva il decimo anniversario del tentativo insurrezionale meglio conosciuto come il Putsch di Monaco, in cui i nazionalsocialisti intendevano guadagnarsi l’appoggio di esercito e polizia per prendere il potere in Baviera e poi estendersi fino a Berlino per realizzare una rivoluzione spietatamente conservatrice. Secondo le cronache dell’epoca, la commemorazione aveva assunto una connotazione religiosa che inevitabilmente doveva sembrare blasfema a un cristiano. I sopravvissuti alla salva delle carabine della polizia locale in Odeonplatz avevano preso il nome di “Ordine del sangue” (Blutorden) o di “Testimoni del sangue” (Blutzeugen). La cerimonia sfumava le proprie connotazioni politiche in quelle di un rituale religioso, Adolf Hitler indossava la camicia bruna come gli altri presenti, marciando tra le prime file del gruppo che apriva il corteo, vicino a lui era condotta in processione la bandiera intrisa del sangue del SA Andreas Baudriedl, cappellaio di 44 anni e reduce di guerra: la “bandiera di sangue” (Blutfahne). Bauriedl fu colpito all’addome da una pallottola e cadde sulla bandiera, che venne raccolta e tenuta nascosta dai nazisti fino a quando non venne consegnata a Hitler appena uscito di prigione. La Blutfahne macchiata del sangue del cappellaio di Monaco venne poi affidata alle SS, e in particolare allo Sturmbannführer Jakob Grimminger, che divenne l’unico portatore autorizzato. Usata per le più significative parate del regime nazista, la Blutfahne era gelosamente custodita nella Braun Haus di Monaco e controllata una speciale guardia d’onore. Forse distrutta durante due bombardamenti Alleati, se ne persero le tracce.
A partire alla prima cerimonia officiata dopo la vittoria elettorale nazista del 30 gennaio 1933, ogni anniversario sembrava procedere verso una progressiva trasformazione dell’evento politico in un uno religioso, in cui i sedici nazionalsocialisti caduti assumevano la connotazione di martiri. La piazza venne sottoposta a successive trasformazioni che la porteranno a essere uno dei centri spirituali più importanti della ritualità nazista, anche grazie agli interventi dell’architetto Paul Ludwig Troost e alle cerimonie del giuramento di fedeltà a Hitler delle SS.
Dobbiamo al lavoro di due storici, Édouard Conte e Cornelia Essner, la stesura del saggio La quête de la race: une anthropologie du nazisme, il più approfondito che sia stato specificatamente dedicato all’antropologia del nazismo e all’individuazione di un filo rosso che ha legato l’ascesa politica del nazismo a un progetto di costruzione di una vera e propria religione. Una religione che ha scientemente inteso sostituirsi a quelle esistenti per eternalizzare il proprio potere, al di là dello spazio e del tempo, per tutta la vita e oltre alla morte. Tradizionalmente ogni regime autoritario della storia umana del passato, ogni monarchia ha preteso di essere insignita direttamente da un essere superiore o di esserne il suo diretto strumento o essere essa stessa divina (come è bel descritto da Marc Bloch nella sua indagine dedicata al rapporto tra spiritualità, immaginario e potere intitolata I re taumaturghi), ma durante la modernità la sacralità del potere era stata progressivamente spogliata e sostituita da un accordo alleanza più laica tra il sacro della religione organizzata (in generale appartenente all’ampia famiglia del cristianesimo), il profano delle dittature militari e l’estrema versatilità in termini di alleanze dell’elitarismo. Particolarmente nella fantascienza inglese, dal film Privilege (1967) di Peter Watkins a V come vendetta (2005) di James McTeigue, tratto dal fumetto di Alan Moore e David Lloyd (1992-1995), la chiesa e la religione sono tra gli elementi del potere conservatore, forse quello più impegnato sul fronte della propaganda attraverso la sua secolare esperienza nello sviluppo e controllo dei comportamenti formali, ma non l’unico né quello più importante, ruolo invece ricoperto da chi ha la responsabilità diretta della repressione e della gestione istituzionale della violenza. Non deve quindi stupire se la più radicale delle rivoluzioni conservatrici del Novecento, il fascismo tedesco, abbia operato una riedizione di quel paradigma di potere che vedeva un’estrema sintesi tra religione e organizzazione sociale totalitaria declinati in una prospettiva utopica. Utopia e antiutopia non possono essere considerate separatamente, anzi l’antiutopia è una forma letteraria che intende colpire quelle organizzazioni sociali che, partite da utopie egualitarie, ne hanno progressivamente tradito gli ideali. Ma le utopie classiche, ci ha mostrato la storia, sembrano destinate a degradarsi e a tradire i loro stessi ideali. A volte si rivelano crudeli meccanismi elitari in cui la liberazione dal lavoro, il rispetto dell’ambiente, l’abolizione del denaro o il divieto del suo accumulo, il raggiungimento della felicità avvengono attraverso lo sfruttamento, la sottomissione e l’imbarbarimento di altre persone. Questa evidente metafora della struttura del progresso occidentale si può direttamente osservare in film come Zardoz (1974) di John Boorman o nella serie brasiliana 3% (2016-2020) ideata da Pedro Aguilera. Nel primo, in una Terra regredita allo stato tribale e devastata dalla violenza, si erge il Vortex, una comunità protetta da una barriera invisibile in cui vivono alcuni membri delle élite diventati immortali. Tra i meravigliosi giardini gestiti da tecnologie avanzate, coordinate da un’intelligenza artificiale, gli immortali annoiati osservano uomini e donne che fuori dalla barriera si contendono abbrutiti e violentile poche risorse rimaste. In 3% abbiamo ancora la contrapposizione tra la vita idilliaca dell’isola giardino di Maralto, abitata da una selezionatissima élite a cui è stata imposta la sterilità e il Continente, una violenta favela dove scarseggiano cibo, acqua e ogni altra risorsa necessaria a una vita dignitosa, il cui unico scopo è fornire giovani ai sistemi di selezione dell’irraggiungibile Maralto. Situazione simile si ritrova nel film Elysium (2013) di Neill Blomkamp, dove la comunità ricca, privilegiata e dotata di tecnologie di avanguardia prospera su una stazione spaziale, mentre sulla Terra dilagano povertà e malattie facilmente curabili; per usare la definizione usata da Mike Davis per descrivere l’evoluzione del sistema urbanistico di Los Angeles, e in particolare dei centri residenziali dei livelli economicamente più elevati, una gated community. La fantascienza ha costantemente denunciato le dinamiche di divisione ed esclusione sociale, una realtà sempre esistita ma destinata a radicalizzarsi, svelando come i paradisi utopici delle classi dirigenti siano possibili esclusivamente a discapito di enormi masse destinate alla subalternità, all’ignoranza e a vivere una quotidiana distopia.
Altre utopie, nate da una sincera aspirazione egualitaria e dal desiderio del socialismo ottocentesco di liberare l’umanità dal lavoro, di combattere le disparità tra i generi e abbattere le differenze sociali, sono invece caratterizzate da una forte enfasi sulle regole e da un sistema di ruoli da rispettare rigorosamente. Letteratura e storia del Novecento hanno documentato un serrato scontro sulla reale possibilità di costruire una società della felicità, nella realtà si sono succedute lotte caratterizzate dalla volontà libertaria del viver a utopia contro al pragmatico cinismo dell’esperienza sovietica e della burocratizzazione dei partiti comunisti. George Orwell, combattente antifascista in Spagna nelle file dei comunisti internazionalisti del POUM, è certamente l’intellettuale che più profondamente ha colto e rielaborato attraverso la narrativa, prima con Omaggio alla Catalogna e successivamente con 1984, questo tipo di involuzione dell’utopia. Se la prima tipologia di utopia, quella elitaria ed esclusivista, richiede che esistano contemporaneamente l’utopia e il suo contrario all’interno di una oscena dialettica tra sfruttatori e sfruttati, la seconda tipologia vede il sacrificio dell’utopia intesa come progresso continuo a vantaggio di una realtà antiutopistica caratterizzata dalla soppressione di ogni dimensione personale. La collettivizzazione forzata dell’individuo richiede lo sviluppo di strutture poliziesche dedicate alla repressione e la progettazione di forme di educazione coatta per forgiare nuovi individui adatti al sistema. Forse è proprio questa la chiave che permette di individuare il totalitarismo implicito in molte esperienze rivoluzionarie, l’individuazione a priori della forma sociale, l’errore di poter considerare raggiunta l’utopia (Fredric Jameson scrive a proposito: “una progettualità indifferente alle debolezze umane”), condannando le generazioni future a subire una letale esistenza statica, quando la natura che un’utopia pretende di vivere è quella della continua trasformazione, dell’allontanarsi a ogni passo che l’avvicina alla meta, a essere radiosamente dinamica. Ricordare a proposito Le città invisibili di Italo Calvino: “Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t’ho detto” (Calvino 1972: 169). Nel suo saggio Antiutopie, Stefano Manferlotti distingue tra “utopie conservatrici” e “utopie progressiste”, mentre Ernst Bloch richiama l’attenzione su una differenza tra “utopistico” e “utopico” e alla necessità di una tensione capace di spingere oltre i confini esistenti, Darko Suvin ricostruisce il percorso del termine utopia sempre all’interno di una definizione coniugata tra politica e letteratura. In ogni caso ci troviamo di fronte a una narrativa che sembra ostinatamente “contro lo stato di cose presenti”.
Swastika Night di Katharine Burdekin è stata ed è una posizione radicale e quasi disperata contro lo stato di cose presenti. A quasi un secolo dalla prima pubblicazione (1937) chi affronta la lettura di questo romanzo per la prima volta sperimenterà una progressiva angoscia che non può che iniziare dalle prime sconcertanti righe: “THE Knight turned towards the Holy Hitler chapel which in the orientation of this church lay in the western arm of the Swastika, and with the customary loud impressive chords on the organ and a long roll on the sacred drums, the Creed began” (Burdekin 1937: 18). Hermann, un giovane nazista del 2600, il settimo secolo dell’era hitleriana, è seduto nella cappella Goebbels e sta osservando con interesse un giovane cantore dai lunghi capelli biondi e setosi invece di concentrarsi nella sacra funzione. È evidentemente attratto sessualmente da lui. La chiesa a forma di svastica rimbomba degli inni sacri.
“I believe, sang all the men and boys and the Knight in unison, in God the Thunderer, who made this physical earth on which men march in their mortal bodies, and in His Heaven where all heroes are, and in His Son our Holy Adolf Hitler, the Only Man. Who was, not begotten, not born of a woman, but Exploded! (Burdekin 1937: 18)
Al termine della funzione religiosa il punto di vista si alterna tra quello di Hermann e quello del Cavaliere che ha officiato il rito, consentendo a Burdekin di introdurre una serie di elementi narrativi necessari a determinare le caratteristiche stranianti di quel lontanissimo futuro da lei immaginato. La descrizione delle donne è decisamente inquietante. Sono state condotte nella chiesa raccolte “in gregge”, un gruppo di “tiny girl-children, pregnant women, old crones, every female thing that could walk and stand, except a few who were left behind in the Women’s Quarters to look after the infants in arms” (Burdekin 1937: 22). Non è concesso loro di accedere alle cappelle dedicate ai santi nazisti, ma devono sostare in piedi senza poter superare la prima parte del braccio della pianta a svastica. Durante la funzione “the Knight exhorted them on humility, blind obedience and submission to men, reminding them of the Lord Hitler’s supreme condescension in allowing them still to bear men’s sons and have that amount of contact with the Holy Mystery of Maleness” Burdekin 1937: 22). All’interno della società gerarchica dell’Hitlerdom, un elemento chiave della cultura fascista, le donne sono considerate poco più che oggetti. Sono lasciate in vita solo allo scopo di procreare, immerse in una atmosfera di ribrezzo e repulsione che costringe gli uomini ad accostarle malvolentieri solo per la procreazione.
Nessuno che sia devoto o sano di mente desidera toccarle o frequentarle, perché nella teocrazia hitleriana sia il desiderio sessuale sia l’affetto deve essere rigorosamente espresso all’interno della cerchia maschile. Se in questa utopia caratterizzata da una omosessualità perversa, perché imposta dallo stato nazista e inculcata attraverso l’educazione in un quadro di segregazione, sessismo e sottomissione totali. I maschi sono descritti belli, forti e armoniosi, come il giovane corista dai lunghi e fluenti capelli d’oro, ma le donne, ridotte a macchine biologiche per la riproduzione, sono solo “brutte testoline rasate a zero” dai “corpi mollicci e protuberanti in giacca e pantaloni”. L’aspetto delle donne e la costante umiliazione a cui sono costrette, chiarisce rapidamente Burdekin, si affiancano alla mancanza di ogni tipo di istruzione che non si risolva nelle conoscenze minime a garantire la mera sopravvivenza biologica e relazioni sociali quasi inesistenti e schiacciate dalla paura.
Pubblicato nel 1937 dall’editore progressista Victor Gollancz, Swastika Night viene pubblicato con lo pseudonimo maschile di Murray Constantine, poi inserito in un’edizione di grande diffusione come Left Book Club Edition nel 1940, per essere quasi dimenticato fino alla riedizione critica del romanzo del 1985, quando la studiosa femminista Daphne Patai lo riscopre, ne promuove una nuova pubblicazione nel 1985 per la Femminist Press e attribuisce a Katharina Burdekin (nata Katharine Penelope Cade) la maternità del romanzo. Ma il lavoro di Patai non si è limitato a gestire la riedizione di Swastika Night, ma si è ampliato con la riedizione di Proud Man (originariamente pubblicato nel 1934 e riedito nel 1994) e la pubblicazione dell’inedito The End of This Day’s Business (1989). Entrambi sono classificabili come romanzi di fantascienza, ma modelli fantastici, utopistici e di fantascienza innervati con una sempre più radicale critica femminista sono presenti anche nelle sue opere precedenti, ed è sempre Patai, che attraverso prefazioni, postfazioni e articoli ricostruisce la sua biografia e inquadra il progetto letterario e politico di Burdekin. È infatti con la sua rilettura degli anni Ottanta che diventa chiaro che la critica elaborata da Burdekin in Swastika Night appartiene a quelli che oggi identifichiamo gender studies, mentre nel periodo della prima pubblicazione, nel contesto della crisi europea che precede lo scoppio del conflitto mondiale, era prevalsa una lettura antifascista, pacifista e all’interno della generale mobilitazione progressista contro l’estendersi delle dittature in Europa. L’aspetto distopico più appariscente è quello della tragica vita degli uomini e, soprattutto, delle donne all’interno di quella che sembra essere l’utopia realizzata del nazionalsocialismo, ma è evidente che il romanzo offre ben altre stridenti note che allertano sulla complessità del quadro antropologico elaborato. Secondo Patai “the book’s lasting contribution is precisely its transcendence of the specifics of Nazi ideology and its location of Nazism, and militarism in general, within the broader spectrum of the ‘cult of masculinity’.” (Patai 1985: 9), chiarendo che il progetto del fascismo è quello di portare all’estremo la pratica della disuguaglianza e l’esercizio del predominio sulle donne, già presenti, a vari livelli, in ognuna delle società del dominio maschile. Secondo questa lettura la società dell’Hitlerdom è una radicalizzazione del sessismo storicamente perpetrato dalla logica patriarcale di ognuna delle precedenti forme sociali e declinato all’interno della crisi della modernità e del successo dei fascismi europei. In di una società che realizza completamente il modello patriarcale, come immaginato in Swastika Night, la strutturazione gerarchica applicata ai maschi all’interno del sistema neo-feudale (di casta o di classe) è secondaria. Il rapporto tra lotta femminista e lotta di classe è sempre stato un problema cruciale, intersecato globalmente con quello etnico, creando contraddizioni molto complesse e crisi nei movimenti rivoluzionari. Burdekin, già negli anni Trenta, ha individuato un problema centrale che sarà costantemente ripreso tra tutti coloro che si sono occupati e hanno lottato per la liberazione sessuale e di classe; un problema ripreso con gli strumenti culturali e politici caratteristici delle diverse epoche e che vede coinvolte studiose come Donna Haraway e bell hooks. Se in Swastika Night non ci troviamo esattamente di fronte al “patriarcato capitalista suprematista bianco”, perché il mondo è addirittura regredito a una fase pre-capitalista, avendo attuato l’azzeramento della tecnica e della scienza, comunque dalla lettura del libro scaturisce che il “femminismo è per tutti” e che è la lotta primaria da portare al regime in essere. Nell’universo della prevaricazione totale, di genere, economica ed etnica, il nazismo diventato religione si pone come alternativa al mondo del capitale solo esclusivamente vagheggiando un’utopia agreste che rifiuta la tecnica, ma Burdekin sembra suggerire che solo l’abbattimento del patriarcato potrà attuare un complessivo sgretolamento del sistema di potere in cui i cavalieri dominano tutti, in una piramide progressi in cui troviamo gli ariani non cavalieri, i maschi delle popolazioni sottomessi, i cristiani e le donne. Gli ebrei, intuisce Burdekin, sono stati effettivamente sterminati. Nel romanzo i tre protagonisti sono maschi e, nonostante abbiano raggiunto una maggiore consapevolezza delle forme di dominio espresse nel loro mondo, sono ancora vittime di pregiudizi e contraddizioni, e ben lontani dal comprendere la reale natura della dimensione con cui sessismo e razzismo hanno avvelenato la società umana. Forse, e la conclusione del romanzo sembra confermare questa ipotesi, la reale conoscenza del percorso storico di falsificazione che il nazismo ha attuato, avendo annullato la storia e inventato una religione, non è sufficiente ad abbattere quella società, non è prevista una vittoria della verità sulla menzogna, perché ai protagonisti l’esperienza è stata sufficiente a elaborare solo una critica parziale al sistema di potere, ancora lontana dalla necessaria radicalità e dall’individuazione del ruolo primario svolto dal patriarcato. Manca all’interno della presa di coscienza dei personaggi quella teoria unitaria capace di leggere complessivamente sessismo, razzismo e sfruttamento economico di cui parla bell hooks. Il femminismo, per progredire come movimento rivoluzionario di massa capace di sovvertire radicalmente tutti i livelli e le specificità di potere, deve coinvolgere anche i maschi attraverso quel processo che vede l’identità non come un presupposto biologico e un’eredità culturale da preservare ma come una scelta politica che ogni individuo compie costantemente. L’analisi della sessualità presente in Swastika Night segna molto negativamente l’omosessualità della società nazista praticata dagli uomini, sia per necessità di operare uno shock narrativo al lettore e utilizzare un forte senso di straniamento, sia per chiarire che ogni tipo di sessualità vissuta al di fuori della più assoluta libertà non riesce a sfuggire alla pratica della violenza e della sopraffazione.
La distopia elaborata da Burdekin affonda sicuramente in un classico della letteratura britannica come La battaglia di Dorking di George Tomkyns Chesney, l’ucronia pubblicata nel 1871 e ambientata in un futuro in cui la Gran Bretagna, dopo essere stata sconfitta militarmente dalla Prussia, è diventata una provincia tedesca. La sua popolazione vive una realtà coloniale sotto l’oppressione dell’invasore tedesco, e ha quasi perduto la memoria della sua indipendenza che sopravvive solo all’interno dei meccanismi della tradizione orale. Ma è soprattutto Herbert George Wells che ha consentito a molti lettori di familiarizzare sul paradigma tipico della fantascienza, cioè di immaginare nel futuro una versione estremizzata dei conflitti sociali e politici del presente. The Time-Machine (1895) e The Sleeper Awakes (1898) ne sono un esempio, ma soprattutto il primo dei due romanzi avverte che il futuro non sarà necessariamente migliore del presente (almeno per tutti) e che sono possibili guerre e violenze ancora più feroci, distruzioni e mutazioni antropologiche in grado di differenziare in maniera spaventosa le classi della società attuale. Sia The Iron Heel (1907) di Jack London sia Brave New World (1932) Aldous Huxley comunicano con tutta l’urgenza possibile le inquietudini del mondo intellettuale e la sempre più radicata convinzione che all’aumento del progresso tecnologico possano corrispondere forme di potere sempre più efficaci nello sviluppare modalità di oppressioni inedite. Il romanzo di Aldous Huxley si svolge nell’anno di Ford 632, mentre Katharine Burdekin ambienta il suo nell’anno 720 dopo la morte del dio Hitler, e quella la società, inevitabilmente, si plasma seguendo il paradigma tecnico rappresentato dalla fabbrica dei bambini, realizzata sviluppando una catena di montaggio bio-meccanica. Il sogno eugenetico dell’intero Occidente non può che declinarsi in un mondo in cui le regole dell’ingegneria stabiliscono quelle della società fino ai componenti biologici dei nuovi umani, differenziati non più dalle razze ma dalle loro capacità professionali. Un’utopia che si rompe, è vero, svelando un’odiosa distopia che si insinua attraverso forme sempre più raffinate di irregimentamento, ma la visione di Burdekin è molto più radicale e clamorosamente svela aspetti della versione tedesca del fascismo che diventeranno chiari solo dopo molti anni dalla sua sconfitta militare.
Nel 1937, alla data della prima pubblicazione di Swastika Night, “il nazionalsocialismo di Hitler è considerato da molti un regime autoritario che, nonostante il suo aperto antisemitismo, ha ottenuto risultati sociali ed economici rilevanti, e nessuno prima di Burdekin ne aveva colto l’intima relazione tra violenza e sessualità, l’insito disprezzo verso le donne che risiede alla base del ruolo di madre fertile, la dimensione sociale della violenza e il ruolo delle caste quali elementi costituenti dello Stato, la dimensione religiosa e irrazionale del fanatismo politico e l’uso della dimensione collettiva per indebolire le diversità individuali e favorire il controllo e l’omologazione” (Gallo 2020: 319). Oltre agli strumenti critici che le ha offerto la tradizione letteraria britannica dell’utopia e dell’antiutopia, la sua adesione politica alla sinistra antifascista e alle sue esperienze personali, che la portarono a sviluppare un convinto pacifismo e una profonda sensibilità femminista, la conoscenza diffusa del nazismo negli anni in cui Swastika Night viene concepito era frammentaria e incompleta. Inoltre molti progetti antisemiti ed eugenetici non erano noti neppure in Germania e le testimonianze dei profughi tedeschi frammentarie e contraddittorie. Oggi la storia prende in considerazione il completo sviluppo del fascismo tedesco, dalle origini radicate nel conservatorismo, nell’elitarismo e nel populismo antecedente alla Prima guerra mondiale fino alla caduta del Terzo Reich, e la storiografia ha presentato una serie di interpretazioni e approfondimenti su molti aspetti che vanno dalla ricostruzione del quadro politico alla situazione economica, alla vita quotidiana, alla psicologia dei singoli e delle masse. Patai, nella sua postfazione a The End of This Day’s Business, cita come fonte privilegiata per Burdekin sulla situazione interna tedesca la giornalista statunitense Margaret Goldsmith e suo marito Frederick Voigt, corrispondente del Manchester Guardian’s a Berlino, famoso per avere seguito l’ascesa del NSDAP di Hitler a partire dagli anni della sua fondazione. Voigt, che aveva apertamente attaccato il nazismo, fu costretto ad abbandonare la Germania dal 1933, ma, attraverso una rete che aveva costituito con emigrati tedeschi e alcuni agenti dell’intelligence, continuò a ottenere informazioni e a pubblicarle. È quindi sorprendente che Burdekin abbia saputo cogliere da un insieme limitato di elementi storici a lei contemporanei molti degli aspetti fondamentali della dittatura tedesca e dei suoi effetti sulle persone.
L’aspetto della costruzione di una religione a partire dall’esperienza di partito è stato trattato all’inizio di questo scritto a proposito della sacralizzazione dei martiri di Monaco di Baviera, ma si tratta di uno dei tanti elementi, seppure particolarmente eclatante e dotato di un forte impatto emotivo. Molti testi affrontano il rapporto tra il nazismo e la religione, non ultimo lo studio di Sergio Bologna La chiesa confessante sotto il nazismo, che chiarisce il rapporto di opposizione politica e teologica che coinvolge una parte della chiesa protestante tedesca, o il saggio di Nicholas Goodrick-Clarke con Black Sun. Aryan Cults, Esoteric Nazism and the Politics of Identity, in cui si analizza il culto della personalità che viene costruito attorno alla figura di Hitler, i raduni di massa e il fanatismo che viene espresso collettivamente, i rituali delle bandiere che proliferano tra le SS di Himmler, i cortei processione con fiaccole e stendardi. Si tratta di un immaginario sempre più potente che si diffonde capillarmente nella nazione tedesca a causa dell’antisemitismo diffuso, la frustrazione per la sconfitta nella Prima guerra mondiale e la paura dell’emancipazione della classe operaia, caricandosi di valenze simbolico-religiose che intendono ribaltare il mondo di valori delle religioni allora diffuse in Germania. La fede völkisch si era diffusa in Germania da prima dell’unificazione tedesca e si presentava come un insieme differenziato di movimenti accumunati da paure, orgoglio, credenze, patriottismo e rivendicazioni declinate attraverso un forte timbro emozionale e sentimentale. Sviluppatosi a partire dall’inizio dell’Ottocento, questo movimento si caratterizza per l’acceso nazionalismo, per un populismo con forte avversione per la città e i suoi abitanti, per il sentimento antindustriale e per la rivalutazione del folklore tedesco. In questo crogiolo antimoderno, feroce nemico di ogni forma di progresso e caratterizzato da una tensione spirituale dagli accesi toni antirazionalisti, si vagheggia con sempre più determinazione una sorta di utopia rurale riservata agli individui rigorosamente tedeschi capace di provocare spinte razziste e antisemite. All’interno di questa violenza antimoderna che intende rivoluzionare la società tedesca, il ruolo della donna e della famiglia sono centrali, soprattutto se declinati all’interno di un paradigma in cui il corpo del popolo (da intendere come metafora collettiva ma anche come elemento fisiologico) è portatore di “un’essenza razziale” che è sia fisica sia spirituale, qualcosa che appartiene alla comunità e non all’individuo. L’antropologia nazista, imbevuta di autoritarismo maschile e all’interno del sogno folle di aumentare la felicità dei soli tedeschi, è ossessionata dal problema di migliorare la qualità razziale e di aumentare numericamente la popolazione. La radicalità del progetto ha in sé sia i tratti dell’utopia e sia quelli della disperazione. Le analisi di antropologi e genetisti tedeschi avevano dimostrato che, all’inizio del Novecento, la razza tedesca era tutt’altro che pura e, soprattutto, lo spirito di Weimar aveva incentivato il diffondersi del meticciato (mischling) soprattutto tra ariani ed ebrei. Dalla constatazione che nelle città, soprattutto all’interno della borghesia, si stavano diffondendo costumi tali da intaccare la purezza razziale e una sana natalità, l’immaginario völkisch aveva trovato nella disciplina del Partito nazista uno strumento per raggiungere la sua personale utopia: una società basata sugli antichi valori, agricola e deindustrializzata, su cui imperasse il patriarcato. All’interno di questo progetto di un’utopia per soli ariani, e in cui gli ariani sono posizionati ai livelli più alti della gerarchia e della piramide dei diritti, si configura la distopia di tutti gli altri, dei non ariani e delle donne. Burdekin coglie magistralmente la contraddizione dell’utopia nazista quando è ancora sul nascere, forse ha seguito i resoconti della nona olimpiade, con il suo culto depravato del corpo e della razza (nel 1936 a soli tre anni dalla presa del potere e a un anno dalle Leggi di Norimberga), che comporta la necessaria soggettazione degli inferiori e una totale revisione del ruolo della donna nella famiglia e nella società. La nuova società di fede tedesca, decristianizzata e neopagana, “per conservare la sua essenza divina, il sangue deve passare puro attraverso le età (…). Il sangue deve pertanto essere protetto e posto al riparo da una forza trascendente, che solo il Reich può mettere in campo” (Conte – Essner 1995: 23). Questo complesso progetto politico, per poter aspirare a essere eterno e sacro, deve progressivamente elevarsi a religione. Conte ed Essner sostengono che “benché il partito affermi di rifiutare ogni religione, si è piuttosto indotti a credere che esso «deconfessionalizzi la vita pubblica» unicamente al fine di fondare meglio il proprio culto” (Conte – Essner 1995: 24). E di quale culti si tratti lo si può facilmente apprendere dall’elaborazione speculativa di Burdekin.
Il primo studio italiano dedicato a Katharine Burdekin è stato opera di Carlo Pagetti con il suo saggio “Nell’anno del Signore Hitler 720. Swastica Night di Katharine Burdekin”, apparso nel volume Cittadini di un assurdo universo (1989. Milano: Nord), a cui segue la pubblicazione come “In the Year of Our Lord Hitler 720: Katharine Burdekin’s Swastika Night” sulla prestigiosa rivista «Science Fiction Studies» (1990. #52, Volume 17, Part 3). Oriana Palusci, autrice del primo saggio italiano dedicato alla fantascienza femminile, approfondisce le tematiche di genere e collega il lavoro di Katherine Burdekin all’interno di un percorso che si sviluppa nei secoli con il capitolo “Sogni e Incubi femminili”, all’interno del volume Terra di lei. L’immaginario femminile tra utopia e fantascienza (1990. Pescara: Tracce). Il romanzo Swastika Night viene finalmente tradotto in Italia nel 1993, dagli Editori Riuniti di Roma, grazie al lavoro di Carlo Pagetti. La sua introduzione offre le prime informazioni critiche, al di fuori del circuito di studi universitari, su questa particolare distopia/ucronia e sulla figura di Burdekin. Seguirà un altro intervento di Beatrice Battaglia intitolato “Il problema della distopia femminile. Ginocentrismo e afasia in Swastica Night di K. Burdekin”, all’interno del volume Nostalgia e mito nella distopia inglese (1998. Ravenna: Longo). Nel 2020, dopo molti anni di assenza nelle librerie italiane, l’editore Sellerio pubblica una nuova edizione di Swastika Night a cui, si spera, possano seguire le traduzioni di altri romanzi di Burdekin. Negli ultimi anni, all’interno di un sempre maggiore interesse nell’ambito del gender studies, si sono segnalati saggi e tesi di laurea dedicati a Katharine Burdekin.
Bibliografia
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- Bologna, Sergio 2022. La chiesa confessante sotto il nazismo. Milano: Shake.
- Burdekin, Katharine 1934. Proud Man. London: Boriswood; 1993. New York: The Femminist Press.
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- Burdekin, Katharine 1989. The End of This Day’s Business. New York: The Femminist Press.
- Calvino, Italo, 1972. Le città invisibili. Torino: Einaudi.
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- Jameson, Fredric 2005. Archaeologies of the Future: The Desire Called Utopia and Other Science Fictions. London & New York: Verso Books (trad. 2007. Il desiderio chiamato utopia. Milano: Feltrinelli)
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- Proctor, Robert N. 1999. The Nazi War on Cancer. Princeton: University Press. (trad. 2000. La Guerra di Hitler contro il cancro. Milano: Raffaello Cortina Editore).
- Suvin, Darko 1979. Metamorphoses of Science Fiction: On the Poetics and History of a Literary Genre. Yale: University Press (trad. 1985. Le metamorfosi della fantascienza. Bologna: Il Mulino).
La prima pubblicazione di questo saggio è avvenuta su ContactZone, n. 2 (December) 2023



